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Lunar economy, nuovo orizzonte (a lungo termine) per le Tlc



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Dopo i ritardi di Artemis e la cancellazione di Lunar Gateway il Commercial Lunar Payload Services della Nasa è l’opportunità maggiore per i privati che vogliono entrare nella nascente economia lunare. Ma i tempi sono incerti e il rischio di concentrazione nelle mani di pochi governi e big tech è reale. Quale ruolo per l’Europa e l’Italia?

Pubblicato il Aug 13, 2026



Analysys Mason Lunar economy
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Punti chiave

  • Dopo Artemis II della NASA la rinnovata attenzione verso la Luna mostra 116 missioni pianificate (64 governative), secondo Analysys Mason.
  • I ritardi e i cambi al programma Artemis, la cancellazione del Lunar Gateway e l’incertezza sull’HLS (dipendenza da Starship, SpaceX, Blue Origin) rinviano molte attività agli anni 2030.
  • Il mercato resta guidato da governi, ma il settore commerciale (soprattutto USA) cresce via CLPS; rischi politici e concorrenza di Cina/Russia con l’ILRS aumentano l’incertezza.
Riassunto generato con AI


La Luna può diventare il prossimo livello della space economy e segnare l’inizio di un nuovo ecosistema delle telecomunicazioni che integra servizi terrestri e spaziali. Quella che si configura come una vera e propria Lunar economy sta prendendo corpo dopo la missione Artemis II, guidata dalla Nasa, nell’aprile del 2026, che ha segnato il primo sorvolo lunare dell’umanità dal 1972.

Questa rinnovata attività ha intensificato l’attenzione sulle opportunità offerte dal nascente mercato lunare, trainato principalmente dai finanziamenti governativi e supportato da un crescente coinvolgimento di operatori commerciali. Tuttavia, i guadagni non sono dietro le porte. I ritardi del programma Artemis e le modifiche alla sua architettura stanno sempre più posticipando le attività lunari su larga scala agli anni 2030. La Lunar economy non è un settore per aziende che cercano la crescita a breve termine e, soprattutto, potrebbe diventare un’industria fortemente concentrata nelle mani di pochi governi e imprese.

Lunar economy, nuovo orizzonte per le Tlc

Il rapporto “Lunar missions: trends and analysis 2026–2035” di Analysys Mason individua 116 missioni pianificate per il prossimo decennio, di cui 64 a guida governativa. Il mercato lunare è in gran parte guidato dai governi; anche molte missioni commerciali prevedono che il governo sia un cliente diretto o indiretto.

Tuttavia, l’attività commerciale è in espansione, in particolare negli Stati Uniti, dove le aziende stanno sfruttando programmi come il Commercial Lunar Payload Services (CLPS) per finanziare dimostrazioni tecnologiche, con l’obiettivo di raggiungere la redditività commerciale a lungo termine.

Ciò apre potenzialmente opportunità anche alle telco. Le comunicazioni saranno un’infrastruttura fondamentale. Una base lunare avrà bisogno di collegamenti affidabili tra superficie, orbita lunare e Terra: navigazione, telemetria, voce/video, dati scientifici, controllo dei rover ecc. Non necessariamente tutto sarà costruito e gestito dalla Nasa: sempre più elementi della catena possono essere forniti da aziende private, analogamente a quanto è successo nell’orbita terrestre.

Il punto interessante dell’economia lunare è proprio la value chain: chi controlla connettività, satelliti e repeater, segmenti di terra, servizi di navigazione e infrastruttura dati potrebbe avere una posizione strategica nella Lunar economy.

Le incertezze e gli interessi geopolitici

Ma il mercato non è ancora un business maturo. Il rischio è che le previsioni sulla domanda lunare siano molto più avanti rispetto alla reale capacità di portare persone, cargo e infrastrutture sulla Luna. In più, il settore rischia di diventare un nuovo terreno di competizione strategica tra nazioni rivali.

