L’Italia ama raccontarsi come un Paese di talento, creatività e manifattura intelligente. E in parte lo è davvero. Ha costruito una parte importante della sua forza economica su un sapere pratico raffinato, su filiere produttive capaci di qualità, adattamento e specializzazione. Ma oggi il punto è un altro: nel mondo dell’intelligenza artificiale, del software avanzato, del supercalcolo e delle tecnologie quantistiche, il solo “saper fare” non basta più. Servono più competenze formali, più tecnici, più laureati, più ricerca applicata, più “capitale umano”.
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AI e quantum, l’Italia in deficit di capitale umano
Tra punte di eccellenza accademica e ritardi strutturali, il vero nodo italiano resta uno: senza una base molto più ampia di competenze diffuse, il Paese rischia di avere una strategia senza massa critica
Segretario generale, Quadrato della Radio

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