le nuove regole

Gigabit Infrastructure Act: prezzi e accesso dividono operatori, tower company e autorità



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La Commissione Ue ha raccolto 74 contributi nella consultazione sul pacchetto. Il confronto ruota attorno a criteri economici, uso degli asset pubblici, motivazioni rifiuti di accesso a cavidotti, torri, tetti e siti mobili. Sullo sfondo, l’obiettivo di accelerare fibra e 5G senza frenare gli investimenti

Pubblicato il 3 giu 2026



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Punti chiave

  • Attuazione del Gigabit Infrastructure Act: Bruxelles prepara linee guida su articolo 3 dopo consultazione (74 contributi, 24 Paesi) per accelerare fibra, 5G e reti ad alta capacità.
  • Tensioni tra prevedibilità e flessibilità: mercato chiede riuso di infrastrutture, accesso ad asset pubblici e regole chiare; contrasto su prezzi, responsabilità e rifiuti di accesso.
  • Linee guida devono equilibrare: evitare rigidità e contenziosi, armonizzare esperienze nazionali (ruolo di Berec, Agcom) e velocizzare permessi locali per obiettivi del Digital Decade.
Riassunto generato con AI

Il Gigabit Infrastructure Act entra nella fase più delicata: quella dell’attuazione concreta. Dopo l’entrata in applicazione della maggior parte delle disposizioni, dal 12 novembre 2025, Bruxelles prepara le linee guida sull’articolo 3. È il passaggio che può trasformare una norma europea in un acceleratore reale per fibra, 5G e reti ad altissima capacità.

La Commissione europea ha pubblicato il report di sintesi della consultazione mirata (SCARICA QUI IL DOCUMENTO COMPLETO). Il documento raccoglie le risposte arrivate tra il 17 giugno e il 30 settembre 2025. Sono 74 contributi, provenienti da 24 Paesi. Tra questi figurano 19 Stati membri, oltre a Norvegia, Serbia, Regno Unito, Stati Uniti e Russia.

Il report non è una posizione politica della Commissione. È una fotografia fattuale delle risposte. Ma proprio per questo aiuta a leggere il punto critico del dossier. L’Europa vuole ridurre costi e tempi di deployment. Per farlo punta sul riuso di infrastrutture esistenti, sull’accesso agli asset pubblici e su regole più efficienti per nuovi impianti. Tuttavia, il mercato chiede chiarezza su prezzi, rifiuti, tempi, contratti e responsabilità.

Il cuore industriale della partita

Il Gigabit Infrastructure Act nasce per superare i limiti della precedente direttiva sulla riduzione dei costi della banda larga. La logica è semplice. Le reti ad altissima capacità non si costruiscono solo scavando nuove trincee. Si costruiscono anche entrando in cavidotti, pali, torri, edifici, tetti e infrastrutture già disponibili.

Il punto è che questi asset appartengono a soggetti diversi. Ci sono operatori di comunicazioni elettroniche, utility, enti pubblici, tower company, proprietari di immobili commerciali e soggetti che controllano terreni. Ognuno ha un modello economico distinto. Per questo l’articolo 3 del Gigabit Infrastructure Act è una norma tecnica solo in apparenza. In realtà incide sulla struttura competitiva del mercato.

Secondo il report, 58 rispondenti su 74 hanno fornito feedback sulla sezione dedicata alle condizioni non economiche di accesso. Le risposte mostrano un quadro ancora frammentato. In molti Paesi, i criteri di equità e ragionevolezza sono stati definiti attraverso accordi commerciali o decisioni caso per caso degli organismi di risoluzione delle controversie. In altri casi, sono emerse linee guida, offerte di riferimento o modelli contrattuali.

Questa varietà è il primo problema. Una norma pensata per velocizzare i cantieri rischia di restare dipendente da interpretazioni locali. Il mercato chiede prevedibilità, ma non tutti vogliono la stessa forma di prevedibilità.

Prezzi, il nodo che divide il mercato

La consultazione sul Gigabit Infrastructure Act conferma che il prezzo è il terreno più controverso. Il 43% dei partecipanti ha riconosciuto l’esistenza di metodologie o principi già usati per valutare condizioni economiche eque. Ma il report evidenzia posizioni molto divergenti.

Gli operatori di comunicazioni elettroniche guardano spesso alla cost orientation, soprattutto quando l’accesso riguarda infrastrutture pubbliche. La logica è evitare rendite su asset già esistenti o finanziati in parte con risorse pubbliche. Alcuni chiedono che, per soggetti non telco, siano recuperati solo i costi incrementali.

