Ci ruberanno il lavoro!” frase sentita dire ogni volta che arriva una nuova tecnologia. Lo hanno detto quando sono arrivate le macchine a vapore, quando il computer ha fatto capolino negli uffici, e adesso lo dicono per l’intelligenza artificiale. È una paura antica, comprensibile, ma anche… un po’ ripetitiva, perché la storia insegna che il lavoro non scompare: cambia forma, cambia nome, cambia strumenti. E, quasi sempre, diventa più interessante.
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Un po’ storia
All’inizio del Novecento, le città erano piena di cocchieri, stallieri e maniscalchi. Il traffico era fatto di zoccoli, non di ruote. Poi arrivarono le automobili. “Una moda passeggera!”, dicevano i più scettici. “Un pericolo pubblico!”, gridavano i difensori dei cavalli e i produttori i biada e carreetti, ma in pochi anni le carrozze sparirono e con loro sparì un intero ecosistema economico, eppure, nessuna apocalisse del lavoro; ai cocchieri subentrarono autisti, meccanici, benzinai. Nacquero scuole di guida, assicurazioni, industrie di pneumatici. Insomma, il mondo del lavoro non finì: semplicemente cambiò strada (asfaltata) e, soprattutto, abbiamo dovuto imparare a guidare. Quando sono arrivate le automobili, non bastava più saper tenere le redini: serviva la patente, cioè la conoscenza del nuovo strumento. Ecco la lezione per oggi: con l’intelligenza artificiale stiamo di nuovo cambiando mezzo di trasporto, e dobbiamo prendere la nuova patente digitale — imparare a usare l’AI con consapevolezza, invece di temerla o lasciarla guidare da sola. È il classico esempio di come ogni rivoluzione tecnologica distrugga alcuni mestieri… ma ne crei molti di più. E se guardiamo oggi, nessuno direbbe che l’invenzione dell’auto sia stata una catastrofe per l’occupazione. Ha solo spostato il valore: dal cavallo alla macchina, dalla persona che tira le redini a quella che guida.
Negli anni Ottanta e Novanta si temeva la “fine della carta”. Segretariə, dattilografə, archivistə: tutti in ansia. Le email, si diceva, avrebbero distrutto le poste, internet avrebbe fatto chiudere i giornali, gli scanner avrebbero ucciso le fotocopiatrici. Oggi sappiamo com’è andata, scriviamo, leggiamo e stampiamo più che mai — ma in modo diverso; i giornalisti si sono trasformati in content creator, i fotografi in storyteller digitali, i grafici in designer dell’esperienza utente. E le poste? Sono diventate corrieri di pacchi online, non più di lettere. Amazon, in fondo, è un gigantesco ufficio postale 2.0. Certo, qualche lavoro è sparito ma ne sono nati molti altri: webmaster, sviluppatori, social media manager, esperti SEO… (mestieri che i nostri nonni non avrebbero saputo nemmeno pronunciare).
La digitalizzazione non ha cancellato l’occupazione ma ha spostato le competenze e chi ha imparato a usare i nuovi strumenti ha continuato a lavorare — e spesso meglio di prima.
E adesso?
E adesso eccoci qui. L’intelligenza artificiale generativa — ChatGPT, Copilot, Midjourney, per citarne alcune — ha scatenato la solita ondata di ansie. “Gli avvocati saranno sostituiti!”, “Gli insegnanti non serviranno più!”, “L’arte morirà!”. L’intelligenza artificiale è il nuovo spauracchio, ma non stiamo entrando in un film di fantascienza, stiamo solo assistendo a una nuova tappa della solita, eterna storia: le persone che inventano qualcosa per semplificarsi la vita… e poi si spaventano perché funziona davvero.
È vero: alcune attività cambieranno; le mansioni ripetitive e prevedibili (compilare moduli, scrivere report standard, classificare dati) possono essere automatizzate, ma questo non significa che spariranno gli esseri umani. Significa che potremo dedicarci a ciò che le macchine non sanno fare: pensare, scegliere, creare, empatizzare.
Un algoritmo può analizzare milioni di dati in un secondo, ma non può capire perché quei dati contano. Può tradurre testi, ma non sa scegliere quali parole toccano il cuore.
Può diagnosticare una malattia, ma non può dire al paziente: “Andrà tutto bene”.
