L’Italia migliora il proprio passo nell’innovazione, cresce più della media europea rispetto al 2019, ma resta ancora nel gruppo dei “moderate innovators”. È questa la fotografia che emerge dal Country profile Italy dello European Innovation Scoreboard 2026, il rapporto della Commissione europea che misura ogni anno le performance innovative degli Stati membri e dei principali competitor internazionali.
Il dato di sintesi è positivo: l’Italia raggiunge un indice pari al 96,2% della media Ue nel 2026, si colloca al 13° posto tra gli Stati membri e registra un miglioramento di 15 punti percentuali rispetto al 2019. Nell’ultimo anno il progresso è stato di 5 punti, superiore alla crescita complessiva dell’Unione, che tra il 2025 e il 2026 si è attestata a +1,7 punti. Rispetto alla media dei “moderate innovators”, pari all’86,4% della media Ue, la posizione italiana è quindi più avanzata. Ma il salto verso la fascia degli “strong innovators” non è ancora compiuto.
Il quadro che emerge è quello di un Paese con punti di forza industriali e digitali molto marcati, ma ancora frenato da debolezze strutturali: capitale umano, disponibilità di competenze Ict, investimenti privati in ricerca e capacità di trasformare la ricerca in crescita dimensionale delle imprese innovative.
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Cloud, design e produttività: i punti di forza italiani
Nel confronto europeo l’Italia mostra alcune performance di primo piano. Il Paese è al vertice tra gli Stati membri per cloud computing, con un indicatore pari al 143,5% della media Ue, e per domande di design, dove raggiunge il 183,3%. Al primo posto anche la produttività delle risorse, che si attesta al 153,7% della media europea.
Sono dati che raccontano una doppia vocazione. Da un lato, la capacità del sistema produttivo italiano di continuare a generare valore attraverso progettazione, qualità industriale e innovazione nei processi. Dall’altro, una crescente adozione di tecnologie digitali, in particolare il cloud, che secondo il rapporto è utilizzato dal 68% delle imprese italiane.
La digitalizzazione è infatti una delle aree dove il miglioramento è più evidente. L’Italia passa dal 25° al 17° posto tra gli Stati membri e aumenta la propria performance di 39,8 punti percentuali nell’ultimo anno. Crescono sia l’accesso a Internet ad alta velocità sia la quota di persone con competenze digitali superiori a quelle di base.
Si tratta di un punto particolarmente rilevante: l’infrastruttura digitale e l’adozione del cloud diventano sempre più decisive nella capacità di innovare. Il rapporto segnala però che, a fronte della forte diffusione del cloud, l’adozione di tecnologie più avanzate come l’intelligenza artificiale resta limitata: riguarda il 16,4% delle imprese, lasciando ancora un divario da colmare rispetto agli obiettivi europei.
Competenze e specialisti Ict restano il nodo critico
La crescita italiana si scontra con un limite ormai strutturale: la disponibilità di capitale umano qualificato. Nella dimensione “Human resources” l’Italia è al 23° posto nell’Ue, nonostante il miglioramento registrato nell’ultimo anno. Il Paese cresce nei nuovi dottorati, ma resta molto indietro sulla quota di popolazione con istruzione terziaria.
Il rapporto richiama esplicitamente il dato del Country Report della Digital Decade: tra i 25 e i 34 anni, il livello di istruzione terziaria in Italia è pari al 31,6%, contro una media Ue del 44,2%. Il divario, invece di ridursi, si è leggermente ampliato. Questo restringe il bacino di talenti scientifici e tecnologici disponibili e pesa sulla capacità del Paese di sostenere filiere innovative ad alto valore aggiunto.
Il problema è evidente anche sul fronte Ict. L’Italia è al 25° posto tra gli Stati membri per specialisti digitali occupati e produce solo 1,4 nuovi laureati Ict ogni mille giovani tra 25 e 34 anni, contro una media Ue di 3,8. È un limite che rischia di frenare proprio le aree dove la domanda delle imprese sta crescendo di più: cloud, cybersecurity, dati, intelligenza artificiale, automazione dei processi e tecnologie di rete.
Investimenti privati ancora deboli
Accanto alle competenze, l’altro nodo riguarda gli investimenti delle imprese. Nel capitolo “Firm investments”, l’Italia scende dal 14° al 19° posto tra gli Stati membri e registra una contrazione di 12,7 punti nell’ultimo anno. Pesano la riduzione delle spese per innovazione non legate alla ricerca e sviluppo e il calo degli investimenti per persona occupata.
Il rapporto segnala inoltre che la spesa in ricerca e sviluppo delle imprese resta debole: l’intensità di business R&D è ferma allo 0,79% del Pil, ben al di sotto della media Ue, pari all’1,49%. La distanza riflette anche la struttura del sistema produttivo italiano, caratterizzato da una forte presenza di piccole e medie imprese e da una minore incidenza di grandi gruppi capaci di sostenere investimenti in ricerca su scala rilevante.
Questo non significa assenza di innovazione. Al contrario, l’Italia si posiziona al 6° posto per imprese innovatrici e al 3° posto per Pmi che introducono innovazioni nei processi di business. Il problema è la capacità di dare continuità e scala a questi percorsi, rafforzando collaborazione, trasferimento tecnologico e crescita dimensionale.
