La partita delle telecomunicazioni, oggi, si gioca su latenza, stabilità sotto carico, prossimità dei data center, interconnessione e qualità dell’esperienza utente. Un cambio di prospettiva che riguarda non solo le reti, ma la competitività dei territori e la capacità dell’Italia di reggere la prossima fase della trasformazione digitale.
David Di Labio, Partner di KPMG, commenta l’instant book “La fibra non basta” di Pietro Labriola, elaborato anche in base alle eviendenze dello studio “Profiling Italy’s fixed competitiveness”, realizzato dallo stesso Di Labio e da Ookla.
Il paper sostiene che “la fibra è necessaria, ma non sufficiente”. Qual è oggi il vero indicatore da guardare per misurare la qualità digitale di un Paese: copertura, velocità, latenza o esperienza complessiva dell’utente?
La risposta meno consolatoria è che nessuno di quegli indicatori, preso da solo, basta più. E credo sia una colpa specifica del modo in cui in Italia, e forse anche nel mondo, ci siamo abituati a leggere la connettività. Ogni cinque anni eleggiamo un KPI come “quello che conta” e ci organizziamo intorno politiche, target, narrazione pubblica. Prima la copertura. Poi i giga. Oggi la latenza. E ogni volta finiamo per scoprire, sempre con un po’ di ritardo, che ne servirebbe già un altro.
Se devo indicare il vettore più sottovalutato del momento, è la latenza. I dati che abbiamo raccolto con Ookla su un campione significativo di città italiane sono espliciti: per chi gioca online, la latenza pesa quattro volte la velocità di download. Per chi naviga sul web, sedici volte. Vale anche per il video streaming, che pure resta il caso d’uso più affamato di banda in assoluto. È un riflesso di uno scenario che sta cambiando in profondità: cloud, applicazioni real-time e AI inference sono casi d’uso che vivono di reattività della rete, e la velocità di picco conta sempre meno per loro.
E qui c’è un dato che meriterebbe molta più attenzione di quanta ne riceve. Tra i Paesi del G7, l’Italia è quella con il divario più ampio fra latenza al 10° e al 90° percentile: si va da 9 a 68 millisecondi. La nostra vera fragilità sta nell’instabilità sotto carico. È un dato che difficilmente riusciamo a registrare sistematicamente perché non si misura in metri di cavo posato.
Aggiungo una postilla, perché su tutta questa conversazione resta sospeso un nodo che il settore conosce a memoria: il take-up. Una quota molto rilevante di famiglie italiane non attiva la fibra che ha disponibile, e fra coperture realizzate e attivazioni effettive l’Italia esprime una delle distanze più ampie d’Europa. Lo lascio fuori volutamente, anche se la ragione vale la pena dirla: forse una piccola parte della risposta al take-up insufficiente arriva proprio dalla conversazione sulla qualità che stiamo facendo qui. Finché l’esperienza percepita fra FTTC e FTTH continua a sembrare indistinguibile per molti utenti, le leve commerciali (incentivi, bundling) non fanno presa. E ancora meno in un mercato come il nostro, dove la propensione alla spesa per la connettività è strutturalmente bassa.
Il paper individua nel “middle mile” — trasporto, interconnessione, peering e prossimità dei data center — il vero collo di bottiglia italiano. Quanto pesa questo ritardo sulla competitività delle imprese, soprattutto nei territori meno serviti?
Il middle mile è quel livello di rete che funziona finché nessuno se ne accorge. Lo notiamo solo quando smette di farlo. E in Italia, al sud in particolare, rishcia di smettere di farlo per una quota crescente di applicazioni industriali.
Faccio un esempio concreto. Un’azienda che usa servizi cloud o sistemi di AI inference si aspetta che la risposta arrivi rapida, e in quel momento le interessa relativamente dove sieda il dato. Quando però la risposta arriva con 15-20 millisecondi di ritardo strutturale, l’esperienza degrada, certi processi rallentano, alcune applicazioni diventano impraticabili. Il vero collo di bottiglia è il percorso che il pacchetto fa per arrivare dove siedono contenuti e capacità di calcolo. È un percorso che, in Italia, risulta geograficamente sbilanciato in modo netto.
Un solo numero chiarisce la scala. Il MIX di Milano connette oltre 420 reti. Il NaMeX di Napoli, 22. Sono due infrastrutture di mondi diversi. Per un utente del Sud che accede a servizi di AI inference, il floor di latenza si stabilizza intorno ai 31 millisecondi, contro 14-19 al Nord. Le applicazioni di nuova generazione hanno bisogno di round-trip sotto i 20. In pratica, ci sono pezzi del Paese dove certe cose, banalmente, non girano come al Nord, indipendentemente da quanta fibra abbiamo steso.
