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Internet & copyright, ecco pro e contro della delibera Agcom

Appelli, raccolta firme, e stasera un sit in contro le regole che l’Authority sta per varare a tutela del diritto d’autore. Ma quali sono le posizioni dell’industria e dei legislatori? Il Corriere delle Comunicazioni ha ospitato, nella sua sede, un dibattito fra i protagonisti della filiera. Ecco cosa hanno detto

05 Lug 2011

Come si tutela il diritto d’autore nell’era digitale senza che
questo si scontri con i diritti degli utenti? La delibera 668
dell’Agcom, sottoposta a consultazione pubblica, ha provato a
dare una risposta stimolando un acceso dibattito. Dibattito che
vede protagonisti gli stessi membri dell’Authority, divisi sulle
modalità di repressione della pirateria – chi pensa che sia
sufficiente un procedimento per via amministrativa e chi sottolinea
come la mancanza di un riconoscimento di un potere al tribunale
leda il principio del contraddittorio, garanzia prima del nostro
ordinamento giudiziario – i consumatori, preoccupati che il
rispetto delle nuove libertà civili cresciute nell’era del Web
non siano rispettate, e l’industria di settore per cui la
questione non si può confinare alla semplice regolamentazione.
Perché si sviluppi un forte mercato digitale è necessario puntare
sulla diffusione della banda larga così come su un aggiornamento
delle licenze. Di questo si è parlato al forum organizzato nella
sede del Corriere delle Comunicazioni che ha visto la
partecipazione dei commissari Agcom, Nicola D’Angelo e Stefano
Mannoni, dell’avvocato Fulvio Sarzana, del presidente della Fimi
Enzo Mazza e di Antonello Busetto, direttore Rapporti Istituzionali
di Csit.

FULVIO SARZANA
Mi sono opposto da subito alla delibera 668 Agcom sulla tutela del
copyright perché credo che il tema sia di pertinenza parlamentare
(e quindi non di competenza dell’Authority), dato che riguarda la
modifica di norme di carattere primario che devono tener conto
delle evoluzioni tecnologiche e dei nuovi modi di fruizione della
cultura. Entrando nel dettaglio, un punto che non mi convince in
alcun modo è l’eliminazione del ruolo della magistratura dal
procedimento, centrale invece in altre realtà, come quella
statunitense dove il “notice and take down” è deciso con
sentenza. Proprio la mancanza di un riconoscimento di un potere al
tribunale lede il principio del contraddittorio, garanzia prima del
nostro ordinamento giudiziario. Tutte queste obiezioni sono
presenti nel Libro Bianco sul copyright e diritti fondamentali
sulla rete internet predisposto da un gruppo di associazioni della
Rete. Esso non è, come hanno detto da più parti, un documento a
difesa della pirateria, ma semmai un tentativo di ispirare una
qualche alternativa alla delibera. Stando ad essa, l’Agcom
avrebbe il potere di chiudere – se italiani – o rendere
inaccessibili del tutto – se situati all’estero – i siti accusati
di violare il copyright. Un sito come Wikileaks, o come qualsiasi
piattaforma Ugc potrebbe dunque essere reso inaccessibile qualora
all’interno esso ospitasse anche file in violazione del diritto
d’autore. Questo perché è la definizione stessa di violazione
del copyright contenuta nella delibera che l’Agcom si appresta a
varare a essere troppo vaga, risolvendosi in realtà nella
possibilità di cancellare interi siti web privati e prestandosi
così a numerosi abusi contro la libertà di espressione in
Rete.

STEFANO MANNONI
L’avvocato Sarzana lamenta l’assenza di un ruolo adeguato per
la magistratura, citando gli Usa. Vorrei ricordargli che lì esiste
un sistema giudiziario molto diverso da quello italiano, con la
decisione che arriva in 24 ore. Una tempistica che nel nostro Paese
è impensabile come sa chiunque si occupi di giurisdizione. La
scelta di inibire il sito per via amministrativa è certamente la
via più veloce ed efficace per assicurare la tutela di chi –
come i produttori di contenuti – invoca da anni e inutilmente il
presidio della legalità. Circa la copertura normativa primaria del
nostro potere regolamentare è ampia, trattandosi di più fonti, e
non del solo Decreto Romani, che non dovrebbe essere giudicato
sempre e soltanto con le lenti della politica.

