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Smart city, cambia il paradigma: meno tecnologia isolata, più governo “sovrano” dei dati



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La nuova fase urbana si gioca su ecosistemi in cui PA, aziende e altri soggetti possono condividere informazioni mantenendo controllo, regole, sicurezza e responsabilità sul loro utilizzo: dal traffico all’energia, dalla gestione delle emergenze alla pianificazione dei quartieri. Il punto di Capgemini

Pubblicato il 29 apr 2026

Federica Meta

Direttrice



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Punti chiave

  • Passaggio a ecosistemi federati guidati dai dati: gli spazi dati sovrani e la governance abilitano servizi integrati e un approccio human-centric.
  • Spazi iperconnessi: convergenza di 5G, IoT, gemelli digitali e GenAI abilita servizi immersivi e partecipazione civica.
  • Immobili e infrastrutture come piattaforme: tokenizzazione e hyper-financialization, porti smart e control towers; la città come digital nervous system.
Riassunto generato con AI

Le città intelligenti entrano in una fase nuova. Dopo anni in cui la trasformazione urbana è stata spesso raccontata attraverso sensori, piattaforme, reti e applicazioni, il baricentro si sposta. Secondo l’analisi di Capgemini, nel 2026 la vera sfida non sarà più acquistare hardware o software innovativi, ma orchestrare ecosistemi integrati, federati e guidati dai dati, capaci di generare risultati concreti per l’economia locale e per la qualità della vita dei cittadini.

È un cambio di paradigma di non poco conto. Le PA e le aziende stanno comprendendo che la maturità di una città non dipende soltanto dalla disponibilità tecnologica, dipende, oggi soprattutto, dalla capacità istituzionale di usare dati, regole, processi e modelli di adozione in modo coordinato. In altre parole, il divario tra città “smart” e città “adaptive or intelligent” non si misura più solo in termini di infrastrutture digitali, ma nella prontezza degli enti a collaborare, condividere informazioni e trasformare l’innovazione in servizi.

Il mercato delle soluzioni smart city continua a crescere e, secondo le proiezioni richiamate da Capgemini, si muove verso quota 3.500 miliardi di dollari. Ma la dimensione economica non basta a spiegare la trasformazione in corso. La fase che si apre è quella del superamento del “technological solutionism”, cioè dell’idea che ogni problema urbano possa essere risolto con una nuova tecnologia. La direzione indicata è quella di mettere al centro il valore per le persone, la sostenibilità, l’efficienza e una progettazione davvero human-centric.

Dati sovrani, la base fiduciaria per servizi urbani condivisi

Il primo passaggio strutturale riguarda gli spazi dati sovrani. Per offrire servizi pubblici fluidi, personalizzati e integrati, le informazioni devono circolare tra soggetti diversi: uffici comunali, utility, operatori di trasporto, università, imprese, agenzie pubbliche e partner tecnologici. Questo, però, deve avvenire in modo sicuro, controllato e rispettoso della sovranità dei dati.

Ed è qui che entrano in gioco i data space. Capgemini sottolinea come la collaborazione tra pubblico, privato e mondo accademico stia dando forma a un modello a tripla elica, nel quale l’innovazione non nasce più all’interno di un singolo perimetro organizzativo, ma da ecosistemi federati e interoperabili. In qiesto contesto gli spazi dati permettono di creare un quadro comune per lo scambio di informazioni, definendo regole, responsabilità, standard e meccanismi di fiducia.

In Europa, un esempio centrale è il consorzio European Data Space for Sustainable Smart Cities and Communities, pensato per favorire la creazione di ecosistemi federati in cui città e comunità possano condividere e arricchire dati urbani. A questo si affianca il Data Spaces Support Centre, finanziato dalla Commissione europea e di cui Capgemini è membro, con l’obiettivo di fornire linee guida, conoscenze e strumenti per lo sviluppo di architetture dati affidabili.

I benefici sono molteplici. Gli stessi dati possono essere riutilizzati per ottimizzare il traffico, ridurre l’inquinamento, pianificare distretti a energia positiva, rafforzare la gestione delle emergenze o migliorare le decisioni urbanistiche. La logica non è più quella di progetti isolati, ma di domini trasversali in cui l’informazione diventa un asset comune, pur restando governata da regole chiare.