Cambia anche il modo in cui dobbiamo leggere il digital divide. Per dieci anni il problema era binario: chi è connesso e chi no. Piano BUL e PNRR hanno chiuso questa fase in modo notevole, e Napoli, per fare un esempio, oggi ha una disponibilità di fibra molto alta, più alta di molte province del Nord. Quello che è cambiato nel frattempo è la natura stessa del divide. Si è spostato da “chi ha accesso” a “chi è vicino, fisicamente, a contenuti e calcolo”. Un divide più sottile, che non si vede nelle mappe di copertura, e per le imprese pesa molto di più del precedente. Probabilmente è qualcosa per cui non sentiamo l’urgenza nel brevissimo termine, ma è certamente alla base delle considerazioni di competitività future dell’intero sistema produttivo oltre che delle riflessioni di ownership e sovranità che ciascun asset della rete dovrà assumere.
L’Italia ha prezzi tra i più bassi d’Europa, costi infrastrutturali elevati e una forte pressione sugli investimenti. Il modello economico delle telecomunicazioni è ancora sostenibile così com’è?
No. E confesso che la cosa più frustrante è che la diagnosi ce la portiamo dietro da almeno cinque anni, e il sistema fa fatica a metabolizzarla.
Guardate la fotografia base. In Italia un abbonamento al fisso costa in media 24 euro al mese; ai francesi 40. Costruire una rete in fibra ci costa di più rispetto ai francesi: l’Italia paga tre volte e mezza per costruire la stessa cosa e la rivende a metà prezzo. Aggiungete i costi energetici più alti d’Europa, una regolazione wholesale che calcola il costo del capitale su una media di cinque anni indietro, un mercato retail frammentato dove ormai anche le utility energetiche competono sul fisso. Il CAPEX del settore è sceso del 6,6% tra il 2022 e il 2024. I numeri parlano da soli.
Vorrei però evitare la tentazione di trasformare questa diagnosi nella richiesta di un assegno. Quello che serve sono condizioni di mercato che permettano al settore di finanziare gli investimenti meno visibili ma più decisivi per la qualità: middle mile, interconnessione, modernizzazione del Wi-Fi domestico. Continuiamo a stendere fibra ma facciamo fatica a portarla a livelli di responsiveness paragonabili ai peer europei.
Una nota di onestà industriale, perché qui il dibattito tende a non farla mai. I prezzi bassi e i margini compressi sono stati in larga parte subiti dalle telco, su questo non c’è dubbio. Vanno ricordate però anche scelte industriali del settore: la lentezza nell’abbracciare la fibra in alcuni segmenti, la corsa al cliente con offerte aggressive sul prezzo come strumento di acquisizione, una certa difficoltà a costruire valore di servizio sopra la commodity di accesso. Se chiediamo al sistema regolatorio di fare la sua parte, vale la pena essere pronti a fare meglio anche da soli.
Nel documento emerge un nuovo digital divide: non più solo tra chi è connesso e chi non lo è, ma tra chi ha una rete realmente performante e chi dispone di una connessione solo “veloce sulla carta”. Come dovrebbe cambiare l’approccio delle policy pubbliche?
Le policy sulla connettività sono state un successo. È esattamente per questo che dobbiamo guardare avanti.
Per quindici anni i vari piani di sviliuppo hanno aggredito un divide preciso, quello dell’accesso, e l’hanno aggredito bene. Nel Sud, Napoli ad esempio ha tassi di disponibilità di fibra superiori a molte aree del Nord. Quella stagione si è chiusa, o almeno si sta chiudendo. Il problema è che il sistema politico-istituzionale fatica a riconoscerlo e continua a leggere la connettività con la stessa lente di prima. Si misura il successo in metri di cavo e in percentuali di unità immobiliari passate. Quello che oggi conta davvero per l’esperienza dell’utente (latenza, stabilità sotto carico, qualità dentro casa) semplicemente non entra nelle metriche pubbliche.
Quindi due cose, in ordine di urgenza. Servirebbe una politica industriale che spinga la decentralizzazione di data center, IXP ed edge nodes verso il Centro-Sud. Lasciato a sé stesso, il mercato rischia di non farlo nei tempi giusti: la massa critica del traffico è già al Nord, e ogni nuovo nodo a Milano resta economicamente più razionale di un nodo nuovo a Palermo. Serve un disegno pubblico analogo a quello che abbiamo fatto sull’accesso, applicato però al layer intermedio. È un’operazione di lungo periodo e poco visibile mediaticamente, ma cambia davvero l’esperienza percepita.
La seconda è probabilmente il tema più sottovalutato di tutti, e mi stupisce ogni volta che ci penso: il Wi-Fi dentro casa. Una larga parte della fibra italiana viene “strozzata” da router con Wi-Fi 5, una tecnologia di dieci anni fa. Su alcuni percentili di utenti, passare al Wi-Fi 7 vale +335% sulla velocità percepita e -37% sulla latenza. Sono numeri che neanche un upgrade di rete riesce a generare. Eppure non c’è un piano CPE, non c’è un incentivo strutturato, non c’è nemmeno un dibattito serio. Per un Paese che ha investito miliardi in fibra, è una distrazione collettiva difficile da spiegare. Non voglio semplificare l’analisi e ridurre il tutto a un esercizio di “Next gen CPE rollout”, ma semplicemente tornare sull’importanza di vedere tutti gli elementi della catena insieme.