Le tower company e i fornitori di facilities associate difendono invece un approccio commerciale. Per loro i contratti esistenti devono pesare nella definizione del prezzo. L’argomento è chiaro: se l’accesso alle torri è già un mercato, una regolazione troppo rigida può ridurre gli incentivi a investire.

Il report quantifica questa distanza. Tra i partecipanti che si sono espressi su una metodologia vincolante di prezzo, solo il 25% la sostiene. Il 65% non ne vede la necessità, oppure chiede flessibilità o strumenti non vincolanti. È un dato decisivo. Bruxelles dovrà evitare due rischi opposti. Da un lato, linee guida troppo deboli non risolverebbero ritardi e contenziosi. Dall’altro, una metodologia rigida potrebbe essere percepita come un intervento eccessivo su mercati già basati su accordi commerciali.

Asset pubblici, trasparenza e amministrazioni locali

Un altro asse riguarda gli asset controllati da enti pubblici. Qui le risposte convergono di più su due parole: trasparenza e non discriminazione. Molti stakeholder vedono nelle infrastrutture pubbliche una leva per accelerare le reti, soprattutto dove nuovi scavi sono costosi o complessi.

Il caso italiano, citato nelle contribuzioni, offre una chiave interessante. Le associazioni e gli operatori segnalano che l’accesso a infrastrutture comunali, utility locali, condotti elettrici, tetti pubblici e reti di illuminazione ha sostenuto il deployment. Allo stesso tempo indicano ostacoli ricorrenti: scarsa consapevolezza degli obblighi, tempi lunghi, regolamenti locali non allineati, richieste economiche aggiuntive e procedure non digitalizzate.

Assotelecomunicazioni richiama l’esigenza di regole chiare per gli asset pubblici e di linee guida semplici per le amministrazioni locali. Aiip sottolinea il ruolo del modello italiano, con il punto informativo unico e la risoluzione delle controversie affidata ad Agcom. Ma segnala anche l’assenza di criteri chiari e uniformi sulle condizioni economiche.

Iliad evidenzia un problema ancora più operativo: il rifiuto di accesso, spesso motivato con ragioni creative o non coerenti con la disciplina. Secondo la posizione dell’operatore, l’efficacia del Gia dipenderà anche da campagne di informazione verso i Comuni e da risorse adeguate per le autorità chiamate a risolvere le controversie.

La questione è industriale, non solo amministrativa. Se l’ente locale non conosce gli obblighi, o li applica in modo disomogeneo, il diritto di accesso diventa un passaggio negoziale lungo. E il tempo, per le reti, è costo.

Rifiuti di accesso e alternative passive

Il report segnala che 30 rispondenti hanno affrontato il tema dei rifiuti di accesso. Di questi, 20 hanno indicato casi effettivi. Le motivazioni ricorrenti includono mancanza di spazio nei cavidotti, limiti tecnici, sicurezza, riserve per usi futuri, opposizione locale alle antenne e ragioni urbanistiche.

Il punto, per molti operatori, è la verificabilità del rifiuto. Una motivazione generica può diventare una barriera di fatto. Per questo diverse contribuzioni chiedono documentazione tecnica, ispezioni, prove fotografiche e decisioni motivate. L’obiettivo è impedire che l’eccezione diventi la regola.

C’è poi il tema della fibra spenta come possibile alternativa all’accesso fisico. Il report dice che il 60% dei rispondenti alla domanda specifica la considera una sostituzione praticabile. Ma non c’è consenso. Alcuni operatori sostengono che la fibra spenta non offra lo stesso controllo operativo dell’accesso passivo all’infrastruttura. Altri ritengono che, se esiste capacità fisica, l’accesso debba essere comunque concesso.

Qui la scelta regolatoria avrà conseguenze sulla concorrenza infrastrutturale. Una soluzione wholesale può soddisfare esigenze immediate di connettività. Tuttavia può limitare la possibilità di un operatore di costruire progressivamente una propria rete. È il classico equilibrio tra efficienza di breve periodo e competizione di lungo periodo.

Il fronte dei terreni e delle locazioni

Il Gigabit Infrastructure Act apre anche una partita sui terreni. Due terzi dei rispondenti segnalano problemi di accesso. Di questi, 39 su 50 identificano criticità concrete. Gli operatori e i fornitori di facilities parlano di barriere legali e amministrative, negoziazioni lunghe, aumenti imprevedibili dei prezzi e canoni eccessivi.