NICOLA D’ANGELO
Non mi convince la chiusura per via amministrativa dei siti
prevista nella delibera. Intanto non è chiaro il rapporto con il
procedimento penale. Se è reato e Agcom segnala alla Guardia di
Finanza , quest’ultima che fa, avvisa il giudice o fa
l’istruttoria per l’Autorità? Altro aspetto importante si
prevede un meccanismo che potenzialmente può ledere le nuove
libertà civili, cresciute assieme all’evolversi del Web. Il tema
del diritto d’autore, al pari di quello sulla web-TV non può
essere trattato con forme di intervento repressivo in via
amministrativa. Senza contare la possibilità tecnologica di
eludere questi provvedimenti, e bene ha fatto Calabrò nella sua
relazione a chiedere un intervento di regolazione sovranazionale.
Inoltre l’Agcom dovrebbe dotarsi di una struttura complessa che
attualmente non esiste.

STEFANO MANNONI
Non è vero in alcun modo che il provvedimento amministrativo
rappresenti una minaccia per i diritti fondamentali. Tanto per
cominciare, l’Italia ha esplicitamente ripudiato il modello
Hadopi, proprio perché non garantiva i diritti dell’utente. Il
nostro obbiettivo è più pragmatico, ossia l’oscuramento dei
siti che vivono di pirateria o la rimozione selettiva del materiale
illecito. Abbiamo immaginato precise garanzie procedurali, primo
fra tutti il principio del contraddittorio. L’Autorità, ricevuta
la segnalazione circostanziata della parte lesa, effettua una breve
verifica in dialettica con le parti. Con ciò intendo sottolineare
che non esiste alcuna volontà vessatoria rispetto alle cosiddette
libertà digitali, semmai l’esigenza di trovare un equilibrio tra
le prerogative degli utenti e il rispetto della legge e della
proprietà. In secondo luogo, non dimentichiamo il ruolo del
giudice amministrativo che potrà essere adito dalle parti. Una
cosa però vorrei che fosse chiaro: non c’è regolamentazione che
abbia un minimo senso, senza la possibilità di oscurare i siti
esteri che di pirateria prosperano. Accanirsi contro i soli siti
italiani sarebbe derisorio e inefficace. Credo che occorra anche
contestualizzare il tema del diritto d’autore all’interno del
dato macroeconomico, ovvero mettere a fuoco la crisi che a causa
del dilagare della pirateria attraversano le aziende produttrici e
distributrici di contenuti. È pensabile lasciare che vada in
malora un settore come il videonoleggio che occupa decine di
migliaia di persone?

ANTONELLO BUSETTO
Come ricordato dal commissario Mannoni la questione della crisi del
settore è importante. Ecco perché Confindustria Servizi
Innovativi e Tecnologici crede che la questione del copyright vada
affrontata con un approccio complessivo che, partendo dalla
normativa in senso stretto consideri tutto il contesto digitale.
Esiste una stretta connessione tra la tutela del diritto d’autore
digitale e lo sviluppo della rete e un’infrastruttura efficiente
è alla base del decollo del mercato dei contenuti legali, il cui
business va ad impattare positivamente anche sugli investimenti nei
nuovi network. Cosa che invece non garantiscono il peer to peer o
il download illegali che sfruttano un bene prezioso quale è la
banda. Detto questo, la Federazione, che ha partecipato alle
consultazioni ed alla successive audizioni promosse dall’Agcom
sulla materia, ritiene che la delibera Agcom, verificata la
compatibilità con l’attuale quadro normativo, rappresenti un
modello di tutela più equilibrato – e per questo più efficace
– rispetto all’Hadopi francese e sostiene l’utilità degli
interventi, anche a carattere normativo, finalizzati a tutelare gli
interessi delle imprese associate considerando l’importanza
culturale ed economica della proprietà intellettuale (in
particolare di opere audiovisive e software) e degli investimenti
in tecnologie, infrastrutture e professionalità della filiera
produttiva dell’Information, Communication and Media Technology
come requisiti indispensabili per consentire la creazione del
valore, la creatività e la diffusione nel mercato dei contenuti
digitali. Csit condivide in particolare l’ipotesi di operare in
maniera pressoché automatica purché gli automatismi da adottare
vengano messi a punto insieme agli operatori interessati per
massimizzarne l’efficacia, limitare i costi e corrispondere alle
responsabilità dei soggetti interessati, come previsto in
particolare dal decreto legislativo n. 70 del 2003 che esenta gli
Internet Service Provider in assenza di consapevolezza dello
sfruttamento illecito dei contenuti.

