l’approfondimento

Cavi sottomarini a fine vita: impatti ambientali e opportunità di recupero



Indirizzo copiato

Lo studio “Environmental considerations for the decommissioning of subsea cables” fornisce la prima valutazione scientifica completa sulla dismissione, un tema destinato a incidere sempre di più su pianificazione dei fondali, sostenibilità, riciclo e nuove scelte regolatorie

Pubblicato il 9 feb 2026



dismissione cavi sottomarini

Senza cavi sottomarini, Internet come lo conosciamo semplicemente non esisterebbe. Le grandi piattaforme cloud, le transazioni finanziarie, le comunicazioni aziendali, lo streaming e persino le chiamate vocali internazionali poggiano su una rete fisica, lunga milioni di chilometri, che attraversa oceani e mari collegando continenti e isole.

Il primo studio scientifico sul fine vita dei cavi sottomarini

Secondo una recente ricerca pubblicata sul Journal of Environmental Management alla fine del 2025 nel mondo sono stati installati oltre 3,5 milioni di chilometri di cavi sottomarini, considerando tutte le tipologie e le epoche, dai cavi telegrafici ottocenteschi fino ai sistemi in fibra ottica contemporanei. Questa rete continua a crescere: tra il 2023 e il 2025 sono entrati in costruzione nuovi tratti per circa 300 mila chilometri, segnando un periodo record di espansione.

Ma a questa corsa si affianca una seconda dinamica, meno visibile e ancora poco normata: il numero di cavi fuori servizio aumenta rapidamente. I sistemi di telecomunicazione hanno infatti una vita progettuale media di 20-25 anni, e il ricambio tecnologico è costante. Di conseguenza, una parte sempre più ampia dell’infrastruttura globale non trasporta più traffico, ma resta fisicamente sul fondale.

Un team internazionale

Lo studio, intitolato Environmental considerations for the decommissioning of subsea cables, è stato guidato da Mike Clare, ricercatore del National Oceanography Centre del Regno Unito, e realizzato da un team internazionale di scienziati marini e specialisti del settore dei cavi sottomarini.

Si tratta della prima valutazione scientifica peer reviewed dedicata in modo sistematico alla fase di dismissione delle infrastrutture sottomarine per telecomunicazioni ed energia, un ambito che finora era rimasto privo di evidenze consolidate a supporto delle decisioni industriali e regolatorie.

Come sottolinea Clare, l’obiettivo del lavoro è stato quello di colmare un vuoto conoscitivo rilevante, fornendo dati empirici su operazioni reali di recupero e mettendo a confronto gli impatti ambientali della rimozione con quelli, ben più studiati, legati alla posa dei cavi.

Perché la dismissione dei cavi sottomarini è diventata una priorità

Fino a pochi anni fa, la prassi dominante era lasciare i cavi in situ. Era una scelta che appariva razionale: i cavi sono sottili, spesso inerti dal punto di vista chimico e, in molti casi, si riteneva che avessero un impatto limitato sugli ecosistemi marini. Lo stesso studio conferma che, storicamente, la maggioranza dei cavi fuori servizio è stata lasciata sul fondale .

Oggi però questa impostazione incontra pressioni convergenti.

La prima è di natura logistica e geopolitica. Il mare sta diventando uno spazio infrastrutturale conteso. La crescita dell’eolico offshore, l’espansione degli interconnettori elettrici, l’aumento delle rotte dei nuovi cavi in fibra ottica e la presenza di pipeline rendono sempre più difficile trovare corridoi liberi. Rimuovere un vecchio cavo può significare liberare una rotta già testata, riducendo la necessità di attraversare aree nuove e potenzialmente più sensibili.

La seconda pressione è industriale. I cavi contengono materiali di valore, in particolare rame, acciaio e polimeri plastici. Se recuperati, questi materiali possono rientrare nelle filiere produttive con percentuali molto elevate di riciclo. Lo studio sottolinea che la riciclabilità può superare il 95% , un dato che assume peso crescente in una fase in cui l’Europa e molte economie avanzate cercano di ridurre la dipendenza da materie prime vergini.

La terza pressione è regolatoria e sociale. In diversi Paesi si stanno affermando norme che spingono verso la rimozione delle infrastrutture a fine vita, anche se con approcci molto diversi. L’assenza di standard armonizzati rende tuttavia le decisioni spesso incerte e disomogenee.

