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Internet via satellite passa alla scala industriale: la supply chain dei lanci è la leva competitiva



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SpaceX ha trasformato Starlink in un benchmark, grazie a ritmo operativo e potenziamento continuo della costellazione, con effetti a catena su prestazioni e strategie dei concorrenti. E nei test Speedtest Intelligence relativi a Viasat, l’Italia figura tra i mercati più rappresentati fuori dagli Stati Uniti

Pubblicato il 9 feb 2026

Federica Meta

Direttrice



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Per anni l’accesso a Internet via satellite è stato sinonimo di copertura dove le reti terrestri non arrivano, ma anche di un compromesso inevitabile ovvero velocità spesso limitate e, soprattutto, latenza elevata. Oggi, invece, l’ascesa delle costellazioni in orbita bassa (Low Earth Orbit, LEO), che volano molto più vicino alla superficie terrestre rispetto ai satelliti geostazionari (GEO), garantiscono collegamenti sabbastanza rapidi tali da supportare la maggior parte delle attività digitali moderne, dalla videoconferenza al gaming.

In questo scenario, Starlink – la costellazione di SpaceX – è diventata l’emblema della “disruption”. Non solo operatore ma vero e proprio modello industriale che combina capacità di lancio, ritmo operativo e aggiornamento continuo della rete. E i dati di Ookla Speedtest Intelligence aiutano a misurare la portata del cambio di paradigma: nel terzo trimestre 2025 Starlink ha rappresentato il 97,1% dei campioni globali di test satellitari, lasciando agli altri player quote residuali (Viasat 1,7%, HughesNet 1,0%). Dati che ci raccontano una cosa sola: quando gli utenti testano l’internet satellitare “consumer”, nella stragrande maggioranza dei casi stanno testando Starlink.

Dal predominio GEO al sorpasso LEO: perché la distanza conta davvero

L’internet satellitare nasce almeno tre decenni fa, quando alcune aziende iniziano a sfruttare i satelliti GEO per servire aree non coperte dagli operatori terrestri. Il vantaggio dei GEO è geometrico ed economico dato che con pochi satelliti si coprono enormi porzioni del pianeta. Ma per “restare fermi” rispetto alla rotazione terrestre, i GEO orbitano a 22.236 miglia di altezza. Ed è qui che la latenza diventa un limite strutturale, soprattutto per applicazioni in tempo reale dove il ritardo si percepisce e l’esperienza d’uso si degrada.

I LEO invece orbitano tipicamente tra 300 e 1.200 miglia. La connessione fa meno strada, il segnale impiega meno tempo, e la latenza scende. Ma la copertura non è più garantita da pochi asset: serve un numero enorme di satelliti perché ciascun satellite, a quelle altitudini, completa un giro della Terra in meno di due ore. È un modello ad alta intensità di capitale e di lanci. E qui entra in gioco SpaceX.

L’ascesa di Starlink è inseparabile dal ritmo dei lanci SpaceX, ormai quasi quotidiani. Ogni missione, soprattutto con il Falcon 9 riutilizzabile, porta in orbita decine di satelliti che aumentano capacità e copertura. Dal 2019 SpaceX ha lanciato 10.790 satelliti Starlink, costruendo una costellazione con quasi 10.000 satelliti attivi e arrivando a 9,2 milioni di clienti.

Il legame tra ritmo industriale e crescita commerciale è evidente anche nei numeri messi a dispozione da Ookla. Nel 2025 SpaceX ha effettuato 165 voli orbitali, pari all’85% del totale statunitense, e 123 di quei lanci Falcon 9 erano dedicati ai satelliti Starlink. Si tratta di una catena di produzione e dispiegamento che consente di alimentare continuamente la rete e inseguire la domanda. Non a caso, nel 2025 Starlink ha attivato oltre 35 nuovi mercati e ha aggiunto 4,6 milioni di clienti.

A crescere non sono soltanto i clienti ma cresce anche l’utilizzo della rete. Secondo Cloudflare, il traffico Starlink è aumentato di 2,3 volte nel 2025, mentre Starlink stessa dichiara che la capacità cumulativa ha superato 600 Tbps. È un confronto impietoso con molti operatori GEO tradizionali che, pur rimanendo forti su segmenti wholesale, governativi, aeronautici e marittimi, non hanno un’offerta consumer comparabile per scala.

