La sovranità digitale europea si sta allargando oltre i data center, il cloud, i chip e l’intelligenza artificiale. Una parte crescente delle infrastrutture da cui dipendono comunicazioni, servizi pubblici, sistemi finanziari, energia e difesa si trova infatti a centinaia o migliaia di chilometri sopra la Terra. Satelliti, costellazioni, stazioni di terra, terminali e sistemi di lancio stanno entrando nella stessa strategia con cui Bruxelles vuole ridurre le dipendenze tecnologiche e mantenere il controllo dei servizi essenziali.
È questa la chiave con cui leggere il discorso pronunciato il 10 settembre da Ursula von der Leyen all’International Space Summit di Parigi. Il richiamo della presidente della Commissione ad “agire come una sola Europa” arriva al termine di un ragionamento che parte da Galileo. Quando il sistema europeo di navigazione venne concepito, ha ricordato von der Leyen, molti si chiedevano perché costruirne uno proprio quando esisteva già il Gps statunitense. L’Europa scelse comunque di dotarsi di una capacità autonoma, perché alcuni servizi erano considerati troppo importanti per dipendere interamente da altri. Oggi, secondo la presidente, la stessa scelta si ripropone nello spazio.
Si tratta di un salto di scala anche economico. La Commissione stima che l’economia spaziale globale possa quasi triplicare entro il 2035, passando dagli attuali circa 630 miliardi di dollari a 1.800 miliardi. La posizione europea resta rilevante in tecnologie, competenze e industria, ma von der Leyen ha avvertito che “la forza di oggi non è una garanzia della leadership di domani”. La risposta indicata a Parigi passa da domanda pubblica aggregata, investimenti e dimensione industriale europea.
Indice degli argomenti
Quando i satelliti diventano infrastruttura digitale
Il collegamento fra politica spaziale e sovranità digitale emerge con particolare evidenza nelle comunicazioni. IRIS², Infrastructure for Resilience, Interconnectivity and Security by Satellite, deve diventare la costellazione europea per la connettività sicura, destinata a garantire servizi a governi, infrastrutture critiche, servizi di emergenza e settori della sicurezza e della difesa.
Il 7 agosto Commissione europea, ESA, EUSPA e consorzio SpaceRISE hanno definito la nuova configurazione del programma. L’accordo aggiunge 66 satelliti in orbita bassa e porta la costellazione principale a 348 satelliti, facendo passare il progetto alla fase di piena implementazione. La Commissione ha legato esplicitamente il rafforzamento di IRIS² alla sovranità digitale europea e alla riduzione della dipendenza dai sistemi satellitari extraeuropei.
Il progetto occupa quindi uno spazio che fino a pochi anni fa veniva considerato soprattutto una componente della politica spaziale. La connettività satellitare sta invece diventando parte dell’architettura digitale europea, insieme alle reti terrestri, ai data center e alle infrastrutture cloud. Lo sviluppo delle reti non terrestri, la crescita dei servizi in orbita bassa e la futura integrazione fra satelliti e reti mobili rendono sempre meno netta la separazione tra telecomunicazioni e spazio.
La scala di Starlink e il ritardo da recuperare
La dimensione della sfida europea emerge dal confronto con Starlink. SpaceX ha costruito in pochi anni una rete globale che opera già su una scala molto superiore a quella oggi disponibile agli operatori europei. Nel prospetto pubblicato dalla società in occasione della quotazione, SpaceX indicava al 31 marzo 2026 circa 9.600 satelliti Starlink broadband e mobile in orbita bassa e 10,3 milioni di abbonati in 164 Paesi, territori e altri mercati.
È questo il mercato nel quale dovrà progressivamente entrare IRIS². La competizione riguarda capacità, copertura, terminali, costi e rapidità di dispiegamento, ma per Bruxelles comprende anche un tema di autonomia. La Commissione motiva il programma proprio con la necessità di diminuire l’esposizione europea verso sistemi satellitari non controllati dall’Unione. Il problema diventa particolarmente sensibile quando la connettività serve istituzioni pubbliche, difesa o infrastrutture che devono continuare a funzionare durante una crisi.