Casi concreti e dati operativi

Uno degli elementi più interessanti del lavoro è la base empirica. Gli autori non si limitano a una rassegna teorica, ma analizzano report di recupero di dodici operazioni relative al cavo transatlantico TAT-14, commissionato nel 2000 e dismesso nel 2020, con interventi condotti in diverse aree tra Europa e Nord America.

Le operazioni analizzate mostrano percentuali di successo mediamente elevate, ma non uniformi. In alcuni casi il recupero è totale, in altri scende fino a circa la metà del tratto previsto, soprattutto quando il cavo risulta eccessivamente sepolto dai sedimenti o interferisce con infrastrutture più recenti.

Lo studio include inoltre osservazioni dettagliate su due operazioni di scala eccezionale: il recupero di 1.890 km di cavo al largo del Portogallo e di 1.483 km al largo del Brasile, con monitoraggio della condizione del cavo e delle eventuali colonizzazioni biologiche.

Gli impatti ambientali

Il cuore della discussione riguarda l’impatto ambientale delle operazioni di recupero. È qui che lo studio fornisce il messaggio più netto, ripreso anche nella sintesi pubblicata dall’International Cable Protection Committee: gli impatti sono generalmente localizzati, di breve durata e inferiori a quelli associati all’installazione.

Il disturbo principale è legato all’uso dei grappini, strumenti trainati sul fondale per intercettare il cavo, tagliarlo e recuperarlo. La superficie coinvolta è ridotta: si parla di un’impronta di circa mezzo metro di larghezza e di tratti che, nella maggior parte dei casi, sono molto brevi. Solo in situazioni estreme, quando il cavo è stato coperto da forti accumuli di sedimento o quando la cartografia è incompleta, i tentativi possono moltiplicarsi.

Un secondo impatto potenziale riguarda la risospensione dei sedimenti quando si recuperano cavi interrati, soprattutto in acque poco profonde. Anche qui lo studio evidenzia che l’effetto è in genere limitato e molto più contenuto rispetto alle operazioni di posa, che possono prevedere arature o jetting, con plumes più estesi.

La dismissione dei cavi sottomarini non appare, dunque, in condizioni normali, come un’attività in grado di produrre danni ambientali diffusi. Piuttosto, richiede una gestione attenta nei casi particolari, soprattutto quando il recupero coinvolge habitat sensibili.

I casi in cui recuperare può non essere la scelta migliore

Lo studio insiste su un punto che spesso sfugge nel dibattito pubblico: la sostenibilità non coincide automaticamente con la rimozione totale.

In presenza di habitat biogenici vulnerabili, come praterie di fanerogame marine, reef di spugne, coralli profondi o strutture a crescita lentissima, anche disturbi limitati possono avere effetti di lungo periodo. Viene citato, ad esempio, il caso della Posidonia oceanica nel Mediterraneo, che può richiedere oltre un secolo per recuperare dopo una perturbazione significativa.

La raccomandazione implicita è quindi di evitare automatismi e di adottare una logica di valutazione situazionale. In alcuni casi, lasciare un cavo in situ può essere ambientalmente preferibile, soprattutto se per recuperarlo occorrerebbero tecniche invasive, come l’escavazione profonda o la rimozione di strutture protettive.

La colonizzazione biologica

Uno dei punti più interessanti dello studio riguarda la colonizzazione biologica dei cavi. Nell’immaginario diffuso, i cavi sul fondale vengono spesso descritti come substrati artificiali capaci di trasformarsi in micro-habitat, ospitando comunità stabili. Questo timore alimenta l’idea che la rimozione possa equivalere a una perdita ecologica.

Le evidenze raccolte, tuttavia, raccontano un quadro diverso. Analisi su cavi rimasti sul fondale per decenni, recuperati da oceani diversi e a profondità abissali, mostrano che i cavi risultano spesso in condizioni quasi pristine, senza incrostazioni visibili.

Il dato più emblematico riguarda l’operazione al largo del Portogallo: su 1.890 km di cavo recuperato, è stata osservata una sola colonizzazione visibile, limitata a meno di tre metri, con spugne, anemoni e idroidi . Nella campagna brasiliana, su 1.483 km, non sono state rilevate colonizzazioni né degradazioni significative.

Questi risultati sono coerenti con quanto riportato anche dalla sintesi ICPC, che sottolinea come la colonizzazione da megafauna sia l’eccezione e non la norma.

Recupero e riciclo: un potenziale industriale spesso sottovalutato

Dal punto di vista economico e industriale, lo studio descrive un quadro estremamente favorevole. La limitata degradazione dei cavi nel tempo implica che le componenti recuperate sono spesso di alta qualità.