Gli spazi dati, inoltre, non sono più soltanto un’infrastruttura tecnologica. Diventano una piattaforma di fiducia per automatizzare l’applicazione di policy e regolamenti, consentendo agli attori coinvolti di fare affidamento su informazioni condivise. In prospettiva, questi ambienti forniranno anche la base dati federata e AI-ready per il Citiverse e per i gemelli digitali urbani sempre più estesi.

Spazi iperconnessi, l’esperienza digitale entra nella città fisica

Il secondo cambiamento riguarda l’evoluzione degli ambienti urbani in spazi iperconnessi e guidati dall’esperienza. Le città non si limitano più a distribuire infrastrutture intelligenti, ma cercano di creare contesti inclusivi, immersivi e partecipativi. La convergenza tra 5G, Internet of Things, gemelli digitali, realtà aumentata, realtà virtuale e intelligenza artificiale consente di arricchire i luoghi fisici con livelli digitali interattivi.

Questo significa che i cittadini possono entrare in relazione con servizi e infrastrutture non soltanto in modo funzionale, ma anche esperienziale, in tempo reale e nel contesto in cui si trovano. Le applicazioni urbane diventano più vicine alla vita quotidiana, mentre la partecipazione civica può superare i vincoli fisici dello sportello, dell’edificio pubblico o persino della presenza sul territorio.

Qui si richiama il ruolo degli ambienti in stile metaverso come canali complementari di coinvolgimento. Nel turismo culturale e nella valorizzazione del patrimonio storico, ad esempio, le esperienze digitali possono ridurre la pressione fisica su siti sensibili e, allo stesso tempo, ampliare l’accesso a pubblici più vasti. L’esempio dell’Acropoli di Atene è indicativo di questa trasformazione: applicazioni mobili abilitate dalla geolocalizzazione e dalla realtà aumentata permettono di ricostruire digitalmente strutture danneggiate o mancanti, consentendo ai visitatori di visualizzare templi e statue nel loro contesto originario senza interventi fisici sul sito.

Anche diverse città europee e internazionali stanno sperimentando modelli avanzati. Dubai, Rotterdam, Valencia e Tampere hanno sviluppato gemelli digitali urbani e si stanno muovendo verso progetti Citiverse. Tampere, in particolare, sta lavorando a un’iniziativa collegata alla Nokia Arena. Capgemini cita inoltre la collaborazione con la città di Amsterdam per realizzare un’esperienza interattiva dedicata ai 750 anni di storia e patrimonio della capitale olandese, alimentata dalla Generative AI.

Il punto focale è che servizi pubblici, partecipazione civica e narrazione culturale diventano sempre più indipendenti dal luogo, più accessibili e potenzialmente più sostenibili anche dal punto di vista delle emissioni.

Real estate intelligente, gli edifici diventano piattaforme di valore

Il terzo trend riguarda il settore immobiliare, che in alcune aree del mondo sta attraversando una trasformazione profonda. L’integrazione di processi supportati dall’intelligenza artificiale e dall’automazione a livello di portafoglio cambia il modo in cui edifici, distretti e spazi vengono gestiti, finanziati e valorizzati.

Capgemini parla di “hyper-financialization,” per descrivere un modello in cui asset reali tokenizzati, come gli edifici commerciali, possono essere scambiati 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Questo abilita forme di proprietà frazionata, regolamenti quasi istantanei e micro-transazioni applicate al mondo immobiliare. Non si tratta solo di finanza: la trasformazione apre la strada a investimenti condivisi in smart building, distretti intelligenti e spazi connessi.

La gestione immobiliare, in questa prospettiva, smette di essere percepita come un centro di costo e diventa una piattaforma strategica di profit management, capace di tenere insieme valore del capitale, reddito da locazione e spese di asset management. La micro-gestione dei consumi, dell’occupazione e dei servizi consente di ridurre l’impronta carbonica dell’ambiente costruito, ampliare la partecipazione degli investitori e migliorare la soddisfazione degli occupanti.

