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Cavi sottomarini, troppi cavi negli stessi approdi: servizi a rischio



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La convergenza delle dorsali in un numero limitato di snodi, i cosiddetti chokepoints, aumenta l’esposizione a incidenti, interruzioni e danni accidentali. Con effetti potenzialmente estesi su traffico dati globale, servizi essenziali, cloud, finanza e sicurezza nazionale

Pubblicato il 14 apr 2026



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Punti chiave

  • I cavi sottomarini trasportano oltre il 95% del traffico internazionale; la concentrazione in pochi chokepoints trasforma guasti locali in crisi di connettività su larga scala.
  • Alcune aree sono imposte da vincoli geologici, altre emergono per scelte industriali e mancanza di pianificazione marittima, con accumulo di data center e concentrazione di rotte.
  • Serve trasparenza sui tracciati, architetture ridondanti e piani di backup con qualità comparabile; le autorità di regolazione devono richiedere diversificazione e stress test periodici.
Riassunto generato con AI

I cavi sottomarini sono la spina dorsale invisibile dell’economia digitale. Trasportano oltre il 95% del traffico dati internazionale e sostengono servizi essenziali, finanza, cloud e sicurezza nazionale. Eppure, proprio questa infrastruttura critica continua a poggiare su una fragilità strutturale ampiamente documentata: la concentrazione delle rotte in pochi snodi geografici, i cosiddetti chokepoints.

Il tema torna al centro del dibattito con l’analisi firmata da Andrés Fígoli, direttore di Fígoli Consulting ed esperto di regolazione dei cavi sottomarini. Il messaggio è netto. “Reagire solo dopo che il guasto si è verificato non è resilienza; è vulnerabilità esposta”. Una presa di posizione che chiama in causa l’intera filiera, dagli operatori alle autorità di regolazione.

Cosa sono i chokepoints e perché amplificano il rischio

Nel contesto dei cavi sottomarini, i chokepoints sono aree geografiche ristrette in cui convergono più sistemi. Possono formarsi lungo la rotta, in stretti, canali o piattaforme continentali poco profonde, oppure nei punti di approdo, quando più dorsali atterrano nella stessa stazione o in tratti di costa limitati.

In queste zone, un evento relativamente comune può trasformarsi rapidamente in una crisi regionale. “Un chokepoint trasforma ciò che potrebbe essere un guasto locale in un’emergenza di connettività su larga scala”, osserva Fígoli. I dati dell’International Cable Protection Committee rafforzano l’allarme: solo una quota minima dei danni avviene in alto mare, mentre la quasi totalità si concentra in acque costiere, dove attività umane e infrastrutture si sovrappongono.

Perché la concentrazione continua a crescere

I chokepoints non nascono per caso. Alla base ci sono fattori geologici, economici e politici. Alcune aree vengono evitate per instabilità sismica o fondali complessi, spingendo i tracciati verso corridoi considerati più sicuri. La vicinanza ai grandi hub di dati riduce latenza e costi di backhauling. Il riutilizzo di stazioni di approdo esistenti accelera i tempi e semplifica i permessi.

A questo si aggiunge un elemento decisivo: l’assenza di una pianificazione marittima di lungo periodo. In molti Paesi, le decisioni sugli approdi dei cavi sottomarini vengono prese progetto per progetto, senza una visione nazionale complessiva. Nel tempo, questa somma di scelte razionali sul breve periodo produce una concentrazione crescente e, di conseguenza, una vulnerabilità strutturale.

Chokepoints inevitabili e vulnerabilità evitabili

Non tutte le concentrazioni sono uguali. Alcune derivano da vincoli geografici difficilmente superabili. Corridoi come il Mar Rosso, lo stretto di Malacca o quello di Luzon rappresentano passaggi obbligati, dove le alternative sono limitate. In questi casi, la diversificazione totale non è realistica e l’attenzione deve spostarsi su protezione fisica, tempi di riparazione e piani di emergenza credibili.

Diverso è il caso dei chokepoints emergenti. Qui la concentrazione non è imposta dalla geografia, ma dal comportamento dell’industria. La nascita di nuovi poli di data center attira più progetti che finiscono per condividere le stesse rotte e gli stessi approdi. “In questi casi il chokepoint non è stato pianificato, ma è emerso nel tempo”, sottolinea Fígoli. Ed è proprio qui che il rischio diventa evitabile.