Dove sono gli utenti e come stanno cambiando le prestazioni

I campioni Speedtest forniscono una fotografia deettagliata della distribuzione geografica della base utenti. I primi mercati per volume di test risultano Stati Uniti, Messico, Indonesia, Brasile e Canada, con gli USA che pesano per oltre un quinto dei campioni Starlink. È una proxy e non dà numeri certi per Paese, ma delinea scala e direzione, evidenziando che le velocità mediane di download e upload di Starlink stanno crescendo nei principali mercati.

L’analisi per Paesi mostra anche che i risultati non sono uniformi. Nel terzo trimestre 2025, tra i Paesi con velocità mediane aggregate più alte compaiono Lettonia (187,30 Mbps), Isole Marianne Settentrionali (186,15), Nuova Zelanda (185,37), Azerbaigian (182,44), Portogallo (180,18). Dall’altra parte, tra i mercati più lenti figurano Sud Sudan (15,87), Madagascar (23,64), Liberia (26,74), Svalbard e Jan Mayen (27,80), Yemen (28,07). La dispersione suggerisce che oltre alla tecnologia orbitale contano fattori locali. Tra questi: ostacoli fisici, condizioni atmosferiche, gestione della capacità, densità utenti, persino posizionamento dei router domestici.

Un altro elemento di competitività è il prezzo, che in alcuni mercati scende mentre le prestazioni salgono. Il testo porta l’esempio del Regno Unito con un piano a £35 al mese per circa 100 Mbps, a dimostrazione di una strategia aggressiva: ampliare la platea potenziale rendendo il servizio più “paragonabile” alle offerte fisse entry-level, soprattutto dove la copertura terrestre è incompleta o la qualità è discontinua.

Latenza: il vero spartiacque tra GEO e LEO

Se la velocità è importante, la latenza è spesso decisiva. È il tempo che intercorre tra richiesta e risposta: un valore alto genera “lag” e frustrazione. Le reti fisse in fibra possono stare intorno ai 10 ms o meno, mentre le reti mobili 5G spesso viaggiano sui 30-40 ms. Starlink, pur dovendo comunque salire e scendere verso satelliti che orbitano a circa 341 miglia, può mantenere tempi molto più bassi rispetto ai GEO.

Lo studio ricorda che il round trip tra utente, satellite e gateway può richiedere “di solito” meno di 10 ms alla velocità della luce, ma poi entrano in gioco variabili come i collegamenti laser tra satelliti, la congestione, e soprattutto la distanza dal punto di presenza (PoP) e dalle stazioni di terra. Non a caso, nel terzo trimestre 2025 i mercati con latenza più bassa includono Nuova Zelanda, Bahamas, Australia, Uruguay e Kenya. La Nuova Zelanda emerge come caso stabile di latenza ridotta, probabilmente grazie a più stazioni di terra e a una rete fissa nazionale robusta.

Kenya, invece, è l’esempio “didattico” di quanto conti l’infrastruttura di terra: la latenza sarebbe passata da 289 ms a 53 ms dopo il dispiegamento di un nuovo PoP a Nairobi nel gennaio 2025. Dunque, non basta mettere satelliti in orbita, serve una rete terrestre che “atterri” il traffico vicino agli utenti.

Inoltre, anche quando Starlink mostra valori peggiori, resta dentro una categoria diversa rispetto ai GEO. Il dato più alto citato è 282 ms nelle Isole Marshall (Q3 2025), comunque meno della metà della miglior latenza registrata nello stesso periodo per un operatore GEO come Kacific, che arriva a 599 ms nelle Filippine. La ragione è geometrica prima che ingegneristica: un GEO orbita circa 65 volte più lontano di un LEO.

Il dato che riguarda l’Italia: Viasat include il nostro Paese tra i mercati principali

Nel report c’è un passaggio che tocca direttamente l’Italia e vale la pena evidenziare. Analizzando i campioni Speedtest relativi a Viasat nel terzo trimestre 2025, emerge che che, dopo gli Stati Uniti (che pesano per l’83% dei risultati), tra i principali mercati compaiono Ucraina, Brasile, Italia e Canada. Il fatto che l’Italia rientri nel “perimetro top” di un grande operatore GEO come Viasat suggerisce che nel nostro Paese esista ancora una base significativa di utilizzo (o almeno di misurazioni) della connettività satellitare tradizionale, probabilmente legata a esigenze di copertura in aree dove il terrestre non garantisce ancora prestazioni e affidabilità omogenee.

È un dato interessante anche perché arriva in un momento in cui i provider GEO che servono il mercato residenziale risultano mediamente più lenti: nella maggior parte dei grandi mercati, Viasat e HughesNet offrono velocità di download circa tre volte inferiori rispetto a Starlink. In altre parole, mentre il LEO guadagna terreno, l’Italia appare ancora “tracciabile” nelle metriche di un player GEO: un segnale che rende il Paese un osservatorio utile per capire tempi e modalità della transizione tra modelli.