Un caso particolarmente significativo è quello degli Emirati Arabi Uniti, dove le società immobiliari stanno utilizzando piattaforme basate su blockchain per gestire gli investimenti con maggiore trasparenza ed efficienza. A questo si aggiunge l’uso di “control towers” di facility management integrato, capaci di armonizzare dati provenienti da impianti Hvac, sicurezza e dispositivi IoT. L’obiettivo è prevedere l’occupazione minuto per minuto, ottimizzare i consumi energetici in tempo reale e costruire nuovi modelli di business, incluso il pagamento legato ai risparmi energetici ottenuti.

In questo scenario, l’edificio diventa un nodo intelligente della città, connesso ai flussi energetici, finanziari, ambientali e sociali del territorio.

AI agentica e gemelli digitali, la pianificazione urbana cambia passo

Il quarto spostamento individuato da Capgemini riguarda la pianificazione urbana. L’arrivo dell’AI agentica e di piattaforme di simulazione avanzate sta cambiando il lavoro di architetti, urbanisti, amministrazioni e sviluppatori. I modelli digitali non servono più soltanto a rappresentare edifici o quartieri, ma a simulare impatti visivi, esperienza dei cittadini, sostenibilità, resilienza e costi futuri.

A differenza dell’automazione tradizionale basata su regole, gli agenti AI vengono descritti come motori di ragionamento in grado di percepire, adattarsi e agire autonomamente per raggiungere obiettivi complessi. Possono supportare consultazioni pubbliche su larga scala, ottimizzare l’integrazione di energie rinnovabili o suggerire scenari di sviluppo che i team umani potrebbero non considerare.

Gli strumenti citati da Capgemini includono la 3D Experience Platform di Dassault Systèmes, Urban Strategy by Scenexus e Microsoft Azure Digital Twins, utilizzati per creare repliche dinamiche di edifici, distretti o intere città. Questi modelli diventano un livello di orchestrazione essenziale: consentono di eseguire centinaia di simulazioni in poche ore per valutare come un nuovo sviluppo possa incidere sul traffico, sul rischio alluvioni, sulle infrastrutture idriche, sulle reti energetiche o sull’adattamento climatico.

Quando le capacità agentiche vengono combinate con piattaforme come Google Earth AI o Esri, la pianificazione passa dal disegno statico a soluzioni predittive. Gli urbanisti possono simulare scenari “what-if” su un orizzonte di dieci anni in pochi minuti, invece che in settimane. Questo consente di collegare le decisioni urbanistiche anche alla sostenibilità finanziaria degli interventi.

L’esempio proposto nell’analisi è chiaro: un nuovo distretto orientato all’uso dell’auto richiede spazi per strade e parcheggi, riducendo le aree verdi. Meno verde significa meno ombra, maggiore stress termico e minore capacità di assorbire piogge intense. La conseguenza può essere la necessità di investimenti aggiuntivi per compensare effetti negativi che una progettazione più orientata a spazi verdi e mobilità alternativa avrebbe potuto evitare.

La prossima evoluzione avverrà su due fronti. Da un lato, le interfacce GenAI renderanno questi strumenti più accessibili anche a utenti meno tecnici, come mostra l’aggiunta di interfacce conversazionali alla piattaforma di Dassault Systèmes. Dall’altro, gli agenti AI potranno automatizzare attività ripetitive, leggere documentazione di supporto e proporre scenari. Esri, ad esempio, ha sviluppato una proof of concept sulla fase di massing studies della pianificazione urbana, in cui l’agente AI crea modelli di posizionamento degli edifici attingendo a competenze maturate in anni di esperienza progettuale.

Tutto questo, avverte Capgemini, comporta un cambiamento rilevante nei metodi operativi, negli accordi legali e nelle policy. La pianificazione urbana coinvolge un ecosistema ampio di stakeholder, ciascuno con processi, vincoli e livelli di maturità digitale differenti. La tecnologia, dunque, può accelerare la trasformazione solo se accompagnata da governance, competenze e regole condivise.