Nel mirino finiscono anche alcuni aggregatori di terreni. Secondo diverse risposte, il rischio è la creazione di posizioni di forza nella gestione dei siti. Questo può tradursi in costi più alti, minore copertura e qualità inferiore dei servizi. Alcuni enti pubblici riconoscono il pericolo di dinamiche monopolistiche e di contenziosi per liberare siti già utilizzati da operatori mobili e tower company.

Anche su questo punto non c’è una richiesta univoca di regolazione europea forte. Il 40% dei partecipanti considera utile una guida sulle condizioni contrattuali. Il 23% non ne vede la necessità. Solo il 23% sostiene una metodologia specifica per calcolare il prezzo di accesso ai terreni. Il 33% è contrario.

La prudenza è comprensibile. Il terreno ha una dimensione immobiliare, locale e contrattuale. Ma le reti mobili dipendono da siti stabili. Se la negoziazione immobiliare diventa instabile, l’effetto arriva direttamente sulla copertura.

Edifici commerciali, una leva ancora incerta

Il report dedica spazio anche agli edifici commerciali, nel caso in cui gli Stati membri prevedano obblighi di accesso. Qui la partecipazione è più debole. Oltre la metà dei rispondenti non ha risposto alle domande principali.

Tra chi si è espresso, il 62,5% preferisce una metodologia non vincolante per il calcolo del prezzo. Solo il 28% sostiene un approccio obbligatorio. Inoltre, il 47% dei rispondenti alla domanda supporta linee guida nazionali. Sui contratti tipo, il 62,5% li considera utili, mentre il 28% li ritiene non necessari.

Questo indica un possibile compromesso. Per edifici e immobili commerciali, strumenti flessibili e modelli raccomandati potrebbero ridurre attriti senza imporre una regolazione uniforme. È una soluzione coerente con la natura locale delle trattative. Ma funzionerà solo se i modelli saranno abbastanza concreti da evitare interpretazioni elusive.

Il ruolo di Berec e la sfida dell’armonizzazione

La Commissione potrà emanare le linee guida in stretta cooperazione con Berec. Il fatto che 12 autorità nazionali abbiano partecipato alla consultazione per il Gigabit Infrastructure Act è significativo. Le Nra di Austria, Croazia, Cechia, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Slovenia, Spagna, Svezia e Norvegia hanno portato esperienze diverse.

Questa pluralità è un valore, ma anche una complicazione. Alcuni Paesi hanno già strumenti avanzati. La Spagna dispone di criteri pubblicati dalla Cnmc sulle controversie di accesso alle infrastrutture fisiche. La Francia ha modelli contrattuali non vincolanti per l’uso di infrastrutture di genio civile locali. L’Italia ha un quadro ampio nato dal recepimento della Bcrd, con un ruolo rilevante per Agcom e Infratel.

La sfida europea è trasformare queste esperienze in principi comuni senza cancellare le specificità nazionali. Il Gia non può sostituire ogni disciplina locale. Però può ridurre l’incertezza nei punti più sensibili: documentazione dei rifiuti, criteri di prezzo, accesso agli asset pubblici, tempi procedurali, modelli contrattuali e coordinamento tra amministrazioni.

Gigabit Infrastructure Act: una norma per il Digital Decade

Il valore del Gigabit Infrastructure Act va misurato sugli obiettivi del Digital Decade. L’Europa vuole connettività ad altissima capacità, copertura mobile evoluta e infrastrutture digitali più resilienti. Ma questi target richiedono una capacità esecutiva che spesso si gioca fuori dai grandi piani industriali. Si gioca nei permessi comunali. Nei tetti disponibili. Nei cavidotti accessibili. Nei contratti per i terreni. Nelle controversie risolte in tempi compatibili con gli investimenti. E nella possibilità di evitare duplicazioni inutili delle opere civili.

Il report della Commissione mostra che gli stakeholder non chiedono tutti la stessa cosa. Alcuni vogliono più regolazione, altri più mercato. Alcuni chiedono prezzi orientati ai costi, altri difendono il valore dei contratti commerciali. Molti, però, convergono su un punto: senza regole applicabili, verificabili e comprese dagli attori locali, l’accelerazione resterà parziale.

Per Bruxelles la linea guida sull’articolo 3 sarà quindi un test politico e industriale. Dovrà dare certezza senza irrigidire il mercato. Dovrà aprire gli asset pubblici senza trasformarli in fonte di contenzioso. Dovrà proteggere gli investimenti senza consentire prezzi o rifiuti tali da rallentare il rollout.

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