I cavi sottomarini sono ormai un asset strategico per l’economia digitale, la sicurezza nazionale e la politica industriale europea. Nel Mediterraneo questa trasformazione è già visibile: sul fondo del mare corre una rete che sostiene flussi di dati, energia e merci. È una dorsale silenziosa, ma sempre più decisiva per la competitività dei Paesi.
Secondo l’analisi rilanciata da Francesco Paolo Bello, Managing partner di Deloitte Legal, su Voices, la piattaforma di commenti degli esperti Deloitte, il Mediterraneo ospita oggi 850 infrastrutture critiche. Il perimetro comprende 65 dorsali di telecomunicazione, 260 cavi primari, 47 cavi militari, 7 interconnessioni elettriche, 9 gasdotti, 5 oleodotti e 450 porti. Numeri già rilevanti, destinati però a crescere nei prossimi anni.
Il dato più significativo riguarda gli investimenti. Le infrastrutture sottomarine di telecomunicazione passeranno da 2,5 miliardi di euro nel periodo 2020-2023 a 4,5 miliardi tra il 2027 e il 2030. La traiettoria conferma il ruolo del mare come piattaforma abilitante per cloud, connettività, interconnessioni energetiche e servizi digitali avanzati.
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Il Mediterraneo nella nuova geografia delle reti
La centralità dei cavi sottomarini si inserisce in una trasformazione più ampia della dimensione marina. La Commissione europea prevede 235 nuovi progetti transfrontalieri nel Mediterraneo. Di questi, 85 riguardano elettricità, offshore e reti intelligenti. Le interconnessioni elettriche attive sono oggi 7, mentre altrettante risultano in costruzione.
La capacità aggiuntiva prevista è di circa 15 Gigawatt, rispetto ai 30 attuali. L’area mediterranea si colloca così come la seconda al mondo per sviluppo e la terza per investimenti, dopo Nord Europa e Stati Uniti. Il mare diventa quindi una piattaforma di integrazione tra infrastrutture fisiche e digitali.
Questa evoluzione modifica anche il peso geopolitico dell’area. I fondali non sono più solo spazi di transito. Diventano luoghi nei quali si concentrano dipendenze tecnologiche, interessi commerciali e priorità di sicurezza. La continuità dei servizi digitali passa anche dalla protezione delle dorsali sottomarine. Lo stesso vale per l’approvvigionamento energetico e per le connessioni tra mercati.
La crescita espone il sistema a nuove fragilità
L’aumento degli investimenti apre opportunità industriali, ma rende più evidente il tema della vulnerabilità. Le reti subacquee sono infrastrutture complesse. Attraversano giurisdizioni diverse, coinvolgono operatori privati e istituzioni pubbliche, e possono avere impieghi civili e militari.
Bello evidenzia proprio questo punto. “I cavi sottomarini per l’energia e i dati sono infrastrutture critiche. La loro protezione richiede coordinamento tra attori civili e militari, tra istituzioni nazionali e alleanze internazionali”, osserva l’esperto Deloitte. Il tema diventa ancora più delicato per i cavi “dual use”, condivisi tra operatori civili e militari. In questi casi serve un equilibrio tra trasparenza e riservatezza.
Il rischio non è soltanto tecnico. La frammentazione normativa e istituzionale può rallentare la realizzazione delle opere. Può anche rendere meno efficace la protezione delle infrastrutture. La distribuzione delle competenze tra enti diversi, nata per gestire ambiti specialistici, fatica a rispondere a una sfida trasversale.
Il mare concentra infatti energia, difesa, telecomunicazioni, commercio, ambiente e cultura. Ogni dimensione ha regole, autorizzazioni e interessi propri. Senza una regia comune, la crescita delle infrastrutture può trasformarsi in un mosaico difficile da governare.
Perché serve una governance unitaria
La questione dei cavi sottomarini mostra una tendenza più ampia. Le infrastrutture critiche non possono essere gestite soltanto con strumenti settoriali. Richiedono una capacità di coordinamento stabile, capace di leggere rischi, investimenti e priorità pubbliche nello stesso quadro.
“La risorsa marina è per sua natura multidimensionale”, sottolinea Bello. Per questo, secondo l’esperto, il mare ha bisogno di “un nuovo modello di governance unitaria, non solo a livello nazionale ma anche europeo”. L’obiettivo è accentrare competenze diversificate in soggetti capaci di proteggere e valorizzare la funzione strategica della dimensione marina.
Il nodo riguarda anche i tempi. Le infrastrutture sottomarine richiedono autorizzazioni, controlli, standard tecnici e valutazioni di sicurezza. Se questi passaggi restano dispersi tra più amministrazioni, il sistema perde velocità. In un mercato guidato da investimenti crescenti, ritardi e incertezze possono pesare sulla competitività.
La sfida è quindi duplice. Da un lato bisogna favorire lo sviluppo di nuove reti. Dall’altro occorre garantire che queste reti siano sicure, interoperabili e coerenti con gli interessi strategici nazionali ed europei. Il punto di equilibrio passa da una governance capace di parlare con imprese, autorità, difesa e organismi sovranazionali.