Ricerca e imprese: collegamenti ancora troppo fragili
Il tema della scala emerge anche nella sezione dedicata ai legami tra imprese, ricerca e mercato. Le co-pubblicazioni pubblico-private sono un punto di forza relativo, con una performance pari al 166,2% della media Ue. Tuttavia, l’Italia scende al 21° posto nella dimensione “Linkages” e registra un calo delle Pmi innovative che collaborano con altri soggetti.
Il rapporto sottolinea che i collegamenti tra imprese e università restano disomogenei e ancora insufficienti. La creazione di spin-off di ricerca è diminuita, gli uffici di trasferimento tecnologico risultano sotto-dimensionati rispetto alla media europea e la capacità di accompagnare startup e Pmi innovative nella fase di crescita resta uno dei colli di bottiglia principali.
Il dato è confermato anche dal quadro sulle startup e scaleup: l’Italia è ben posizionata per numero di imprese innovative per milione di abitanti, ma resta sotto la media Ue per scaleup, centauri e unicorni. In altri termini, il Paese genera innovazione, ma fatica ancora a trasformarla in campioni tecnologici di dimensione europea o globale.
Gli impatti su vendite e occupazione
Sul fronte degli impatti economici, il quadro è più favorevole. L’Italia sale al 3° posto tra gli Stati membri per “Sales and employment impacts”, con un miglioramento di 20,7 punti nell’ultimo anno. Crescono sia l’occupazione nelle imprese innovative sia le vendite di prodotti nuovi per il mercato o per l’impresa.
È un segnale importante: quando l’innovazione entra nei processi produttivi e nei modelli di business, il sistema italiano è in grado di generare risultati concreti. Anche la produttività delle risorse resta un asset competitivo, coerente con la tradizione manifatturiera del Paese e con una crescente attenzione all’efficienza nell’uso dei materiali.
Resta invece più debole la produttività del lavoro, che il rapporto collega alla dimensione media ridotta delle imprese, alla specializzazione in settori a minore valore aggiunto e ai divari territoriali. Anche qui la questione non è solo tecnologica, ma industriale: servono investimenti, competenze e filiere capaci di assorbire innovazione in modo diffuso.
In Italia, dunque, i progressi ci sono, soprattutto su digitale, cloud, design e impatti economici dell’innovazione. Ma per cambiare fascia servirà intervenire sui punti più fragili: competenze, specialisti Ict, investimenti privati in ricerca, trasferimento tecnologico e capacità di far crescere le imprese innovative.
Il quadro europeo: crescita dell’11,6% dal 2019
Dopo la fotografia italiana, lo Scoreboard allarga lo sguardo all’intera Unione. La performance complessiva dell’Ue è aumentata di 11,6 punti percentuali dal 2019, confermando quasi un decennio di crescita costante. Tra il 2025 e il 2026 il progresso è stato pari a 1,7 punti, in accelerazione rispetto al +0,5 dell’anno precedente.
Il miglioramento riguarda tutti gli Stati membri, ma le differenze restano ampie. Svezia, Danimarca e Paesi Bassi si confermano “innovation leaders”, con performance superiori al 125% della media Ue. La Finlandia mantiene una solida quarta posizione, mentre Malta compie un passo avanti e passa nella fascia degli “strong innovators”.
Al di fuori dell’Unione, la Corea del Sud resta il principale competitor globale in termini di innovazione, seguita dalla Cina, che mostra il miglioramento più significativo degli ultimi anni. È in questo confronto che Bruxelles colloca le nuove iniziative di policy: dalla Startup and Scaleup Strategy a EU Inc., fino al futuro European Innovation Act e allo European Research Area Act.
Bruxelles: “Non possiamo permetterci di rallentare”
La Commissione europea interpreta i dati come un segnale di resilienza, ma anche come un richiamo ad accelerare. “Il motore dell’innovazione europea ha dimostrato di essere resiliente. Ogni singolo Stato membro ha migliorato la propria performance dal 2019 e lo Scoreboard di quest’anno mostra che la crescita sta riprendendo slancio. Ma la competizione globale è sempre più dura e non possiamo permetterci di rallentare. La Startup and Scaleup Strategy, EU Inc. e il futuro European Innovation Act sono la nostra risposta, per costruire le condizioni che consentano all’Europa di guidare l’innovazione nei decenni a venire”, afferma Ekaterina Zaharieva, commissaria europea per Startup, Ricerca e Innovazione.
Il vicepresidente esecutivo per la Prosperità e la Strategia industriale, Stéphane Séjourné, lega invece il tema alla competitività del mercato unico: “La performance dell’innovazione è essenziale per la competitività dell’Europa, facendo leva sulla scala e sulla forza del nostro mercato unico. Per aiutare le imprese a prendere decisioni che favoriscano l’innovazione e rafforzino la nostra resilienza, la Commissione ha messo in campo l’Industrial Accelerator Act e sta lavorando per fornire ulteriore sostegno attraverso lo European Competitiveness Fund, così da porre le basi della nostra prosperità futura”.




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