ENZO MAZZA
Noi siamo d’accordo con l’approccio auspicato da Csit. È
necessario lavorare sulla banda larga e sulla diffusione delle
nuove reti che sono la testa d’ariete dei contenuti digitali
legali: per ogni punto percentuale in più di banda larga il
mercato musicale cresce del 2%. Si tratta di un settore dove il
modello di business è cambiato più velocemente. Prima c’è
stato iTunes a fare da apripista; e ora Apple inaugura una nuova
era aprendo alla cloud music con il servizio iCloud. Esistono,
dunque, già soluzioni di fruizione legale dei contenuti digitali.
Ma in Italia non decollano: gli utenti non le utilizzano perché
c’è un fortissimo mercato illegale che impedisce a quello legale
di generare un fatturato tale da garantire il ritorno degli
investimenti, sia dei produttori ”classici” sia di altri
operatori (le telco, la Gdo), che iniziano a muovere i primi passi.
In un contesto siffatto è certamente auspicabile che, nel tempo,
si aggiorni la legge sul diritto d’autore con un iter
parlamentare, ma nel frattempo serve un intervento di emergenza che
salvi l’industria musicale italiana: ogni trimestre registra un
-20% di fatturato ed è costretta a lasciare a casa i dipendenti.
Allora va sgombrato il campo da falsi ideologismi e si deve
guardare ai fatti: la delibera Agcom rappresenta un modello
equilibrato tra rispetto dei diritti degli utenti e salvaguardia
del settore. In particolar modo, ci convince la possibilità di
rimozione selettiva dei contenuti illegali da un sito (previo
contraddittorio) e il blocco della piattaforma in caso di operatore
non collaborativo, i cui server sono quasi sempre localizzati
all’estero. Si tratta – ripeto – di interventi “di
minima” necessari senza i quali si darebbe la stura al dilagare
dell’illegalità.

FULVIO SARZANA
Il settore musicale ha sicuramente fatto grandi passi in avanti per
quel che riguarda l’offerta legale – penso ad iTunes o anche ad
altre piattaforme recentemente lanciate, sempre da Apple, come
iCloud – ma negli altri comparti, quello cinematografico in
primis, si pretende ancora di far valere un sistema, che va dal
copyright alle finestre di programmazione, non più efficace
nell’era digitale. E poi, ogni intervento che voglia dirsi
efficace nel tempo deve partire dalla comprensione del reale
impatto della pirateria: se si stima eccessivamente il fenomeno a
monte, la contromisura a valle sarà sproporzionata. Il polso reale
della situazione lo danno i numeri. I dati diffusi da agenzie
governative, come quella olandese, dicono che chi scarica è spesso
il miglior acquirente dei beni nei circuiti legali, con una
tendenza al consumo più elevata della media; i numeri dicono pure
che nel 2010 si è registrato il record assoluto di incasso nelle
sale cinematografiche.

ENZO MAZZA
Spiace dirlo, ma le posizioni espresse da Sarzana non favoriscono
in alcun modo lo sviluppo dell’economia digitale. Ciò che lui
dice fa invece agio a società come Google e Facebook che hanno
interesse a che la Rete non sia regolata per trarne più ampi
margini manovra e non dover giustificare il loro rifiuto di
investire sulle infrastrutture.

FULVIO SARZANA
Mi preme ricordare che l’economia digitale italiana non soffre
solo per un difetto di natura infrastrutturale ma anche normativo.
Da noi il quadro legislativo non è al passo con i tempi: manca ad
esempio una regola sul “fair use” che riconosca l’uso
amatoriale di un contenuto come forma legale di utilizzo del
contenuto stesso. Una modifica, questa, che potrebbe giustificare
in parte anche modalità di enforcement più puntuali.