IRIS² non nasce però come replica europea di Starlink. L’architettura ha una componente governativa sicura e una componente commerciale, e dovrà inserirsi in un ecosistema nel quale l’Europa dispone già di un asset importante. Eutelsat OneWeb conta una costellazione LEO operativa e rappresenta il principale ponte fra la situazione attuale e la futura infrastruttura IRIS².
Al summit di Parigi Eutelsat ha annunciato l’intenzione di acquistare da Airbus altri 229 satelliti OneWeb in orbita bassa, destinati a garantire la continuità del servizio fino alla piena disponibilità commerciale di IRIS² e ad aumentare capacità e prestazioni della rete. L’operazione mostra quanto la sfida a Starlink richieda continuità industriale prima ancora che IRIS² sia completamente dispiegato: l’Europa deve mantenere nel frattempo una propria capacità LEO operativa e competitiva.
GOVSATCOM, la sovranità è già operativa
Una prima infrastruttura europea per le comunicazioni governative sicure è già entrata in funzione. GOVSATCOM è operativo dal gennaio 2026 e mette in comune capacità satellitari governative conferite inizialmente da Francia, Grecia, Italia, Lussemburgo e Spagna, rendendole accessibili agli altri Stati membri attraverso un hub gestito da EUSPA.
Il modello chiarisce il significato operativo della sovranità spaziale. Un Paese privo di proprie capacità può utilizzare risorse europee per comunicazioni sensibili, riducendo la necessità di rivolgersi a fornitori esterni. I servizi interessano gestione delle crisi, missioni di sicurezza e protezione delle infrastrutture critiche. Due siti permanenti ad Atene e Colonia stanno progressivamente sostituendo l’hub provvisorio per rafforzare ridondanza e continuità del servizio.
GOVSATCOM anticipa inoltre il sistema che verrà esteso con IRIS². Dal 2029 le nuove capacità della costellazione europea dovrebbero progressivamente integrare quelle già disponibili, costruendo un’infrastruttura comune nella quale risorse nazionali, europee e commerciali possono essere aggregate secondo le esigenze.
Dallo spazio agli smartphone, la nuova sfida direct-to-device
Il confronto con Starlink è presente anche su un altro terreno: la connessione diretta tra satellite e smartphone. Il direct-to-device permette ai normali dispositivi mobili di collegarsi attraverso reti satellitari nelle aree prive di copertura terrestre o quando le infrastrutture a terra diventano indisponibili.
A Parigi Emmanuel Macron ha proposto la nascita di una alleanza europea del direct-to-device che riunisca operatori di telecomunicazioni, operatori satellitari e industria. L’obiettivo indicato dal presidente francese è arrivare entro il 2030 a un’offerta europea con standard di qualità internazionali. “Quando un cittadino attraverserà una zona bianca, quando un marinaio sarà al largo, quando le reti terrestri cadranno dopo una catastrofe, il telefono potrà rimanere connesso grazie allo spazio”, ha spiegato Macron.
Il richiamo arriva mentre Starlink ha già portato la propria infrastruttura nel mercato satellite-to-mobile, ampliando il raggio d’azione oltre il broadband satellitare tradizionale. La stessa SpaceX include ormai nella propria rete satelliti broadband e mobile. Per l’Europa il rischio è quindi ritrovarsi in posizione di inseguimento anche nella nuova fase di convergenza tra reti mobili terrestri e reti non terrestri.
La proposta francese punta a utilizzare una filiera che in Europa già esiste: operatori telco, produttori di satelliti, costellazioni e competenze nelle telecomunicazioni. Il documento politico sottoscritto a Parigi da numerosi Paesi europei indica inoltre esplicitamente la necessità di includere nelle evoluzioni di IRIS² soluzioni commerciali direct-to-device e Internet of Things, collegando il programma europeo alla trasformazione delle reti mobili.
È uno dei passaggi che meglio mostrano come lo spazio stia entrando nella politica digitale. La competizione con Starlink non riguarda più soltanto chi porta banda larga nelle zone remote. Riguarda chi controllerà una parte dell’infrastruttura attraverso cui smartphone, oggetti connessi e servizi essenziali potranno comunicare quando la rete terrestre non arriva o smette di funzionare.