Gran parte delle aspettative sulla Lunar economy si basano sul presupposto che il programma Artemis proceda sostanzialmente come previsto. In origine, le sue missioni erano allineate con il Lunar Gateway, il piano a lungo termine della Nasa per la costruzione di una stazione spaziale in orbita lunare entro i primi anni del 2030. Tuttavia, i continui ritardi, l’incertezza sui finanziamenti e alla fine la stessa cancellazione del Lunar Gateway, stanno minando la fiducia nelle tempistiche. Una grande parte delle missioni relative a infrastrutture, trasporti e ricerca scientifica è prevista per le fasi successive al 2030 del programma.

Al momento Artemis III è programmato per la metà del 2027, ma verrà ridimensionato per consentire la sperimentazione dei lander commerciali di SpaceX e Blue Origin. Inoltre, un allunaggio con equipaggio è previsto solo con Artemis IV, ufficialmente programmato per l’inizio del 2028, con missioni successive a cadenza approssimativamente annuale.

SpaceX e Blue Origin dettano i tempi

Un programma che preveda missioni successive sulla superficie lunare garantirebbe agli operatori e ai partner la sicurezza necessaria per pianificare le proprie strategie. Tuttavia, fa notare ancora Analysys Mason, la tempistica è a rischio perché nessuno dei prototipi commerciali dell’HLS (Human Landing System) in fase di sviluppo da parte di SpaceX e Blue Origin è pronto.

L’HLS di Starship di SpaceX dipende da un’infrastruttura di rifornimento in orbita non ancora collaudata e dal successo dello sviluppo del razzo Starship.

Per mantenere il programma nei tempi previsti, la Nasa ha già ridotto le ambizioni di Artemis III a una missione in orbita terrestre bassa (Leo), eliminando il rifornimento, ma questa capacità deve comunque essere dimostrata prima di Artemis IV.

Anche Blue Origin è sotto pressione a seguito della recente esplosione durante un test di lancio a New Glenn, che ha danneggiato la sua unica piattaforma di lancio e ha bloccato a terra il veicolo necessario per la validazione dei suoi lander Blue Moon. La capacità dell’azienda di rispettare le tempistiche del programma Artemis è in dubbio.

La competizione degli Usa con Cina e Russia

Al tempo stesso, la cancellazione dei piani per il Lunar Gateway ha permesso alla Nasa di reindirizzare gli investimenti verso lo sviluppo di un’architettura per una base lunare entro il 2032. Questo cambiamento apre nuove opportunità e contratti, ma una drastica modifica dei piani comporta anche nuovi costi e crea il potenziale per ulteriori ritardi.

L’incertezza politica è un altro fattore di rischio: la direzione del programma Artemis continua a evolversi in risposta alle priorità politiche. Gli Stati Uniti stanno rispondendo alla concorrenza di Cina e Russia, il cui programma International Lunar Research Station (ILRS) viene sviluppato in parallelo con il programma lunare statunitense. Di fatto, il Nord America rappresenta solo circa la metà delle missioni lunari previste per il prossimo decennio.

Commercial Lunar Payload Services, le opportunità

Per le aziende, quindi, il mercato lunare rappresenta un’opportunità significativa ma difficile da monetizzare nel breve periodo e il programma Commercial Lunar Payload Services (CLPS) rimane il principale punto di ingresso per nuovi attori commerciali.

I piani della Nasa prevedono un investimento di almeno 10 miliardi di dollari per ciascuna delle tre fasi del programma: Apprendimento, Test e Costruzione (2026-2029), Abitazione Precoce (2029-2032) e Operazioni Permanenti (2032+). Le opportunità spaziano dai trasporti alle comunicazioni, dal posizionamento alla navigazione e alla sincronizzazione (PNT), fino ad aree emergenti come l’utilizzo delle risorse e l’abitabilità.

Il CLPS, istituito nel 2018, consente alla Nasa di acquisire servizi di consegna di carichi utili da fornitori commerciali con una supervisione ridotta e una maggiore tolleranza al rischio. Ha già supportato missioni di Intuitive Machines, Astrobotic e Firefly Aerospace e include 13 aziende idonee. La Nasa prevede di aumentare i finanziamenti per il programma CLPS da 2,6 miliardi di dollari a 4,2 miliardi di dollari, di cui 1,6 miliardi da stanziare entro i prossimi due anni, prima della scadenza dell’attuale contratto nel 2028. Si prevede che un successivo programma, denominato “CLPS 2.0”, amplierà ulteriormente i finanziamenti.