Smart port, i porti connessi tra commercio globale e sicurezza nazionale

Il quinto trend riguarda gli ecosistemi intelligenti e, in particolare, i porti smart. I porti non sono soltanto infrastrutture logistiche, ma leve strategiche per la competitività delle città e delle regioni. La loro evoluzione procede da iniziative digitali isolate verso ecosistemi pienamente integrati e data-driven.

Le tecnologie utilizzate sono numerose: sistemi autonomi, droni, gemelli digitali basati su IoT, AI e GenAI, ambienti immersivi AR e VR, spazi dati sovrani e piattaforme blockchain. Il motivo è duplice. Da un lato, i porti devono aumentare efficienza e resilienza a fronte di volumi di merci crescenti e catene di fornitura esposte a tensioni geopolitiche. Dall’altro, devono rafforzare il controllo sui flussi, prevenire il movimento transfrontaliero di beni dannosi o proibiti e contribuire agli obiettivi di sostenibilità e decarbonizzazione.

Il Porto di Singapore, con Tuas Port, viene indicato come benchmark globale. Sta sviluppando il più grande terminal container completamente automatizzato al mondo, facendo leva su tracciamento in tempo reale delle navi, assegnazione dinamica degli ormeggi e analytics predittivi basati su AI per ottimizzare i movimenti, anticipare i flussi di container e ridurre la congestione.

Capgemini Engineering ha inoltre sviluppato una soluzione di protezione ambientale per porti connessi, basata su una flotta di droni marini abilitati dal 5G, in grado di raccogliere autonomamente detriti e migliorare la sostenibilità degli ecosistemi oceanici.

Un altro esempio arriva da Amburgo, dove la Hamburg Port Collaboration Platform e l’Hamburg Vessel Coordination Center agiscono come hub neutrale di coordinamento. La piattaforma consolida dati in tempo reale su navi, ormeggi e traffico, mettendoli a disposizione tramite dashboard e Api. Il risultato è una “single source of truth” per la pianificazione nautica, che riduce decisioni conflittuali, aumenta la trasparenza e rafforza la fiducia tra partner operativi.

In questa prospettiva, i porti intelligenti diventano asset nazionali strategici, perché uniscono abilitazione del commercio, sicurezza delle frontiere, sostenibilità e coordinamento digitale.

Il “digital nervous system” come modello della città competitiva

La conclusione dell’analisi Capgemini propone un’immagine efficace: la città più intelligente del 2026 non è una somma di sistemi separati, ma un organismo connesso. O, in alternativa, un concerto in cui molti attori suonano strumenti diversi per raggiungere lo stesso risultato. La formulazione originale lo sintetizza così: “single living organism— the operations of the city can equally be likened to a musical concerto in which many stakeholders play different instruments in pursuit of the same outcome.”

In questa visione, gli spazi dati sovrani forniscono i “neural pathways” che consentono a dipartimenti, utility, operatori e partner di condividere e utilizzare informazioni senza perdere il controllo sui propri dati. Il gemello digitale funziona come un cervello che rileva le condizioni presenti e prova scenari futuri prima che le decisioni vengano applicate nel mondo reale. L’AI agentica diventa il sistema di riflessi, automatizzando attività complesse e coordinando risposte a velocità macchina.

La metafora del “digital nervous system” aiuta a comprendere il punto centrale: una città competitiva non dipenderà dalla quantità di tecnologie installate, ma dalla capacità di connettere infrastrutture fisiche, piattaforme digitali, regole, competenze e obiettivi pubblici. La performance urbana, come in un corpo sano o in un’orchestra ben diretta, richiede connessione, sincronizzazione e capacità di risposta.

Per le amministrazioni, questo significa ripensare la smart city come un progetto di governance, non come un catalogo di soluzioni. Per le imprese, significa passare dalla fornitura di singoli strumenti alla costruzione di ecosistemi interoperabili. Per i cittadini, infine, significa poter accedere a servizi più semplici, inclusivi e sostenibili.

La smart city del 2026 sarà dunque meno appariscente e più sistemica. Meno centrata sull’effetto novità e più orientata ai risultati. Meno dipendente da piattaforme isolate e più costruita su fiducia, dati condivisi, simulazioni predittive e collaborazione tra attori pubblici e privati.

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