Le responsabilità dell’industria dei cavi sottomarini

Per anni, operatori tradizionali e hyperscaler hanno privilegiato rotte più corte e meno costose. La logica è chiara: ridurre investimenti e accelerare il deployment. Tuttavia, questa scelta ha prodotto effetti ripetuti e prevedibili. Le interruzioni multiple nel Mar Rosso nel marzo 2024 e nel settembre 2025 non rappresentano eccezioni, ma la conferma di un modello fragile.

“Continuare a progettare sistemi che instradano enormi volumi di traffico attraverso gli stessi corridoi contraddice i principi fondamentali di resilienza e diversificazione del rischio”, scrive Fígoli. Non solo. Questa strategia espone sempre più gli operatori a conseguenze legali e commerciali.

Dalla forza maggiore alla prevedibilità del rischio

Per anni, i guasti ai cavi sottomarini sono stati accettati come eventi di forza maggiore. L’assunto implicito era l’imprevedibilità. Oggi questa giustificazione si indebolisce. I rischi legati ai chokepoints sono noti, documentati e ricorrenti. Quando esistono opzioni di mitigazione ragionevoli, la prevedibilità cambia il quadro giuridico.

Il problema si aggrava quando anche le rotte di backup attraversano gli stessi chokepoints. In altri casi, la capacità alternativa esiste ma con livelli di servizio inferiori, generando degrado di prestazioni nonostante dichiarazioni di “ripristino completo”. Per questo, secondo Fígoli, “l’epoca dell’acquisto di capacità senza conoscere il cavo sottostante è finita”.

Trasparenza, architetture ridondanti e qualità del servizio

I clienti, soprattutto nei contratti di lungo periodo, devono conoscere il tracciato del sistema che trasporterà il loro traffico, l’esposizione a zone ad alto rischio e la qualità delle alternative. Diventa centrale anche la scelta architetturale. Modelli a maglia o ad anello consentono il rerouting immediato in caso di guasto, riducendo l’impatto di una singola interruzione.

Senza queste soluzioni, la presenza di capacità di riserva rischia di restare nominale. La resilienza, invece, richiede che anche il backup garantisca livelli di servizio comparabili.

Il ruolo chiave delle autorità di regolazione

La responsabilità non ricade solo sugli operatori. Le autorità spesso si concentrano sull’attrazione di investimenti e sui permessi di approdo, trascurando il rischio sistemico. Eppure un cavo sottomarino può risultare sicuro sulle coste nazionali e vulnerabile migliaia di chilometri più lontano, in acque internazionali già segnate da incidenti ricorrenti.

Secondo l’analisi, i regolatori dovrebbero richiedere in anticipo diversificazione delle rotte, backup indipendenti dagli stessi chokepoints, stress test periodici e tempi di intervento ridotti. In mancanza di garanzie credibili, i permessi dovrebbero diventare condizionati. L’onere della prova, sottolinea Fígoli, deve ricadere sul proprietario del sistema.

Connettività come diritto e pressione dal basso

Se industria e regolatori non agiscono, la pressione si sposta sugli utenti e sulla società civile. L’accesso alla comunicazione non è più un servizio accessorio. In molti ordinamenti è riconosciuto come diritto. Interruzioni prevedibili e ripetute aprono la strada a reclami, indagini e contenziosi.

In questo contesto, la governance delle infrastrutture digitali non può limitarsi a dichiarazioni di principio. “La regolazione preventiva basata su evidenze non è un onere”, conclude Fígoli. “È una condizione necessaria per qualsiasi strategia di sovranità digitale”.

Una fragilità nota, ma non inevitabile

I cavi sottomarini continueranno a concentrarsi in alcune aree del pianeta. I chokepoints non scompariranno dalle mappe. Ciò che può e deve cambiare è il livello di anticipazione, preparazione e responsabilità con cui vengono gestiti. Ridurre l’esposizione non significa eliminare il rischio, ma rifiutare quello evitabile. In gioco non c’è solo la continuità del servizio, ma la tenuta stessa dell’economia digitale globale.

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