NICOLA D’ANGELO
Concordo sulla necessità di lavorare all’elaborazione di offerte
per musica e video che favoriscano un uso legale dei contenuti,
pensando ad esempio di rivedere il sistema delle licenze verso
forme condivise. Ma credo anche che i provvedimenti adottati in
tema di copyright digitale e, più in generale, delle Rete, siano
affetti da un vizio di fondo, ovvero quello di essere partiti e
mutuati dal settore televisivo.
Si è cioè pensato di adottare per Internet lo stesso modello
regolatorio previsto per le televisioni, non tenendo conto che il
Web per sua natura possiede una dimensione sociale e politica che
altri media non hanno e che va protetta. Ecco perché credo sia
fondamentale rivedere l’assetto normativo primario e portare in
Parlamento tale questione.
A questo punto, credo che sia fondamentale riaprire il dibattito in
materia con l’obiettivo di studiare regole il più possibile
condivise, su cui si ritrovi il consenso delle istituzioni, del
mercato e dei consumatori. Serve, insomma, dare vita a nuovi tavoli
di lavoro dove affrontare le questioni più spinose con
l’obiettivo di elaborare un nuovo sistema normativo che rispetti
il diritto d’autore e insieme le nuove libertà dei cittadini
esercitata attraverso la rete .
Un sistema realmente funzionante che non si impantani tra l’altro
in corsi e ri-corsi davanti al Tar e al Consiglio di Stato, come
rischia di accadere a questo tipo di regolamentazione.

ANTONELLO BUSETTO
Csit ritiene necessario un aggiornamento della normativa sulla
tutela del diritto d’autore, riconosciuta peraltro anche da Agcom
e Antitrust; l’informazione e la sensibilizzazione degli utenti
verso la fruizione legale dei contenuti digitali da portare avanti
anche con la scuola; l’ampliamento del mercato dei contenuti
on-line nell’ambito di modelli di business orientati ai
desiderata della domanda.
Quest’ultimo ci sembra un punto particolarmente importante
perché, come affermato dal presidente Calabrò in occasione della
relazione annuale dell’Autorità, nei Paesi dove la banda larga
è più sviluppata come Olanda, Germania e Regno Unito, è minore
la pirateria e conveniente un’offerta legale competitiva.
Purtroppo questa è una priorità che in Italia deve fare i conti
con la scarsa diffusione delle applicazioni e dei servizi Internet
presso i cittadini utenti.
Secondo il Rapporto Analysys Mason presentato recentemente da
Asstel, in Italia abbiamo, su rete fissa, una penetrazione del 54%
delle famiglie a fronte del 78% in Francia, 72% in Uk 65% in
Germania. Il ritardo non è ascrivibile alle infrastrutture la cui
copertura è del 91,6% ma piuttosto a fattori di natura sociale e
culturale: oltre il 40% degli italiani non ha mai usato un Pc
quando in Uk solo il 10% ha una scarsa alfabetizzazione
informatica.
Anche Assinform, nel suo Rapporto 2010, a fronte di una repentina
crescita del mercato dei contenuti digitali a seguito di
un’offerta e una fruizione “smart” e della diffusione delle
apparecchiature di nuova generazione, evidenzia una flessione del
2,5% nel mercato Ict che scende a 60,23 mld di euro (già nel 2009
la perdita era stata del 4,2%) e la contrazione maggiore 3% si è
avuta nel comparto software e servizi. Come si vede quindi il
contesto di riferimento non è incoraggiante e speriamo che
l’iniziativa dell’Autorità possa avere risultati positivi per
le imprese anche nell’ambito del Tavolo Tecnico che dovrà
monitorare l’evoluzione tecnologica e del mercato.
Sono molteplici infatti le novità che caratterizzeranno gli
scenari futuri. L’avvento della Cloud Economy, le Web
application, la realtà virtuale, il 3D, i pagamenti elettronici,
internet delle cose, aprono prospettive digitali tutte da scoprire
dove i contenuti sempre più vari e ad alto livello qualitativo
saranno una componente determinate per gli sviluppi futuri verso un
“Content as a service”. Con una progressiva trasformazione dei
mezzi utilizzati e delle forme di fruizione molto potenti
serviranno anche nuove idee per risolvere i problemi di privacy e
di tutela dei diritti d’autore. Scenari innovativi quindi, nuovi
equilibri e nuove regole che sappiano coniugare diritti e doveri,
garantendo gli opportuni ritorni agli operatori del mercato e le
necessarie tutele ai cittadini digitali.