Un punto luminoso nel cielo, un rumore metallico che non torna, un riflesso catturato da una telecamera perimetrale: a volte è davvero così che scatta lo stop. Non un contatto radar inequivocabile, non un’identificazione visiva certa, ma un “sospetto ragionevole”. E il sospetto, in aviazione, è una parola pesante. Perché decollo e atterraggio sono fasi critiche; perché il rischio è a bassa probabilità ma ad altissimo impatto; perché la dotazione tecnologica pensata per aerei e uccelli fatica ancora con i profili piccoli, lenti e imprevedibili dei droni. Risultato: piste chiuse, voli dirottati, catene operative che si interrompono nel punto più delicato. Non è panico: è gestione del rischio. Ed è un tema che non riguarda solo l’aeronautica. Riguarda lo spazio—inteso come infrastruttura orbitale, costellazioni satellitari, servizi di navigazione—che già oggi possono contribuire a vedere, identificare e, in prospettiva, tracciare questi velivoli.
l’approfondimento
Cieli sorvegliati: come il sospetto di un drone può fermare un aeroporto
Dalla firma radar minima ai limiti del Remote ID, fino alle soluzioni satellitari in grado di ascoltare la radiofrequenza e geolocalizzare i segnali: la lotta ai droni in area aeroportuale passa dall’integrazione di sensori a terra, in volo e in orbita, con l’obiettivo di ridurre falsi allarmi e accorciare i tempi di decisione
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