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5G uplink capacity: l’allarme sull’impatto dell’AI è esagerato



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Signals Research Group firma uno studio che ridimensiona le preoccupazioni degli operatori sulle trasmissioni dai device alla rete causate dalle nuove applicazioni di intelligenza artificiale e realtà aumentata. Il vero tema, a sorpresa, riguarda il volume di segnalazione generato da alcuni dispositivi intelligenti: un quadro che invita a una riflessione più ampia sulle priorità di investimento

Pubblicato il 23 gen 2026



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La discussione sulla 5G uplink capacity – la capacità della rete mobile di gestire il traffico in uscita dal dispositivo verso la rete – si è accesa negli ultimi mesi, sospinta dalle aspettative attorno a dispositivi intelligenti, occhiali connessi e applicazioni di realtà aumentata. Molti operatori temono che l’avvento di servizi capaci di generare flussi costanti di immagini e video verso la rete possa mettere sotto pressione un segmento storicamente meno dimensionato rispetto al downlink. Tuttavia, i dati raccolti da Signals Research Group raccontano una storia diversa e contribuiscono a ricondurre il dibattito a una dimensione più equilibrata.

Lo studio, realizzato su una rete standalone con l’obiettivo di valutare l’impatto di applicazioni AI e AR, punta a chiarire se davvero la crescita dei servizi di generazione visiva stia spostando gli equilibri del traffico mobile. Le misurazioni, basate su dispositivi commerciali e scenari d’uso reali, offrono uno sguardo concreto su ciò che accade già oggi e su ciò che potremmo attenderci domani.

AI e AR, più traffico ma impatto contenuto

L’aumento del traffico in upload generato dalle applicazioni AI basate su immagini e video è evidente, ma rimane su livelli considerati “molto modesti” rispetto ad altri servizi già largamente diffusi. I valori raccolti mostrano che, pur creando un incremento misurabile, l’uso delle funzionalità generative non rappresenta una minaccia per la stabilità o la scalabilità delle reti 5G attuali.

Secondo lo studio, i timori sull’effetto combinato di smart glasses e smartphone restano legati più a una percezione teorica che a una reale pressione sulla capacità uplink. L’adozione crescente di dispositivi immersivi non appare sufficiente a saturare le reti, anche considerando scenari di uso intensivo. È un dato che introduce una prospettiva molto diversa rispetto alle narrative più allarmistiche diffuse negli ultimi mesi.

L’evoluzione delle applicazioni gioca inoltre un ruolo chiave. Lo sviluppo di algoritmi più efficienti, insieme all’aumento dell’elaborazione locale sui terminali, può migliorare l’esperienza utente senza richiedere investimenti immediati o radicali da parte degli operatori.

Il nodo inaspettato: il boom del traffico di segnalazione

Il risultato più sorprendente dell’intera analisi riguarda invece il comportamento di alcune applicazioni AI quando interagiscono con la rete cellulare. I volumi di signaling generati da determinati dispositivi connessi risultano insolitamente elevati, al punto da destare interrogativi sulle implicazioni sistemiche.

Secondo le rilevazioni, alcuni terminali mantengono attiva la connessione di controllo anche in assenza di attività visibile. La persistenza delle sessioni e la frequenza dei messaggi di rete appaiono eccessive rispetto al traffico utente reale. Pur non configurando oggi un rischio immediato, il fenomeno pone una domanda cruciale per gli sviluppatori e per gli operatori, perché richiama alla memoria episodi di congestione da segnalazione che avevano caratterizzato la fase 3G.

La differenza sostanziale rispetto al passato risiede nell’efficienza del 5G standalone, progettato per gestire in maniera più agile la segnalazione. Tuttavia, se il numero di dispositivi “sempre connessi” dovesse crescere in modo significativo, la questione potrebbe tornare al centro del dibattito industriale.

Consumi energetici: potenza dell’AI locale e limiti della batteria

Un altro punto analizzato riguarda l’esecuzione delle applicazioni AI direttamente sul dispositivo, senza ricorrere alla rete mobile. L’elaborazione locale garantisce prestazioni notevoli e risposte rapide, ma richiede un impegno energetico consistente. La batteria degli smartphone registra cali evidenti durante le operazioni più intense.

Nonostante l’impatto sia definito “significativo”, la durata ridotta di molte sessioni AI compensa parzialmente l’effetto. L’utilizzo tipico non mette in crisi la quotidianità degli utenti, ma la questione rimane aperta per scenari più estesi o per nuovi device che dovessero dipendere massicciamente dall’elaborazione nativa. È un equilibrio delicato che potrebbe influenzare il modo in cui le applicazioni verranno progettate nei prossimi anni.

Lo studio riporta l’attenzione su un aspetto noto da tempo: l’uplink rappresenta da sempre il segmento meno potenziato nelle reti mobili commerciali. Le misurazioni e le analisi condotte negli ultimi anni mostrano sì un miglioramento delle velocità di upload, ma non un incremento proporzionale della capacità assegnata dagli operatori.

Un confronto internazionale evidenzia disparità significative. Alcuni mercati asiatici, in particolare la Cina, destinano quote più alte di risorse all’upload, mentre in altri contesti si registra un approccio più conservativo. La discussione sull’impatto dell’AI potrebbe quindi diventare l’occasione per riequilibrare strategie storicamente orientate al download.

L’evoluzione delle architetture 6G, sulla quale la ricerca accende un faro, potrebbe rafforzare questa tendenza. Tuttavia, l’incertezza sulla quantità di elaborazione che verrà spostata direttamente sui device invita alla prudenza. Non è ancora chiaro se davvero l’AI genererà flussi costanti di dati verso la rete o se la spinta verso l’elaborazione locale ridurrà la pressione sull’infrastruttura.

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