Il ruolo dell’Asas nella dimensione subacquea
Il legislatore italiano ha iniziato a intervenire su questo terreno. La legge n. 9/2026 sulla dimensione subacquea ha istituito l’Agenzia per la Sicurezza delle Attività Subacquee, Asas. Si tratta di un soggetto dedicato, pensato per portare ordine e capacità operativa in un ambito finora segnato dalla frammentazione.
L’Asas è un ente pubblico con personalità giuridica, autonomia regolamentare, amministrativa e contabile. È incardinata presso la Presidenza del Consiglio dei ministri e opera come struttura tecnica di supporto al decisore politico. La sua funzione principale è il raccordo tra le amministrazioni competenti nella gestione della dimensione subacquea.
Questa impostazione la distingue dalle autorità amministrative indipendenti. L’agenzia presenta piuttosto i caratteri delle amministrazioni per missione. La logica è operativa: coordinare competenze diverse intorno a obiettivi strategici definiti.
Secondo Bello, l’agenzia ha anzitutto il compito del coordinamento interistituzionale, anche con soggetti sovranazionali. Deve inoltre ridurre le interferenze tra attività civili e militari. È competente anche sulle autorizzazioni per attività di navigazione sottomarina. A questo si aggiunge la definizione dei requisiti tecnici dei mezzi subacquei e delle qualifiche professionali dei soggetti abilitati a condurli.
Dalla sicurezza alla politica industriale
La regolazione della dimensione subacquea non riguarda solo la protezione. Ha anche un impatto diretto sulla politica industriale. I cavi sottomarini attirano investimenti, competenze ingegneristiche, servizi digitali e filiere specializzate. Possono sostenere la posizione dell’Italia come piattaforma mediterranea per dati ed energia.
La crescita prevista da Deloitte indica un mercato in espansione. Ma il valore economico dipenderà dalla capacità di costruire condizioni stabili. Gli operatori hanno bisogno di regole chiare, tempi prevedibili e interlocutori istituzionali riconoscibili. Le amministrazioni, a loro volta, devono poter verificare sicurezza, compatibilità e interesse pubblico.
Il rapporto tra pubblico e privato diventa quindi centrale. Bello richiama la necessità che gli operatori economici mettano a disposizione dell’amministrazione il proprio valore aggiunto. La cooperazione istituzionale può creare un terreno più favorevole agli investimenti. Può anche rafforzare la capacità dello Stato di governare infrastrutture sempre più sensibili.
Questa prospettiva vale soprattutto per le tecnologie dual use. La stessa infrastruttura può servire traffico dati commerciale e funzioni di sicurezza. La governance deve quindi evitare due rischi opposti. Da un lato una trasparenza eccessiva può esporre asset critici. Dall’altro una riservatezza troppo ampia può frenare mercato e innovazione.
Il mare come laboratorio normativo
La legge n. 70/2026 sulla valorizzazione della risorsa mare e il Piano del mare 2026-2028 rafforzano la direzione intrapresa. Il quadro punta a individuare priorità economiche, normative e sociali. In questa prospettiva, il mare non è solo uno spazio da amministrare. Diventa un laboratorio di innovazione normativa.
Il parallelo con lo spazio, richiamato nel contributo Deloitte, aiuta a comprendere la portata della sfida. Mare e spazio sono ambienti diversi, ma condividono alcune caratteristiche. Entrambi richiedono regole per attività ad alta complessità tecnologica. Entrambi coinvolgono attori pubblici e privati. Entrambi pongono problemi di sicurezza, innovazione e sovranità.
La somiglianza riguarda anche il rapporto tra trasparenza e riservatezza. La protezione delle infrastrutture critiche impone limiti alla circolazione delle informazioni. Allo stesso tempo, gli investitori e gli operatori hanno bisogno di un quadro leggibile. Il bilanciamento tra queste esigenze sarà uno dei punti chiave della nuova governance marina.
Il Mediterraneo offre un banco di prova concreto. Qui si intrecciano rotte commerciali, interconnessioni energetiche, dorsali dati e interessi militari. La sua posizione rende ogni scelta infrastrutturale anche una scelta strategica. Per questo la politica del mare entra sempre più nel cuore dell’agenda digitale.
Una partita europea per dati, energia e sicurezza
La crescita dei cavi sottomarini non può essere letta soltanto in chiave nazionale. Le dorsali attraversano confini e collegano mercati. La protezione di un tratto di rete può incidere sulla resilienza di più Paesi. Anche gli investimenti nelle interconnessioni energetiche hanno una dimensione europea.
Da qui nasce l’esigenza di un coordinamento sovranazionale più forte. Le alleanze internazionali, le istituzioni europee e le autorità nazionali devono lavorare su standard comuni. Devono anche definire procedure condivise per prevenzione, controllo e risposta agli incidenti. La frammentazione resta uno dei principali fattori di rischio.
Per l’Italia, questa fase può aprire uno spazio di posizionamento industriale. La collocazione geografica e la densità delle infrastrutture mediterranee offrono un vantaggio naturale. Tuttavia, il vantaggio va trasformato in capacità di governo. Senza procedure efficienti e competenze integrate, la centralità geografica rischia di restare potenziale.
Il punto non è solo costruire nuove infrastrutture. È renderle parte di una strategia coerente. Una strategia che tenga insieme cloud, reti intelligenti, energia offshore, sicurezza nazionale e competitività delle imprese.






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