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Geopolitica dell’AI: così il “nuovo sistema operativo globale” ridisegna telco, energia e potere



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Dalla competizione Usa-Cina alla sovranità tecnologica europea, passando per infrastrutture, standard e difesa: perché l’AI è diventata l’asse strategico del XXI secolo. L’analisi del JPMorganChase Center for Geopolitics

Pubblicato il 7 gen 2026



Geopolitica dell’intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia abilitante. È diventata il nuovo sistema operativo globale, una piattaforma invisibile ma pervasiva che ridefinisce catene del valore, rapporti di forza geopolitici, modelli industriali e assetti di sicurezza. È questa la chiave di lettura che emerge dal report “The Geopolitics of AI: Decoding the New Global Operating System” del JPMorganChase Center for Geopolitics, che fotografa un mondo entrato in una fase di competizione strutturale sull’AI, paragonabile per impatto alle grandi rivoluzioni industriali.

Nel giro di pochi anni, l’AI ha smesso di essere un tema per addetti ai lavori. Dati, modelli, chip, reti, data center ed energia sono diventati asset strategici, al centro di scelte politiche e industriali che coinvolgono governi, big tech, telco, operatori energetici e investitori sovrani. Il risultato è un ecosistema sempre più frammentato, dove l’innovazione corre insieme alla competizione e la cooperazione internazionale fatica a tenere il passo.

Cina e Stati Uniti, due modelli opposti di potere tecnologico

Il cuore della nuova geopolitica dell’intelligenza artificiale resta lo scontro sistemico tra Stati Uniti e Cina. Washington e Pechino dominano la scena, ma seguendo traiettorie profondamente divergenti. Gli Stati Uniti puntano su un modello trainato dal settore privato, sull’eccellenza dei modelli di frontiera, su un’enorme capacità di attrarre capitali e talenti e su una crescente integrazione tra AI e apparato militare. La Cina, al contrario, sta costruendo un ecosistema fortemente guidato dallo Stato, orientato alla autosufficienza tecnologica, alla diffusione di massa dell’AI e alla promozione di soluzioni open source a basso costo.

Pechino investe lungo tutta la filiera, dai semiconduttori alle piattaforme software, passando per data center e reti energetiche. L’obiettivo è ridurre la dipendenza dall’estero e creare un sistema AI “end-to-end” controllabile a livello nazionale, capace di sostenere sia la crescita economica sia le ambizioni di sicurezza. La spinta sulla diffusione è centrale: l’AI non deve essere solo avanzata, ma ovunque, integrata in industria, sanità, servizi pubblici e mobilità.

Gli Stati Uniti, invece, mantengono un vantaggio netto nei modelli più avanzati, nel capitale privato e nella capacità di scalare rapidamente l’innovazione. Ma questo primato si accompagna a tensioni crescenti: export control sui chip, incertezza commerciale, colli di bottiglia energetici e un dibattito interno sempre più polarizzato su quanto e come “esportare” l’AI americana nel mondo senza rafforzare i rivali strategici.

Sovranità tecnologica e frammentazione degli standard

Accanto al duopolio Usa-Cina, cresce il numero di Paesi che rivendicano una propria sovranità tecnologica. L’Europa è l’esempio più emblematico, con una strategia che combina regolazione, investimenti pubblici e ambizione industriale. L’AI Act rappresenta il tentativo più avanzato di definire regole comuni, basate su un approccio al rischio, che potrebbero trasformarsi in uno standard globale di fatto.

Bruxelles punta a ridurre la dipendenza dalle piattaforme extraeuropee, rafforzando infrastrutture di calcolo, accesso ai dati e capacità industriali. Ma la strada è complessa. La regolazione corre spesso più veloce dell’innovazione, e il rischio è quello di frenare la competitività proprio mentre Stati Uniti e Cina accelerano. Le tensioni transatlantiche sulle norme digitali e sugli standard AI mostrano come la governance tecnologica sia ormai un terreno di scontro geopolitico.