La rete va anche difesa: entra in campo lo Space Shield
Una maggiore autonomia nella connettività deve essere accompagnata dalla capacità di proteggere l’infrastruttura. Lo spazio è ormai esposto a cyberattacchi, interferenze, jamming e spoofing dei segnali di navigazione, oltre a minacce fisiche verso satelliti e infrastrutture a terra.
Von der Leyen ha citato proprio questi rischi a Parigi, ricordando episodi di disturbo dei segnali di navigazione e attacchi alle reti satellitari. “La nostra sicurezza sulla Terra dipende sempre più dalla nostra sicurezza nello spazio”, ha affermato la presidente.
Su questa esigenza si innesta lo European Space Shield, uno dei progetti della Defence Readiness Roadmap 2030. Il piano punta a mettere insieme sistemi dell’Unione, capacità nazionali e asset commerciali per proteggere infrastrutture e servizi spaziali, sviluppando fra l’altro Space Domain Awareness, strumenti contro jamming e spoofing e capacità per operazioni e servizi in orbita.
Il collegamento con la sovranità digitale è diretto. Possedere una propria costellazione offre autonomia soltanto se esistono strumenti per individuare le minacce, difendere i sistemi e mantenere disponibili le comunicazioni. GOVSATCOM, IRIS² e Space Shield rispondono quindi a tre livelli dello stesso problema: disponibilità del servizio, autonomia della capacità e protezione dell’infrastruttura.
Senza lanciatori autonomi manca un pezzo della strategia
La dipendenza, però, può manifestarsi ancora prima che un satellite raggiunga l’orbita. La capacità di lancio è parte della catena della sovranità tecnologica, perché condiziona tempi, continuità e possibilità di dispiegare o sostituire rapidamente asset critici.
L’Europa dispone di Ariane 6 e Vega C, ma Bruxelles vuole ampliare il mercato e sostenere nuovi operatori. Il 5 settembre la tedesca Isar Aerospace ha portato per la prima volta in orbita il razzo Spectrum partendo da Andøya, in Norvegia. Secondo la Commissione è stato il primo razzo sviluppato privatamente a raggiungere l’orbita dall’Europa continentale.
Von der Leyen ha collegato il rafforzamento dell’industria dei lanci alla necessità di aggregare la domanda pubblica europea e utilizzare le istituzioni come anchor customer. L’obiettivo è offrire alle imprese una domanda prevedibile che consenta di investire e aumentare la scala produttiva.
Dalle regole comuni allo Space Act
La strategia passa anche dal mercato unico. La proposta di EU Space Act, presentata dalla Commissione nel giugno 2025, punta a creare un quadro armonizzato per sicurezza, resilienza e sostenibilità delle attività spaziali, superando la frammentazione delle normative nazionali.
Sul fronte digitale il pilastro più rilevante è la resilienza: il testo prevede requisiti di cybersecurity specifici per rafforzare la protezione delle infrastrutture spaziali e garantire la continuità operativa. Le regole dovrebbero applicarsi anche agli operatori di Paesi terzi che offrono servizi sul mercato europeo. La proposta è ora sottoposta alla procedura legislativa tra Parlamento e Consiglio.
La logica è simile a quella già seguita dall’Unione per altri segmenti dell’economia digitale: creare una base regolatoria comune abbastanza ampia da consentire alle imprese europee di crescere su scala continentale. Nel settore spaziale il problema è particolarmente evidente perché i concorrenti globali possono contare su mercati domestici più integrati e su livelli di investimento molto elevati.
Bromo e la ricerca della massa critica industriale
Il tema della scala porta direttamente al consolidamento industriale. Von der Leyen ha citato a Parigi il progetto che coinvolge Airbus, Leonardo e Thales come esempio della necessità di costruire campioni europei capaci di competere globalmente.
Il memorandum firmato nell’ottobre 2025 prevede di riunire in una nuova società gran parte delle attività spaziali dei tre gruppi, con l’esclusione dei lanciatori. L’entità avrebbe circa 25mila dipendenti e 6,5 miliardi di euro di fatturato pro-forma 2024, con Airbus al 35% e Leonardo e Thales al 32,5% ciascuna. L’avvio è previsto nel 2027, subordinatamente alle autorizzazioni e al completamento dell’operazione.