Aggiungo una considerazione spesso trascurate quando si parla di policy. Il rischio dell’intervento pubblico, quando si sposta sui layer infrastrutturali più sofisticati, è di provare a “pianificare” un mercato che funziona meglio quando vengono create le condizioni perché vi si investa. Sull’accesso il modello del bando ha funzionato bene perché si misurava in unità immobiliari servite. Sui layer della qualità funzionerà meno bene, perché ciò che decide la latency non si presta a un target censibile. Quello che serve sono leve di contesto: semplificazione autorizzativa, energia a costi più competitivi per i data center, fiscalità favorevole per gli edge node. Senza queste, ogni piano resta una mappa priva dei mezzi per percorrerla.
Il paper richiama anche il tema delle asimmetrie tra telco, grandi piattaforme digitali e operatori retail. Quali interventi regolatori sarebbero più urgenti per riequilibrare il valore lungo la filiera digitale senza penalizzare innovazione e concorrenza?
Sulle asimmetrie ho una posizione che forse non è quella che ci si aspetta.
Le asimmetrie esistono e sono tutte vere. Quella regolatoria, fra operatori telco e servizi digitali equivalenti agli occhi del cliente: il primo ha obblighi di qualità del servizio, portabilità del numero, servizi di emergenza, che il secondo, pur offrendo funzioni spesso sovrapponibili, semplicemente non ha. Quella sul valore: oggi sei piattaforme globali muovono oltre la metà del traffico internet mondiale, e in sei anni hanno più che raddoppiato i ricavi, mentre il mercato telco europeo nello stesso periodo è rimasto fermo. E quella nel retail italiano, dove diversi operatori si sono posizionati a valle facendo leva su infrastrutture esistenti senza partecipare al ciclo industriale.
Tutto vero. E proprio per questo bisogna stare attenti alla risposta semplice. L’idea che lo squilibrio si risolva con una tassa sugli OTT, francamente, non mi convince. È politicamente semiferma, tecnicamente complicata, e racconta un’immagine sbagliata del settore: quella di un comparto in cerca di protezione. Il Digital Networks Act va in una direzione più matura. Lavora sull’assetto complessivo del mercato: armonizzazione delle regole europee, più scala industriale, più flessibilità nei rapporti business-to-business per l’interconnessione IP. È un primo passo, anche se ancora troppo distante da una soluzione completa (soprattutto quando entrerà nel vivo della “execution”).
Sul piano italiano, preferirei spostare la discussione su un terreno meno consumato. Il dibattito sull’asimmetria fra telco e piattaforme è ormai entrato nella fase dei rendimenti decrescenti: stiamo ripetendo gli stessi argomenti dal 2018 senza che la geografia del valore si sposti di un millimetro. Ha più senso ragionare di leve concrete che l’Italia può effettivamente attivare. La politica di insediamento dei data center è una di queste, e non possiamo permetterci di arrivare tardi. L’Italia ha qualcosa da offrire. La posizione sui cavi mediterranei è un asset reale. Su questo terreno, gli investitori globali decidono però sui fondamentali: costo dell’energia, accesso all’acqua, capacità della rete elettrica, tempi autorizzativi. Sono leve che si muovono insieme. I costi dell’energia industriale in Italia restano fra i più alti d’Europa, e questo è un fattore di fragilità che pesa direttamente sulla nostra capacità di attrarre investimenti capitale-intensivi come quelli sui data center. Nessuna di queste leve si chiude con un singolo intervento. La posizione competitiva di un Paese su questa partita si costruisce nel tempo, con continuità di indirizzo industriale e a condizione che chi investe abbia una prospettiva di ritorni stabili nel medio periodo.
A questo si aggiunge anche un altro fattore. La sovranità digitale è oggi un obiettivo condiviso e legittimo, in Europa come in Italia. Tradurla in infrastruttura richiede però scelte concrete su tempi, partner, modelli di governance. Diversi Paesi europei le stanno affrontando in modi differenti: alcuni hanno preferito framework operativi snelli per accelerare il deployment; l’Italia sta finora privilegiando un disegno strutturato di governance. Sono trade-off legittimi. La domanda aperta è se l’equilibrio scelto stia producendo i risultati attesi, e nei tempi giusti. C’è poi il ruolo dello Stato come anchor tenant: il Polo Strategico Nazionale per il cloud è un primo esempio in quella direzione, e il principio andrebbe esteso ad altri ambiti, dall’AI compute pubblica alla capacità HPC per la ricerca. La domanda pubblica stabile, quando ben disegnata, può finanziare quella decentralizzazione infrastrutturale che il mercato da solo non porta nei tempi giusti.







