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Data center, dalle intese nazionali alle regie territoriali



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Investimenti, autorizzazioni, territori ed energia non possono essere gestiti in ordine sparso: il settore ha bisogno di una governance chiara e multilivello

Pubblicato il 13 lug 2026

Michele Gallo

Segretario Generale, Italian Data Center Association



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Punti chiave

  • Il Decreto Bollette introduce un procedimento autorizzativo unico; però il testo unificato al Parlamento convive con la legge della Regione Lombardia e regole locali.
  • La variabile energia complica il quadro: le richieste di connessione a Terna sono insostenibili; con Arera e IDA si propone di modificare il TIC con criteri di decadenza.
  • Serve coordinamento multilivello: accordi territoriali, allineamento temporale e canali stabili di interlocuzione; esempi di collaborazione con MIMIT e la Provincia di Pavia per i data center.
Riassunto generato con AI


Il 2026 verrà probabilmente ricordato come l’anno in cui il legislatore italiano ha smesso di rincorrere il fenomeno data center e ha provato a disciplinarlo. Il decreto-legge 21/2026, il cosiddetto Decreto Bollette, ha introdotto con l’articolo 8 un procedimento autorizzativo unico, con termini certi e una conferenza di servizi che assorbe valutazioni ambientali, paesaggistiche e connessioni di rete. Alla Camera è stato approvato il testo unificato che dà delega al Governo per una disciplina organica dei centri di elaborazione dati, ora all’esame del Senato. Nel frattempo la Regione Lombardia, che da sola concentra la parte più consistente delle richieste di connessione nazionali, si è dotata di una propria legge in materia di insediamento. Tre livelli normativi, tre tempi diversi, tre logiche che non sempre parlano la stessa lingua.

Il nodo semplificazioni

Chi lavora in questo settore da anni conosce bene il problema che questi interventi provano a risolvere: un iter autorizzativo frammentato tra comuni, province, regioni e amministrazioni centrali, privo per lungo tempo di una cornice unitaria, che ha lasciato ai singoli enti locali un margine di discrezionalità ampio, a tratti spiazzante per chi doveva pianificare investimenti pluriennali. La risposta nazionale con il procedimento unico va nella direzione giusta: tempi definiti, un’unica autorità responsabile, un unico dossier progettuale. Ma la semplificazione a livello statale non esaurisce la partita, perché la governance del territorio in Italia resta per costituzione una materia concorrente, e le regioni hanno titolo per intervenire su profili urbanistici, ambientali ed energetici che toccano direttamente la localizzazione degli impianti.

La legge della Regione Lombardia

È qui che si apre il nodo più delicato. La legge lombarda, per fare l’esempio più maturo, introduce soglie per la destinazione d’uso scaglionate in base alla potenza termica, obblighi di audit sul recupero calore, contributi di perequazione sociale legati alla superficie costruita. Sono strumenti che rispondono a esigenze reali di accettabilità sociale e di gestione della risorsa energetica, e che altre regioni con pipeline di progetti significative osserveranno con attenzione prima di normare a loro volta. Il rischio, se ogni territorio procede secondo una propria sequenza temporale e una propria filosofia regolatoria, è una stratificazione che replica in altra forma il problema che il procedimento unico nazionale voleva risolvere: non più un vuoto normativo che genera discrezionalità, ma una pluralità di regole locali che generano imprevedibilità. È già successo in altri comparti infrastrutturali, dagli idrocarburi alle rinnovabili, dove la Corte Costituzionale è più volte dovuta intervenire per ricordare che le regioni non possono introdurre modelli autorizzativi difformi dalla disciplina statale su infrastrutture di rilevanza strategica. Un precedente che vale la pena tenere presente, perché il contenzioso normativo, in un settore dove i tempi di realizzazione si misurano già in mesi contesi centimetro per centimetro, è il costo più alto che si possa pagare.