L’intelligenza artificiale non sostituisce le persone: le amplifica; è un acceleratore, non un usurpatore. Un architetto con l’AI potrà progettare più in fretta; un medico potrà vedere correlazioni che sfuggono all’occhio umano; un insegnante potrà personalizzare l’apprendimento di ogni studente; la differenza la farà sempre l’essere umano che guida la tecnologia, non il contrario, anche perché le macchine non provano ansia da prestazione.
C’è anche un po’ di psicologia in tutto questo; ogni volta che appare qualcosa di sconosciuto, il cervello si difende: “Attenzione, potrei non essere più utile!”. È lo stesso istinto che ci spingeva a scappare da un rumore improvviso nella foresta. Solo che oggi il pericolo non è una tigre, ma un algoritmo. La paura, però, non è inutile perché ci spinge a reagire, a formarci, a capire e chi si blocca rimane indietro; chi esplora, invece, trova opportunità perché il lavoro del futuro non sarà “contro l’intelligenza artificiale”, ma “insieme con l’intelligenza artificiale”.
Pensiamo ai traduttori: un tempo temevano Google Translate, poi hanno imparato a usarlo come alleato. O ai giornalisti: oggi molti usano l’AI per cercare fonti, scrivere bozze, analizzare tendenze. Persino i programmatori — che all’inizio si sono sentiti minacciati — ora usano l’AI per scrivere codice più rapidamente, lasciando più tempo alla progettazione creativa. Le professioni cambiano nome, ma non sostanza. Si passa da “scrivere articoli” a “curare contenuti digitali”, da “fare contabilità” a “interpretare dati”, da “insegnare” a “facilitare l’apprendimento”… è un’evoluzione, non una cancellazione.
I numeri del World Economic Forum
Nella storia recente, ogni innovazione ha distrutto qualche mestiere ma ne ha creati molti altri. Ecco qualche numero su cui riflettere: secondo il World Economic Forum, l’intelligenza artificiale eliminerà circa 85 milioni di posti di lavoro entro pochi anni… ma ne creerà 97 milioni di nuovi. Il saldo è positivo, ma solo per chi è disposto a cambiare.
E qui arriva il nodo vero: non è la tecnologia a decidere il nostro destino, ma la formazione: serve imparare continuamente, aggiornarsi, sperimentare. Il “posto fisso” è un concetto superato — ma il “valore della persona” resta immutato; cambiano i mezzi, non il fine!
E poi non possiamo lasciare che il cambiamento avvenga “da solo”, serve una visione collettiva: formazione digitale accessibile a tutti, politiche di transizione occupazionale, educazione all’uso etico dell’intelligenza artificiale perché non si tratta solo di sopravvivere al cambiamento, ma di governarlo e come società, dobbiamo chiederci non “quali lavori spariranno”, ma “quali vogliamo creare” perché l’intelligenza artificiale, se gestita bene, può essere uno strumento di giustizia e inclusione, può abbattere barriere linguistiche e culturali, semplificare la burocrazia, migliorare l’accesso alla salute e all’educazione, non è quindi un mostro che ruba posti, ma un alleato che ne genera di nuovi.
Un futuro di possibilità
È facile lasciarsi prendere dal pessimismo, ma la storia ci mostra che ogni rivoluzione porta con sé nuove possibilità: le automobili hanno fatto nascere il turismo moderno, il digitale ha reso il sapere accessibile a chiunque, l’intelligenza artificiale, se usata con intelligenza (umana), può liberarci dalle attività ripetitive e restituirci tempo per pensare, creare, vivere meglio. La chiave è non delegare alla tecnologia la nostra responsabilità di scegliere e imparare; le macchine fanno ciò che insegniamo loro e il loro futuro (e il nostro) dipende da quanto saremo curiosi, critici, consapevoli. L’intelligenza artificiale potrà scrivere poesie, comporre sinfonie e dipingere ritratti. Ma non potrà mai desiderare farlo e non potrà mai sognare! Non ha passioni, non ha desideri, non ha paura di essere sostituita e forse è proprio questo che ci rende ancora insostituibili: la nostra imperfezione, la nostra curiosità, la nostra capacità di dare senso alle cose.
Il futuro del lavoro non sarà una gara tra uomini e macchine, ma una partnership tra intelligenze diverse proprio come l’automobile ha liberato i cavalli e il digitale ha liberato la carta, l’intelligenza artificiale può liberare noi — dal lavoro noioso, non dal lavoro stesso. Ogni rivoluzione fa paura, finché non impariamo a guidarla.











