Il Cloud sovrano Ue è diventato uno dei concetti più ricorrenti nel dibattito europeo su difesa, sicurezza e autonomia strategica. Tuttavia, dietro una formula sempre più usata nei documenti politici e nei programmi di investimento, si nasconde una realtà più complessa. A metterla in evidenza è un nuovo report del Future of Technology Institute (Foti), che analizza per la prima volta in modo sistematico le infrastrutture cloud utilizzate dai Ministeri della Difesa europei, mostrando come la sovranità digitale resti, nella maggior parte dei casi, ancora incompleta.
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Un’analisi senza precedenti sulle infrastrutture militari
Lo studio prende in esame 28 Paesi europei, Unione europea più Regno Unito, incrociando dati di procurement pubblico, comunicazioni ufficiali e fonti aperte. Il risultato è una mappa dettagliata delle architetture digitali che sostengono funzioni critiche delle forze armate, dalla logistica alla gestione del personale, fino ai sistemi di comando e controllo.
Secondo il Foti, 23 Paesi su 28 fanno affidamento, direttamente o indirettamente, su tecnologie cloud riconducibili a grandi fornitori statunitensi. In 16 casi il livello di esposizione viene classificato come alto, mentre solo l’Austria appare aver costruito soluzioni considerate pienamente sovrane.
Quando la sovranità si ferma ai confini dei dati
Uno degli aspetti centrali del report riguarda la definizione stessa di Cloud sovrano Ue. Nella pratica, la sovranità viene spesso fatta coincidere con la localizzazione dei dati sul territorio europeo. Tuttavia, spiega il Foti, il controllo reale di un’infrastruttura cloud non si esaurisce nel luogo fisico dei server.
Software, sistemi operativi, aggiornamenti, patch di sicurezza e servizi di manutenzione restano spesso nelle mani di fornitori soggetti a giurisdizioni extraeuropee. Anche le soluzioni presentate come “sovrane” continuano così a dipendere, sul piano tecnologico e legale, da attori esterni all’Unione.
Il peso dei grandi hyperscaler
L’analisi dei contratti pubblici evidenzia il ruolo dominante di Microsoft, presente in 19 partnership con amministrazioni della difesa europee. Google e Oracle seguono, spesso all’interno di strategie multi‑cloud che puntano a ridurre il rischio di dipendenza da un singolo fornitore, senza però eliminarlo del tutto.
In molti casi, il contraente diretto è un’azienda europea. Tuttavia, l’infrastruttura sottostante poggia su tecnologie statunitensi, creando dipendenze indirette difficili da individuare e da governare. Secondo il report, questa complessità rende poco trasparente il reale livello di autonomia dei sistemi adottati.
Il caso italiano tra governance nazionale e tecnologia estera
L’Italia rientra tra i Paesi classificati a rischio medio. Negli ultimi anni, il Ministero della Difesa ha migrato numerosi sistemi verso il Polo Strategico Nazionale, presentato come pilastro del Cloud sovrano Ue. Il report osserva però che il Psn utilizza tecnologie Google Assured Workload e Oracle Alloy.
La governance resta in mano pubblica, ma la base tecnologica continua a dipendere da fornitori statunitensi. Una configurazione che riduce l’esposizione diretta, senza eliminarla del tutto. Il caso italiano diventa così emblematico dello scarto tra obiettivo politico e realtà industriale.
Dalla dipendenza tecnologica al rischio strategico
Il report colloca queste evidenze in un contesto geopolitico più ampio. Negli ultimi anni, diversi episodi hanno mostrato come l’accesso a servizi digitali possa essere influenzato da decisioni politiche, sanzioni o cambiamenti nelle relazioni internazionali. In questo scenario, la dipendenza da infrastrutture extraeuropee non rappresenta solo un tema industriale, ma una vulnerabilità strategica.
“I leader europei della difesa non possono più permettersi di ignorare il rischio di un cloud kill switch – afferma Cori Crider, direttrice esecutiva del Foti -. L’architettura cloud militare europea è un punto di strozzatura critico”.
Un problema anche economico
Oltre al profilo di sicurezza, il Cloud sovrano Ue ha una forte dimensione economica. I contratti cloud per la difesa valgono miliardi di euro e generano margini elevati per i fornitori. Allo stesso tempo, l’Unione europea ha aumentato la spesa militare fino a 381 miliardi di euro nel 2025, aprendo una finestra di opportunità per rafforzare l’industria tecnologica continentale.
Per Tobias B. Bacherle, senior lead del Foti in Germania, “l’infrastruttura cloud deve essere trattata come un pilastro della strategia di difesa europea. Le decisioni di oggi plasmeranno l’autonomia strategica del continente per decenni”.
Le soluzioni proposte dal report
Il valore dello studio non si limita alla diagnosi. Il Foti delinea un percorso graduale per ridurre le dipendenze più critiche. Al centro ci sono audit sistematici delle infrastrutture digitali, per individuare i sistemi davvero strategici, e una revisione delle regole di procurement, orientata a privilegiare fornitori sotto controllo europeo.
Il report non suggerisce una rottura immediata con le tecnologie statunitensi. Al contrario, propone migrazioni progressive, a partire dai sistemi più sensibili, e un orizzonte temporale realistico, indicato intorno al 2030. Un ruolo chiave spetta anche agli investimenti pubblici in cloud europei e software open source, considerati leve essenziali per costruire alternative industriali credibili.
Un progetto ancora in costruzione
Nel complesso, il Cloud sovrano Ue emerge dal report come un obiettivo politico‑industriale, più che come una realtà già compiuta. La distanza tra narrativa e infrastruttura resta ampia. Ignorarla significa accettare una vulnerabilità strutturale in un settore, quello della difesa, sempre più dipendente dal digitale.
Il messaggio finale del Foti è chiaro. La sovranità non si misura solo in data center localizzati in Europa, ma nel controllo effettivo della tecnologia, delle decisioni operative e della continuità dei servizi.