Tuttavia, la maggior parte delle missioni pianificate rimane di piccole dimensioni o unica, il che limita il potenziale di guadagno, secondo Analysys Mason. Gli elevati tassi di fallimento (dimostrati dalle precedenti missioni CLPS) aumentano ulteriormente il rischio, così come la dipendenza dai finanziamenti della Nasa.

Lunar economy, sfide e strategie degli Usa

Anche la sfida logistica è significativa a livello di sistema. Lo sviluppo di basi lunari richiederà rifornimenti di carburante in orbita di routine e il trasporto di grandi quantità di merci in orbita, capacità che non sono ancora state dimostrate. La capacità di lancio è già sotto pressione a causa della più ampia domanda di infrastrutture spaziali.

L’architettura di Artemis è strutturalmente dipendente da Starship come principale strumento per la logistica lunare ad alto volume”, scrive Analysys Mason. “La sua capacità di carico utile lo rende un elemento cruciale per la logistica lunare su larga scala, e i ritardi nel suo sviluppo stanno già posticipando ulteriormente le tempistiche. Ciò alimenta l’incertezza sull’intero mercato lunare”.

Anche le condizioni di investimento sono difficili, sottolineano gli analisti.

“La dipendenza dalla Nasa rimane una preoccupazione, soprattutto perché l’agenzia sta mostrando segnali di riconsiderazione di alcuni elementi del suo approccio incentrato sul mercato commerciale”, afferma Analysys Mason. “I ritardi del programma si traducono direttamente in rischi di finanziamento e perdite di fatturato per le aziende focalizzate esclusivamente sul mercato lunare”.

Il mercato punta ai servizi Leo e alla Difesa

Di conseguenza, le aziende si stanno diversificando in mercati adiacenti. Molte si stanno espandendo nei servizi Leo, come il trasporto e la manutenzione in orbita, o puntano alla domanda della difesa dove esiste una sovrapposizione tecnologica. Questi operatori stanno adattando le tecnologie sviluppate per applicazioni lunari a casi d’uso più ampi, tra cui la robotica e l’utilizzo delle risorse.

“È probabile che la Lunar economy si sviluppi più lentamente e sia più concentrato di quanto previsto in precedenza”, conclude Analysys Mason. “La domanda governativa continuerà a dominare e la concorrenza per i contratti si intensificherà. Le opportunità commerciali persisteranno, ma saranno più strutturate e limitate. La sfida principale per le parti interessate sarà la gestione del periodo di transizione. Il successo dipenderà dal trovare un equilibrio tra il posizionamento di mercato a lungo termine e la redditività commerciale a breve termine”.

La Luna e l’Ai nelle strategie di SpaceX

Nei giorni scorsi, in vista della sua quotazione in Borsa, SpaceX ha reso noto i suoi dati finanziari, inviati alla Sec come documenti preliminari all’Ipo che servono da prospetto per gli investitori. Sono emersi così numeri e modelli del busines dell’azienda dello spazio di Elon Musk: SpaceX ha registrato un fatturato di 18,7 miliardi di dollari nel 2025, con Starlink come principale motore di crescita. Nonostante gli elevati ricavi, SpaceX è comunque in perdita: la perdita netta nel 2025 è stata di 4,9 miliardi di dollari, mentre la perdita operativa è stata di 2,6 miliardi di dollari. L’Ebitda rettificato si è attestato a 6,6 miliardi di dollari.

SpaceX ha delineato una serie di strategie di crescita per le sue linee di business, tra cui l’economia lunare, la produzione manifatturiera ed energetica sulla Luna, lo sviluppo di Starlink Mobile, la monetizzazione della piattaforma Ai per i consumatori e l’implementazione su larga scala di sistemi di calcolo Ai orbitali. Ha indicato come mercati futuri il turismo spaziale, la produzione in orbita e l’estrazione mineraria di asteroidi.

