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L'INTERVISTA DOPPIA

Il digital divide? E’ anche una questione etica

Intervista doppia a Luca Attias e Maurizio Matteo Dècina. Partendo dalla vicenda raccontata nel saggio Good Bye Telecom, i due esperti di economia e digitale sottolineano l’importanza di una gestione etica per il rilancio della crescita

28 Lug 2017

Carlo Salatino

Presentato presso la sala Nassirya del Senato della Repubblica, Good Bye Telecom, l’ultimo saggio di Maurizio Matteo Dècina, registra ottime perfomance di vendita e diffusione. In quell’occasione era presente anche Luca Attias, CIO della Corte dei Conti, da sempre attivo sui temi di divulgazione ed evangelizzazione digitale. I due esperti da tempo collaborano in questo ambito per far crescere la cultura digitale in Italia.

Partendo dal libro Good Bye Telecom, cosa ci insegna la vicenda di Telecom?

Attias: La vicenda Telecom insegna che in Italia esiste, anzitutto, un problema etico e culturalmente diffuso a tutti i livelli: imprenditori che cercano di arricchirsi oltre ogni ragionevole misura a scapito di decine di migliaia di posti di lavoro, con le istituzioni che assistono distratte e indifferenti. Purtroppo – e si va oltre la sensazione – si è a tal punto che tutti ormai si sono assuefatti a questo stato di cose, ritenendo “normale” ciò che accade, nella convinzione che chiunque, al posto loro, si sarebbe comportato così. Gli insegnamenti di Adriano Olivetti – ormai dimenticato, considerato obsoleto e perlopiù sconosciuto ai molti – sono stati ignorati e scartati.

Dècina: Il caso Telecom mi sembra lo specchio e il paradigma del paese: 135% il rapporto debito fatturato di telecom e 135% il rapporto debito pil del paese. Non credo ci sia da aggiungere altro.

Parliamo di digital divide: esiste una ricetta segreta per recuperare il tempo perduto?

Dècina: Il digital divide dipende essenzialmente da 3 fattori: scarsità di investimenti a causa di vincoli finanziari, una domanda contenuta in molte zone a fallimento di mercato e in ultimo una tradizione italica politico-economica che non ha mai visto in maniera decisa lo sviluppo di un nuovo sistema mediatico parallelo alle televisioni. Da queste tre cause discendono tre rimedi in modo condiviso a livello politico e di Sistema Paese. Ricetta segreta o meno, bisogna fare presto per non perdere altro terreno in termini di competitività del nostro Paese.

Attias: Sono anni che sento parlare di “recuperare il tempo perduto” e di “ultime occasioni per il digitale italiano”. Migliaia di articoli, incontri, seminari e convegni, documenti più o meno ufficiali analizzano questo aspetto, ma la situazione non sembra sbloccarsi e ormai siamo ben oltre il tempo massimo. Come è noto, oltre al digital divide infrastrutturale, su cui con il piano dell’Agenda Digitale si sta provando a porre rimedio, esiste, purtroppo, un altro tipo di digital divide, forse più “pericoloso” che è relativo al divario di tipo culturale tra chi avrebbe potenzialmente l’accesso ai servizi, ma che per scarso interesse o per “ignoranza” non fa concretamente nulla per utilizzarli. Non esiste una ricetta segreta, ma esistono alcuni aspetti essenziali che predico da anni con scarso successo e che voglio qui ricordare. Innanzitutto, il digitale non può essere analizzato e affrontato come un “moloc” a sé stante, ma è un concetto pervasivo oramai dell’intera società per cui deve interessare tutti, anche se i ruoli dove sono necessarie competenze specifiche non possono essere occupati da chiunque. Inoltre, non si può pensare che il digitale risolva da solo i problemi in contesti organizzativamente, normativamente ed economicamente disastrati. Potrebbe capitare, ad esempio, che il digitale calato in una Giustizia o in una Sanità allo sbando possa provocare addirittura ulteriori danni che si andrebbero ad aggiungere a quelli già esistenti. La Scuola digitale in Italia è poco sviluppata e quindi i nostri giovani subiscono il digital divide già dalla scuola materna. Infine, il digitale non è ancora una priorità politica, non solo per questa o quella forza politica ma, culturalmente parlando, non lo è in termini complessivi.

Etica e tecnologia: qual è la relazione tra questi due importanti elementi della nostra esistenza?

Attias: Su questo aspetto essenziale, voglio citare prima Maurizio in un passaggio cruciale del suo libro: “Un’azienda che decide di intraprendere un’attività rispettando l’etica come modus operandi dovrebbe includere nel bilancio, oltre alla sicurezza dei lavoratori, anche tutta una serie di obiettivi quali la qualità del lavoro, il grado di soddisfazione dei dipendenti, gli obiettivi occupazionali, il rispetto per l’ambiente, la riduzione delle tariffe verso i ceti meno agiati, la promozione della cultura e la sponsorizzazione di eventi didattici, formativi e culturali. Le aziende che adottano abitualmente queste strategie ottengono enormi benefici nel lungo periodo poiché rafforzano e migliorano la relazione con i clienti. Sono personalmente convinto che ciò che dai agli altri senza un ritorno certo, avrà un ritorno certo. Come ho più volte affermato, la corruzione, l’inefficienza, la cultura della raccomandazione possono essere combattute anche con l’informatica ma la digitalizzazione è ostacolata proprio da questi 3 fattori. È una situazione di stallo (“deadlock”) che non è dettata solo dal buon senso ma anche dall’indicatore della correlazione tra il Digital Economy and Society Index (DESI, fonte UE) e la classifica dei Paesi meno corrotti. La logica è semplice: la tecnologia utilizzata in senso etico conduce a trasparenza e controllo, garantendo una forte prevenzione. La condivisione del sapere potrebbe configurarsi come un vero e proprio freno alla dilagante corruzione. Pensiamo, solo per fare un esempio, ai software preventivi contro la corruzione che attingono ai Big Data. L’etica è il fattore abilitante, ma non l’unico; senza adeguate competenze non ci potrà mai essere uno sviluppo equilibrato.

Dècina: Mi pare che Luca abbia già detto abbastanza e lo ringrazio per aver citato in dettaglio il mio libro. Il progresso tecnologico deve essere interpretato come un bene pubblico e non come un bene privato. Prendiamo esempio dale civiltà antiche e in particolare dai tragediografi greci quando immaginano Prometeo che ruba il fuoco agli dei per distribuirlo agli uomini. Un bene privato è soggetto infatti alle esclusive regole del profitto del singolo che si traduce necessariamente in un taglio dei costi: per lo stesso input meno output. Al contrario una innovazione con benefici diffusi tende ad avere a parità di input più output. Questa è la vera innovazione che tra le altre cose è immune dalla disoccupazione tecnologica.