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Pirateria sportiva, l’UE studia un “Piracy Shield” europeo



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Uno studio commissionato dalla commissione Affari giuridici del Parlamento europeo propone di trasformare la raccomandazione del 2023 in un Regolamento vincolante, sul modello italiano. Ma il rischio di overblocking resta il nodo irrisolto

Pubblicato il 13 ago 2026



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  • Studio propone un regolamento UE che imponga la rimozione dei flussi illeciti entro 30 minuti, ispirandosi al modello italiano e al Piracy Shield di AGCOM.
  • Obbligo esteso all’intera catena tecnica: ISP, content delivery network (es. Cloudflare), resolver DNS e VPN; autorità indipendente come AGCOM raccomandata.
  • Si riconosce il rischio di overblocking (casi citati da OONI e CEPS); si chiede durata limitata dei blocchi, supervisione e rispetto del Digital Services Act.
Riassunto generato con AI


Bruxelles torna a fare i conti con la pirateria sportiva online, e questa volta lo fa guardando esplicitamente al modello italiano. Uno studio commissionato dalla commissione Affari giuridici (JURI) del Parlamento europeo al prof. Giovanni Maria Riccio, ordinario di diritto comparato dell’Università di Salerno e presentato agli eurodeputati lo scorso 22 giugno propone il passaggio da un approccio “morbido” e non vincolante a un vero e proprio regolamento europeo, costruito attorno a un obbligo di rimozione dei flussi illeciti entro 30 minuti dalla segnalazione: lo stesso termine alla base del Piracy Shield adottato da AGCOM.

Dalla raccomandazione del 2023 al regolamento

Il punto di partenza del ragionamento è la raccomandazione (UE) 2023/1018, con cui la Commissione europea, nel maggio 2023, aveva invitato gli Stati membri e gli intermediari a intervenire rapidamente contro le trasmissioni illegali di eventi sportivi e altri eventi live. Un atto non vincolante che, secondo lo studio, si è rivelato insufficiente: alcuni Paesi — l’Italia in testa, con il Piracy Shield — hanno intensificato l’enforcement, altri non hanno adottato misure significative, generando un quadro frammentato e poco efficace di fronte alla velocità tecnica delle trasmissioni live.

Da qui la proposta centrale dello studio, intitolato Countering online piracy of sports and broadcast in the EU: sostituire la raccomandazione con uno strumento normativo vincolante — preferibilmente un regolamento, direttamente applicabile in tutti gli Stati membri — che armonizzi le procedure di injunction dinamica e in tempo reale, oggi disciplinate in modo estremamente eterogeneo da un Paese all’altro.

L’obbligo di rimozione in 30 minuti, esteso a tutta la catena tecnica

La misura più discussa riguarda il termine di 30 minuti entro cui gli intermediari dovrebbero rendere inaccessibile un flusso pirata segnalato. È lo stesso orizzonte temporale su cui è costruito il Piracy Shield, scelto perché coerente con la natura live degli eventi sportivi: un blocco attivato ore dopo la diretta perde gran parte della sua efficacia deterrente.

Ma la proposta va oltre i soli fornitori di accesso a Internet. Lo studio raccomanda che l’obbligo si estenda “all’intera catena di intermediari tecnicamente coinvolti nella distribuzione di contenuti non autorizzati” — inclusi i content delivery network come Cloudflare, i server dedicati, i resolver DNS di terze parti (Google Public DNS, OpenDNS) e i fornitori di servizi VPN. Un’impostazione che riprende quanto già sperimentato in Francia, dove il Tribunale giudiziario di Parigi ha emesso ingiunzioni simultanee contro ISP, resolver DNS e provider VPN, e in Italia, dove il perimetro del Piracy Shield è stato progressivamente ampliato.

Lo studio propone inoltre di replicare, a livello europeo, il modello istituzionale italiano: ogni Stato membro dovrebbe dotarsi di un’autorità amministrativa indipendente — o attribuire i poteri necessari a un’autorità già esistente — incaricata di gestire le procedure di blocco, garantendo “vigilanza coerente, enforcement effettivo e coordinamento regolamentare” sull’esempio di AGCOM.

Il nodo dell’overblocking

Il rapporto non nasconde i limiti dello strumento che pure propone di generalizzare. Definisce il blocco IP e DNS “strumenti intrinsecamente grezzi”, incapaci di distinguere in modo affidabile i flussi illeciti dai servizi legittimi che condividono la stessa infrastruttura tecnica.

A sostegno di questo avvertimento, lo studio cita ricerche che documentano gli effetti collaterali di questo tipo di misure: uno studio dell’Open Observatory of Network Interference (OONI) ha rilevato che, a seguito di un provvedimento di blocco a tutela de LaLiga in Spagna, oltre 554.000 domini sono stati bloccati almeno una volta durante le trasmissioni delle partite, coinvolgendo — tra gli altri — siti di Amnesty International, ACLU, UNICEF, UNHCR, il Senato australiano ed endpoint Amazon S3. Viene richiamato anche un rapporto del Centre for European Policy Studies (CEPS), che aveva chiesto un vero e proprio divieto del blocco per indirizzo IP e l’introduzione di una responsabilità dei titolari dei diritti per i danni da overblocking.

In Italia, il Piracy Shield ha già prodotto casi analoghi: dal blocco erroneo di un sottodominio Google che ha reso inaccessibile Google Drive per diverse ore, fino all’inserimento di un indirizzo IP condiviso da Cloudflare che ha oscurato migliaia di siti estranei alla pirateria.

Nonostante questi rilievi, lo studio non chiede di abbandonare l’approccio, ma di accompagnarlo con garanzie: durata dei blocchi limitata al tempo strettamente necessario alla trasmissione dell’evento, supervisione giudiziaria o amministrativa, rispetto dei criteri di proporzionalità fissati dalla giurisprudenza della Corte di giustizia dell’UE. Resta inoltre da chiarire come un simile regime si concilierebbe con il Digital Services Act, che vieta di imporre agli intermediari un obbligo generale di sorveglianza attiva sulle attività dei propri utenti.

Il problema, a monte, è anche l’offerta legale

Lo studio dedica infine un passaggio alla domanda, non solo all’offerta di enforcement: la frammentazione e il costo elevato dell’offerta legale restano tra i principali fattori che spingono gli utenti verso i servizi pirata. Abbonamenti multipli, geoblocking e ostacoli artificiali all’accesso ai contenuti sportivi continuano ad alimentare la domanda di IPTV illegale, e per questo il rapporto invita anche a rendere più accessibili e competitive le offerte legali.

Va precisato che lo studio non è una proposta legislativa né rappresenta la posizione ufficiale del Parlamento europeo: è un documento di supporto tecnico alla commissione JURI, che si inserisce nel dibattito più ampio legato alla revisione della direttiva Copyright DSM, dove si confrontano posizioni favorevoli — come quella dei titolari dei diritti sportivi, che hanno chiesto una blacklist UE degli hosting provider “pirata” — e posizioni contrarie a un’estensione del blocco a intermediari come i resolver DNS.

Nessun regolamento europeo che recepisca queste proposte esiste, al momento. Ma il fatto che l’ipotesi di un “Piracy Shield europeo” sia ora sul tavolo della commissione Affari giuridici segna un cambio di passo nel dibattito: dopo anni in cui la Commissione ha lasciato ai singoli Stati la sperimentazione di misure autonome, l’Unione europea inizia a interrogarsi sulla necessità di regole comuni.

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