SpaceX ha una stima enorme del suo mercato potenziale totale (TAM), pari a 28,5 trilioni di dollari, definendolo “il più grande mercato potenziale totale nella storia dell’umanità”. L’azienda stima un mercato potenziale totale di 370 miliardi di dollari nel settore spaziale, 1.600 miliardi di dollari nella connettività e 26.500 miliardi di dollari nell’intelligenza artificiale.

La crisi di Lunar Gateway, quale ruolo per l’Europa?

“La crisi del Lunar Gateway, le incertezze su Orion, Mars Sample Return e il sottofinanziamento dell’esplorazione alla ministeriale Esa 2025 raccontano la stessa storia. L’Europa firma, investe, consegna hardware critico. Poi Washington cambia rotta e il Vecchio Continente ricalcola. Con educazione diplomatica. Da posizione subordinata. L’Italia, dentro questa storia, è il caso più irritante. Non è piccola. Non è marginale. Ha una filiera spaziale profonda e competenze nei moduli pressurizzati, nei servizi satellitari, nei radar, nei lanciatori, nell’elettronica. Eppure continua a scambiare la quota per il comando. La commessa per la strategia. Il lavoro per il potere”.

Lo ha scritto su CorCom Alessandro Sannini, Private Equity Investor, evidenziando come le missioni lunari siano un banco di prova dell’autonomia spaziale europea.

La ministeriale Esa 2025 di Brema è stata raccontata come un successo, ma un bilancio alto non basta a costruire una visione. Il capitolo dell’esplorazione umana e robotica, quello che dovrebbe dare sostanza alla presenza europea sulla Luna e un giorno su Marte, non ha ricevuto quanto l’Agenzia riteneva necessario, riferisce Sannini. E nello spazio profondo le ambizioni non finanziate diventano dipendenze.

Gateway: il pilastro diventato optional

Il Lunar Gateway doveva essere il simbolo della nuova cooperazione spaziale: stazione in orbita lunare, laboratorio, avamposto, nodo logistico del programma Artemis. Per l’Esa era il biglietto d’ingresso nella nuova esplorazione umana. In cambio di moduli e infrastrutture, l’Europa otteneva accesso politico, ritorni industriali, missioni per astronauti europei.

Poi gli Stati Uniti hanno cambiato prospettiva. Il Gateway, da pilastro, è diventato sacrificabile. Il bilancio americano 2026 ha indicato la chiusura del programma nella forma prevista e il riuso di componenti già sviluppati, mentre anche SLS e Orion sono stati collocati su una traiettoria di ridimensionamento dopo Artemis III. La formula tecnica può essere discussa. Il messaggio politico no: l’architettura americana cambia, i partner si adeguino.

Mars Sample Return e Orion: essere nel motore, non alla guida

Mars Sample Return aveva già mostrato la crepa. L’Europa aveva un ruolo cruciale con l’Earth Return Orbiter. Poi costi e tempi sono saliti, la Nasa ha rimesso l’architettura in discussione, l’Esa è tornata nella posizione abituale: attendere.

Orion racconta il paradosso in modo ancora più netto. Il modulo di servizio europeo è un capolavoro industriale. Fornisce propulsione, energia, controllo termico, acqua, aria. Senza quel modulo la capsula americana non sarebbe la stessa. Ma il futuro di Orion non si decide a Roma, Parigi o Darmstadt. Si decide a Washington.

Questa è la dipendenza elegante: essere dentro il motore, ma fuori dalla cabina di comando. Essere essenziali al funzionamento, non alla scelta della destinazione. Ricevere applausi tecnici, non potere politico.

L’Italia e la malattia della quota

Il caso italiano merita meno diplomazia. La politica nazionale ama dire che lo spazio è strategico. Poi lo tratta spesso come un dossier da annuncio: tavoli, memorandum, conferenze, fondi rivendicati, missioni battezzate, foto con astronauti e satelliti. Il lessico è ambizioso. La postura, molto meno.