La concentrazione risponde a un problema strutturale: satelliti, costellazioni e servizi richiedono investimenti elevati e capacità di sostenere cicli tecnologici sempre più rapidi. La frammentazione dell’industria europea limita la possibilità di confrontarsi con gruppi statunitensi verticalmente integrati, capaci di controllare progettazione, produzione, lancio e servizi.
Proprio Starlink mostra l’effetto di questo modello: SpaceX controlla i satelliti, i terminali e i vettori che li portano in orbita. L’Europa sta cercando una propria strada attraverso un insieme di operatori, infrastrutture comuni e consolidamento industriale, mantenendo al tempo stesso un mercato aperto e competitivo.
ESA, 22,3 miliardi per la nuova fase dello spazio europeo
Le ambizioni industriali e tecnologiche devono poggiare su risorse adeguate. Al Consiglio ministeriale di Brema del novembre 2025 gli Stati membri dell’ESA hanno approvato 22,3 miliardi di euro di contributi, il livello più elevato nella storia dell’Agenzia. Il dato definitivo rappresenta un incremento del 31% rispetto alla Ministeriale del 2022 in termini nominali e del 17% al netto dell’inflazione.
Le risorse finanziano programmi scientifici, di esplorazione e tecnologici, ma l’ESA segnala anche un aumento significativo del budget per osservazione della Terra, navigazione e telecomunicazioni. Sono proprio questi tre ambiti a sostenere l’iniziativa European Resilience from Space, con la quale l’Agenzia vuole contribuire alle esigenze europee di sicurezza e resilienza.
A questo livello di finanziamento si affianca la partita sul prossimo bilancio dell’Unione. Von der Leyen ha ricordato che la Commissione ha proposto 131 miliardi di euro per difesa, sicurezza e spazio nel futuro quadro finanziario europeo, cinque volte le risorse disponibili oggi per queste aree. Si tratta di una proposta ancora soggetta al negoziato sul bilancio e la cifra comprende i tre settori, quindi non può essere considerata uno stanziamento di 131 miliardi destinato allo spazio.
Dalla somma dei programmi a una sovranità digitale europea
L’Europa dispone già di molti dei tasselli necessari. Galileo garantisce una capacità autonoma di posizionamento e timing; Copernicus produce dati di osservazione della Terra; GOVSATCOM offre comunicazioni governative sicure; IRIS² deve estendere la capacità europea di connettività; lo Space Shield aggiunge il livello della protezione; Ariane 6, Vega C e i nuovi operatori commerciali presidiano l’accesso all’orbita. Lo Space Act punta a costruire un mercato comune, mentre l’industria cerca dimensioni sufficienti per sostenere la competizione globale.
Starlink rende però evidente la velocità con cui si sta muovendo il mercato. Mentre l’Europa costruisce IRIS², la costellazione di SpaceX dispone già di migliaia di satelliti, milioni di utenti e una strategia che estende la connettività direttamente ai dispositivi mobili. Il ritardo di scala è quindi un elemento concreto con cui Bruxelles deve confrontarsi.
La risposta europea sta prendendo una forma diversa: un’infrastruttura composta da capacità pubbliche, industriali e commerciali integrate, con una particolare attenzione ai servizi governativi e alla resilienza. La sfida dei prossimi anni sarà far funzionare questi tasselli come un sistema e collegare in modo sempre più stretto reti terrestri e satellitari.
La sovranità digitale si misura anche qui: nella capacità di scegliere quali infrastrutture utilizzare, mantenere sotto controllo i servizi più sensibili e disporre di alternative europee quando connettività, dati e sicurezza dipendono dallo spazio. La competizione con Starlink rende questa esigenza immediatamente visibile. IRIS², GOVSATCOM, il direct-to-device europeo e lo Space Shield mostrano che Bruxelles ha iniziato a tradurla in infrastrutture, investimenti e politica industriale.








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