Le analisi su cavi rimasti sul fondale per 38-44 anni mostrano guaine plastiche integre, acciaio privo di corrosione significativa e conduttori in buono stato. Gli autori evidenziano inoltre che i cavi leggeri, quelli tipicamente posati in acque profonde e in aree internazionali, risultano sostanzialmente chimicamente inerti.

Questo dato rafforza due argomentazioni, che convivono senza contraddirsi.

La prima è che il recupero può essere una leva efficace di economia circolare, perché consente di reintrodurre rame, acciaio e polimeri in filiere produttive, riducendo emissioni e pressione estrattiva. La seconda è che, proprio perché i cavi degradano poco, lasciarli in situ non equivale necessariamente a un rischio ambientale, se il recupero comporterebbe impatti superiori o se non è tecnicamente fattibile.

Lo studio cita anche casi concreti di riuso: cavi recuperati e re-impiegati in collegamenti inter-insulari o come scorte per riparazioni, mostrando che la dismissione non deve coincidere con la rottamazione.

Perché non sempre si può recuperare tutto

Quanto ai limiti operativi, secondo la ricerca un recupero integrale di tutti i cavi fuori servizio si scontra con almeno tre ostacoli strutturali.

Il primo è la sepoltura eccessiva. I cavi possono essere stati interrati intenzionalmente in fase di posa, oppure possono essere stati ricoperti nel tempo da sedimenti mobili. In alcuni casi analizzati, il recupero è fallito perché il cavo risultava sepolto oltre le profondità gestibili con tecniche a basso impatto, costringendo a lasciare in situ tratti significativi.

Il secondo ostacolo è l’interferenza con altre infrastrutture. Un cavo dismesso può essere incrociato da cavi attivi, pipeline o protezioni fisiche, rendendo la rimozione rischiosa. In questi casi si procede con tagli e ancoraggi localizzati, ma inevitabilmente restano porzioni sul fondale.

Il terzo limite è normativo. Paradossalmente, alcuni enti regolatori possono negare permessi di recupero proprio per evitare disturbi, soprattutto in aree protette, mentre in altri contesti viene imposto il recupero totale senza considerare vincoli tecnici e ambientali.

Ripensare la dismissione

Lo studio propone anche una prospettiva più ampia, che va oltre il recupero in senso stretto. Una delle evoluzioni più interessanti riguarda la possibilità di repurposing, cioè di trasformare i cavi dismessi in infrastrutture scientifiche.

Le tecniche di fibre-optic sensing permettono infatti di usare le fibre come sensori distribuiti, capaci di rilevare variazioni di temperatura, deformazioni, rumore ambientale e segnali sismici. Questo apre applicazioni per l’allerta tsunami, il monitoraggio di vulcani e terremoti, lo studio delle correnti e persino l’osservazione della fauna marina tramite biophonic noise.

In questa prospettiva, non tutti i cavi devono essere necessariamente rimossi. Alcuni possono diventare asset scientifici, con valore pubblico, estendendo il ciclo di vita dell’infrastruttura oltre la funzione originaria.

Il messaggio: dismissione sì, ma basata su evidenze

Il recupero dei cavi sottomarini può essere compatibile con la tutela ambientale, perché gli impatti risultano in genere limitati, localizzati e temporanei, soprattutto in acque profonde dove i cavi sono spesso semplicemente appoggiati sul fondale. Allo stesso tempo, l’operazione offre benefici concreti: riduzione dell’ingombro infrastrutturale, liberazione di corridoi per nuovi cavi, ritorno di materiali di valore alle filiere industriali, riduzione della pressione estrattiva.

Tuttavia, lo studio chiarisce anche che la dismissione non può essere gestita con automatismi normativi. In alcuni contesti, recuperare tutto non è tecnicamente possibile; in altri, non è ambientalmente opportuno. Serve quindi un approccio basato su valutazioni locali, standard di monitoraggio, dati condivisi e, soprattutto, una governance più armonizzata.

La sfida, nei prossimi anni, non sarà solo posare nuovi cavi per sostenere la crescita della domanda digitale, ma gestire in modo intelligente la massa crescente di infrastrutture che raggiunge la fine vita. In questo senso, la dismissione dei cavi sottomarini diventa un indicatore della maturità con cui il settore delle telecomunicazioni saprà affrontare la sostenibilità non come slogan, ma come processo industriale e regolatorio.

guest

0 Commenti
Più recenti
Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli correlati

0
Lascia un commento, la tua opinione conta.x