Il 6G entra nel vivo della discussione internazionale e porta con sé un tema sempre più pressante: la disponibilità di spettro. Il nuovo rapporto di Abi Research evidenzia che le bande superiori dei 6 GHz e l’intervallo 7–8 GHz emergono come blocchi cruciali per la prima fase di sviluppo della tecnologia. Tuttavia, lo studio sottolinea anche i limiti delle strategie di spectrum sharing, già complesse nel caso della banda Cbrs statunitense e ancora più difficili da applicare su scala nazionale per una rete 6G. Il contesto si intreccia con le stime elaborate dalla Gsma, che in un’analisi pubblicata a novembre indica la necessità di disporre di 2-3 GHz aggiuntivi di mid-band entro il 2035 per sostenere servizi avanzati e boom di traffico. Il quadro complessivo mostra un’urgenza crescente e decisioni che non possono più essere rimandate.
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Le bande critiche per la capacità
Nel suo rapporto, Abi Research individua nella banda 6–8 GHz l’area più promettente per sostenere la capacità delle reti future. La combinazione tra ampiezza di canale, propagazione equilibrata e compatibilità con architetture esistenti crea le condizioni per abilitare applicazioni urbane dense e servizi industriali mission critical. Secondo la società di analisi, frequenze più basse e gamme terahertz manterranno un ruolo complementare ma non progettato per diventare la base della capacità 6G. La Gsma, nella sua visione di lungo periodo, conferma che senza nuove risorse mid-band l’avvio del 6G rischia di presentare colli di bottiglia già dal primo giorno. Le aree urbane genereranno oltre l’80% del traffico mobile globale entro la prossima decade, con richieste di banda sempre più legate a servizi in tempo reale. La dimensione del fenomeno impone ai regolatori di allinearsi a una roadmap coerente.
Le difficoltà dello spectrum sharing
Il tema dello spectrum sharing è uno dei passaggi più delicati del rapporto Abi Research. Secondo l’analisi, i modelli avanzati di condivisione richiedono piattaforme in grado di monitorare interferenze e priorità d’uso con elevata precisione.
“Sebbene teoricamente possibile, la condivisione avanzata dello spettro è complessa e costosa, richiedendo enti centralizzati capaci di investire capitale e potenza di calcolo per evitare interferenze”, osserva Dimitris Mavrakis, Senior Research Director della società.
L’esperienza con la banda Cbrs ha mostrato benefici per reti private e modelli di innovazione locale. Tuttavia, la sua estensione su scala nazionale e su bande più congestionate si scontra con vincoli operativi rilevanti. Per Abi Research, i costi di gestione e i requisiti di sincronizzazione rischiano di superare i vantaggi in contesti ad alta densità.
Il percorso europeo ancora aperto
Nel 2026, l’Europa si trova davanti a un bivio. La discussione si basa sulla bozza di parere Rspg del 2025, attualmente al centro delle consultazioni e non ancora tradotta in una posizione definitiva. Il documento esplora scenari di equilibrio tra usi non licenziati e possibili destinazioni mobili per gli upper 6 GHz, ma evita indicazioni vincolanti. Gli operatori europei chiedono una linea più chiara e un impegno a favore della destinazione mobile, temendo un ritardo competitivo rispetto a Stati Uniti e Asia. La mancanza di uniformità tra Paesi complica il processo di armonizzazione, mentre l’industria del Wi-Fi difende lo status quo, sottolineando la necessità di continuità per garantire interoperabilità e investimenti. La definizione di una posizione comune diventerà essenziale in vista della Wrc-27.
Pressioni industriali e nuovi servizi
Le scelte sullo spettro diventano un fattore industriale decisivo. Le reti 6G dovranno supportare servizi caratterizzati da latenze minime e ampiezza di banda costante, in un contesto dominato da AI distribuita, mobilità avanzata e fabbriche completamente automatizzate. Senza risorse mid-band aggiuntive, come ricorda la Gsma, il rischio di congestione e degrado delle prestazioni si materializza già al momento dei primi lanci commerciali. La capacità effettiva delle reti condizionerà anche la competitività dell’intera filiera, dai fornitori di chip ai dispositivi di rete. Una frammentazione delle bande penalizzerebbe le economie di scala e aumenterebbe tempi e costi degli sviluppi tecnologici.
Equilibri globali e modelli divergenti
Le traiettorie internazionali mostrano differenze significative. Gli Stati Uniti avanzano attraverso nuovi processi di asta che coinvolgono anche porzioni dei 6 GHz, nonostante le opposizioni sollevate dall’industria del Wi-Fi. La Cina spinge per consolidare la destinazione mobile della banda e propone un modello di armonizzazione globale centrato su un uso più esteso dei 6 GHz. Giappone e Corea del Sud procedono con roadmap già orientate al 2030 e investono nella sperimentazione industriale. L’Europa, invece, mantiene un approccio più prudente. Il confronto interno si prolunga e i tempi decisionali appaiono più lenti, con il rischio di rallentare la transizione verso il 6G in assenza di indicazioni comuni.
Gli scenari verso il 2030
Le reti 6G dovranno diventare operative nel corso della prossima decade. Per arrivare preparati al 2030 servono roadmap nazionali che rendano disponibili nuove risorse radio, modelli di assegnazione orientati agli investimenti e processi di refarming più rapidi. La bozza Rspg segna un primo passo, ma l’Europa dovrà definire una direzione unitaria per garantire competitività e attrarre investimenti. Abi Research avverte che la pressione sulla banda 6–8 GHz è destinata a crescere e che rinviare le decisioni significa aumentare costi e complessità. La Wrc-27 rappresenterà il punto di svolta per l’armonizzazione internazionale e per la costruzione di un ecosistema 6G solido e sostenibile. Le scelte che verranno prese nel biennio 2026-2027 definiranno la posizione dell’Europa nella prossima fase della connettività intelligente.