Consolidamento e riposizionamento: la difesa (e la fuga) degli operatori storici

L’espansione di Starlink sta causando, inevitabilmente, una reazione strutturale nel settore come raccontano la sequenza di operazioni che vanno verso il consolidamento: Eutelsat-OneWeb completata a settembre 2023, Viasat-Inmarsat finalizzata a maggio 2023, e SES-Intelsat chiusa a luglio 2025. È la risposta tipica dei mercati sotto pressione ovvero crescere per massa critica, integrare asset, ricercare sinergie.

Parallelamente si osserva un riposizionamento strategico. Molti operatori GEO, soprattutto quelli storicamente legati al consumer, sembrano orientarsi sempre più verso servizi wholesale e segmenti business (governi, aviazione, marittimo): SES in aviazione con 3.000 aerei serviti, Viasat con accordi istituzionali. Ma Starlink entra anche lì, rivendicando connessioni per 1.400 aerei commerciali e 150.000 imbarcazioni. Questo a dire che la competizione si estende anche alle verticalità più remunerative.

I nuovi entranti

Che Starlink sia dominante oggi non significa che lo sarà per sempre. Ookla sottolinea l’arrivo di nuovi attori LEO, a partire da Amazon Leo (ex Project Kuiper), che sta testando servizi con circa 180 satelliti e promette velocità tra 100 Mbps e 1 Gbps a seconda del terminale. Amazon, inoltre, prospetta una rete di circa 300 ground station, il doppio delle 150 stimate per Starlink: un investimento di terra pensato proprio per limare latenza e instradamento.

In Cina, progetti come Qianfan e Guowang guardano a costellazioni da migliaia di satelliti, mentre in Canada Telesat Lightspeed punta a qualche centinaio di satelliti con un focus più business. E poi c’è l’annuncio più “futuribile” nel testo: Blue Origin con la costellazione TeraWave, oltre 5.000 satelliti e fino a 6 Tbps, con primi lanci previsti verso fine 2027.

Dietro tutto questo, torna centrale il tema dei lanci. Perché ogni strategia LEO è vincolata alla capacità di portare in orbita molti satelliti, rapidamente e a costi sostenibili. Qui SpaceX parte avvantaggiata: non solo opera la costellazione, ma è anche – nel racconto del testo – il principale fornitore mondiale di lanci satellitari. Gli altri, come ULA e Blue Origin, stanno “scalando” per inseguire la domanda. È una catena del valore che si ricompone perché, in questo scenario, non basta essere telco dello spazio, bisogna anche dominare la logistica dello spazio.

D2D e aggiornamenti V3: la prossima ondata passa dallo smartphone

C’è infine un cambio di prospettiva che potrebbe ampliare ulteriormente il mercato e che chiama in causa il direct to device (D2D), ovvero la connettività satellitare che arriva direttamente sugli smartphone. Un’ecosistema di player in fermento: Lynk Global, AST SpaceMobile, Globalstar (in partnership con Apple) e la stessa Starlink. Secondo survey di Analysys Mason, fino al 27% degli intervistati sarebbe disposto a pagare di più per servizi D2D, con un potenziale incremento dell’1% dei ricavi annuali per gli operatori mobili. Se questo scenario maturerà, il satellite smetterà di essere solo “l’ultima spiaggia” per zone remote e diventerà un’estensione della connettività mobile.

Nel frattempo Starlink continua a spingere sul vantaggio di scala e sull’upgrade tecnologico: i satelliti V3, attesi dal 2026, dovrebbero offrire 10 volte la capacità di downlink e 24 volte quella di uplink rispetto ai V2. E sullo sfondo c’è Starship, il vettore “massivo” che potrebbe accelerare ulteriormente il ciclo di espansione.

La partita dell’internet dallo spazio non è più una nicchia ma un mercato globale in cui la tecnologia orbitale, l’infrastruttura terrestre e la capacità di lancio diventano leve competitive equivalenti. E l’Italia, pur non essendo tra i primi mercati citati per Starlink, compare come mercato rilevante nei dati Speedtest di Viasat, ricordandoci che la transizione dal GEO al LEO, nel concreto, non avverrà ovunque allo stesso ritmo. Sarà invece una curva a più velocità, dove domanda, geografia e qualità delle reti terrestri continueranno a contare.

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