In questo scenario, anche le telco giocano un ruolo cruciale. Le reti sono l’infrastruttura nervosa dell’AI, indispensabili per connettere data center, edge computing e applicazioni industriali. La frammentazione normativa e tecnologica rischia di tradursi in costi più alti, complessità operative e minore interoperabilità per gli operatori globali.

Energia e chip, i nuovi colli di bottiglia dell’AI

Se i dati sono il carburante dell’intelligenza artificiale, energia e hardware ne sono i veri colli di bottiglia strategici. Addestrare e far funzionare modelli sempre più potenti richiede quantità crescenti di elettricità e semiconduttori avanzati. Non è un caso che la geopolitica dell’AI si intrecci sempre più con quella dell’energia e delle materie prime critiche.

La Cina ha investito per anni in capacità energetica abbondante e diversificata, costruendo margini di riserva che oggi le consentono di pianificare data center e supercomputer su larga scala. Gli Stati Uniti, al contrario, devono fare i conti con reti elettriche frammentate, iter autorizzativi lenti e una domanda che cresce più velocemente dell’offerta. Il rischio non riguarda solo l’AI, ma l’intero sviluppo industriale legato al digitale.

Sul fronte dei chip, le restrizioni all’export e la concentrazione della produzione rendono la filiera estremamente vulnerabile. Per le telco e per chi costruisce infrastrutture digitali, questo significa confrontarsi con un mercato sempre più politicizzato, dove disponibilità e costi dell’hardware non dipendono solo da dinamiche industriali, ma da decisioni strategiche dei governi.

Medio Oriente, capitale ed energia al servizio dell’AI globale

Un attore emergente in questa partita è il Medio Oriente. Grazie all’abbondanza energetica e ai fondi sovrani, Paesi come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti stanno investendo massicciamente in data center, infrastrutture AI e partnership con i big tech occidentali. L’obiettivo è duplice: diversificare economie ancora dipendenti dagli idrocarburi e ritagliarsi un ruolo centrale nella nuova geografia digitale globale.

Questi investimenti stanno ridisegnando le mappe dei flussi di capitale e delle infrastrutture, creando nuovi hub regionali per il calcolo ad alte prestazioni. Per le telco e gli operatori globali, il Medio Oriente diventa così un nodo strategico per la connettività, la latenza e la resilienza delle reti, ma anche un terreno delicato dal punto di vista degli equilibri geopolitici tra Stati Uniti, Cina ed Europa.


AI, difesa e sicurezza: il nuovo dominio strategico

Uno degli aspetti più sensibili della geopolitica dell’intelligenza artificiale riguarda la difesa. L’AI sta trasformando dottrina militare, deterrenza e capacità operative, riducendo tempi decisionali e abilitando sistemi autonomi sempre più sofisticati. Chi riuscirà a integrare più rapidamente l’AI nelle proprie forze armate avrà un vantaggio decisivo sul campo di battaglia.

Questo rafforza il legame tra industria tecnologica, telco e apparati di sicurezza nazionale. Le reti di comunicazione, la resilienza delle infrastrutture digitali e la protezione dei dati diventano elementi centrali della sicurezza collettiva. Non a caso, molte delle scelte su standard, fornitori e architetture di rete vengono ormai valutate anche in chiave strategico-militare.

L’AI come infrastruttura del XXI secolo

La vera posta in gioco non è solo chi svilupperà i modelli migliori, ma chi controllerà l’infrastruttura su cui girerà l’economia digitale del futuro. L’intelligenza artificiale sta assumendo il ruolo di una infrastruttura di base, come lo sono state l’elettricità o Internet. In questo contesto, neutralità tecnologica e libero mercato lasciano spazio a logiche di blocco, alleanze e scelte selettive.

Per il mondo telco, questa trasformazione è insieme una sfida e un’opportunità. Le reti diventano piattaforme strategiche per l’AI, ma richiedono investimenti, visione industriale e una capacità di dialogo costante con i decisori pubblici. Comprendere la geopolitica dell’AI non è più un esercizio teorico: è una condizione necessaria per restare competitivi in un mercato globale sempre più instabile e interconnesso.

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