La variabile energia

La variabile energia complica ulteriormente il quadro. Le richieste di connessione accumulate presso Terna hanno raggiunto livelli che gli stessi operatori di rete definiscono non più sostenibili, e buona parte di quel numero corrisponde a progetti speculativi mai destinati a diventare cantieri. Come IDA, stiamo lavorando insieme a Terna e Arera per contribuire alla modifica del TIC, proponendo l’introduzione di criteri di decadenza per le istanze prive di reale consistenza progettuale. È una misura di igiene del mercato necessaria, ma la sua efficacia dipende dal coordinamento tra l’autorità che rilascia l’autorizzazione unica, il gestore di rete e le amministrazioni regionali competenti sulle opere di connessione: tre soggetti che oggi rispondono a logiche e tempistiche non sempre allineate. Da qui l’esigenza di ragionare non tanto su un livello di governo che debba prevalere sugli altri, quanto su meccanismi di raccordo che permettano a Stato, regioni ed enti locali di muoversi in sequenza coerente invece che in parallelo scoordinato. Alcuni strumenti esistono già e meriterebbero di essere valorizzati: gli accordi territoriali di pianificazione sovracomunale, le intese tra enti locali e filiera industriale che definiscono in anticipo criteri di localizzazione e compensazione, i tavoli tecnici che alcune amministrazioni provinciali hanno iniziato a sperimentare per dare agli operatori un quadro prevedibile prima ancora dell’avvio del procedimento formale. Esperienze di questo tipo, per quanto ancora circoscritte, indicano una strada percorribile: non sostituire la cornice nazionale, ma tradurla in pratiche condivise a livello locale, capaci di anticipare i nodi autorizzativi invece di scaricarli sul procedimento unico a valle.

Perché questo modello funzioni su scala più ampia servono alcune condizioni minime. La prima è la chiarezza sulle competenze: sapere fin dall’inizio quale amministrazione decide su cosa, evitando sovrapposizioni tra autorizzazione integrata ambientale, variante urbanistica e opere di connessione. La seconda è l’allineamento temporale tra i diversi livelli, perché un procedimento unico che rispetta i propri termini serve a poco se a monte l’accordo territoriale con l’ente locale richiede tempi non compatibili. La terza è un canale stabile di interlocuzione tra amministrazioni e rappresentanza di settore, che consenta di intercettare le criticità applicative prima che si trasformino in ricorsi o in progetti bloccati: le associazioni di categoria, in questo senso, possono svolgere un ruolo di raccordo tecnico utile a entrambe le parti, senza sostituirsi alle prerogative decisionali di nessun livello istituzionale.

La cornice nazionale

Non esiste probabilmente un’unica soluzione istituzionale valida per tutti i territori: la geografia dei data center in Italia è troppo diseguale, concentrata in poche aree ad alta densità di infrastrutture e presente in forma ancora nascente altrove, perché un modello unico di governance regionale abbia senso ovunque. Ma proprio per questo la cornice nazionale dovrebbe porsi come garante di alcuni principi comuni — trasparenza dei criteri, tempi certi, coordinamento tra energia e territorio — lasciando alle articolazioni locali lo spazio per calibrare gli strumenti sulle proprie specificità, senza però trasformare quello spazio in un moltiplicatore di procedure difformi. È la differenza tra una regia multilivello e una gestione in ordine sparso: la prima richiede investimento istituzionale continuo, la seconda si costruisce da sola, procedimento dopo procedimento, con i costi che il settore già conosce.

Come IDA stiamo lavorando a stretto contatto con le istituzioni nazionali e territoriali per favorire un quadro normativo sempre più armonizzato, chiaro e coerente, capace di sostenere lo sviluppo del settore dei data center. In questa direzione si inseriscono, ad esempio, i protocolli d’intesa sottoscritti con il MIMIT e con la Provincia di Pavia, che rappresentano un modello di collaborazione volto a coniugare attrazione degli investimenti, semplificazione amministrativa e sviluppo sostenibile dei territori.

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