Il vizio è antico: confondere il ritorno industriale con la sovranità industriale. Avere contratti non significa comandare. Avere stabilimenti pieni non significa guidare la catena del valore. La domanda vera è un’altra: chi controlla la piattaforma? Chi decide il prodotto? Chi possiede la relazione con il cliente?

Troppo spesso l’Italia si ferma alla quota: una quota di programma, non di reale partecipazione.

Thales Alenia Space: il peccato originale rimosso

Il nodo più scomodo ha un nome: Thales Alenia Space. Per anni la joint venture con i francesi di Thales è stata raccontata come integrazione europea. Una parte di verità esiste: ha creato massa critica e garantito all’Italia un posto nei grandi programmi. Ma la versione da brochure ha nascosto il dato politico essenziale.

Il cuore manifatturiero è a maggioranza Thales. Leonardo pesa, ma non controlla. Il sistema è stato bilanciato con Telespazio, dove la maggioranza è italiana. Sulla carta, simmetria. Nella realtà, un baratto: ai francesi il baricentro dei sistemi spaziali, agli italiani una posizione forte nei servizi.

Oggi quel baratto pesa. Perché lo spazio non è più solo scienza, telecomunicazioni commerciali e osservazione civile. È difesa, sovranità tecnologica, sicurezza nazionale, infrastruttura critica, presenza lunare. In questo mondo la manifattura sistemistica non è un reparto qualsiasi. È il luogo in cui si accumula potere: satelliti, moduli, piattaforme, architetture.

Dire che l’Italia ha perso leva non significa fare polemica antifrancese. Significa guardare la realtà. La Francia ha fatto la Francia: ha difeso il proprio perimetro industriale, ha usato l’Europa come moltiplicatore della propria politica nazionale. L’Italia, troppo spesso, non ha fatto l’Italia. Ha chiamato integrazione ciò che era anche cessione di controllo.

Roma annuncia, altri decidono

La politica italiana ha un talento per rendere solenne anche ciò che non governa. Ma una politica industriale non vive di solennità. Vive di scelte: quali tecnologie non cedere, quali programmi guidare, quali alleanze accettare, quali condizioni porre, quali aziende rafforzare.

Tutti parlano di spazio, ma il comando resta intermittente. L’Italia negozia bene il pezzo e perde il disegno. Ottiene lavoro e lascia ad altri la regia. Difende occupazione, non sempre potere.

Il nuovo gigante europeo: il rischio di un bis

La possibile aggregazione tra Airbus, Leonardo e Thales viene presentata come risposta europea alla pressione di SpaceX, Starlink e della nuova competizione globale. La logica industriale c’è. Ma per l’Italia la domanda deve essere una sola: chi comanda? Non chi partecipa, non chi ospita stabilimenti. Chi decide investimenti, prodotti, roadmap, clienti, tecnologie.

Se il nuovo campione europeo nascerà con governance formalmente bilanciata ma baricentro reale altrove, l’Italia avrà ripetuto l’errore Thales su scala maggiore: competenze italiane dentro un’architettura non italiana. Leonardo e lo Stato azionista devono scegliere se essere presenti o determinanti. La prima opzione garantisce contratti. La seconda costruisce potere.

La Luna non aspetta Roma

La crisi del Gateway è una sveglia. Dice all’Europa che non basta essere partner della Nasa per essere potenza spaziale. Dice all’Italia che non basta avere fabbriche eccellenti per avere sovranità industriale. Dice alla politica che una strategia non nasce dalla somma di comunicati.

La nuova corsa allo spazio premierà chi controlla architetture, piattaforme, lanciatori, dati, reti, servizi e missioni. Premierà chi decide.

L’Italia ha ancora tempo per correggere la traiettoria. Deve smettere di confondere partecipazione e potere, ritorno industriale e regia, europeismo e rinuncia preventiva. Deve pretendere leadership nei programmi che finanzia e controllo nelle filiere che alimenta.

La Luna degli altri non basta più. Se l’Europa vuole contare, deve smettere di aspettare Washington. Se l’Italia vuole contare in Europa, deve smettere di chiedere una sedia e cominciare a scrivere l’ordine del giorno. Nello spazio, come nella politica industriale, la regola è feroce: chi comanda traccia la rotta.

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