L’intelligenza artificiale cambia le esigenze delle reti: alla capacità di trasportare grandi quantità di dati si affianca la necessità di ridurre i tempi di risposta e portare l’elaborazione vicino a chi utilizza le applicazioni. Per Open Fiber, l’operatore italiano che realizza e gestisce reti in fibra ottica, fornendo connettività wholesale agli operatori di telecomunicazioni, questo significa ripensare l’architettura, distribuire piccoli data center sul territorio e sviluppare servizi che accompagnino la crescita dell’AI. Lo ha detto a CorCom Nicola Grassi, Chief Technology Officer di Open Fiber, a margine del Nokia Innovation Day 2026. “Stiamo ridisegnando tutta l’architettura di rete per garantire tempi di attraversamento inferiori ai 10 millisecondi” ha spiegato il top manager. Descrivendo come e perché entro pochi anni “l’economia dei token potrebbe superare quella delle telecomunicazioni”:”.
Indice degli argomenti
Come cambiano le esigenze della rete: verso l’economia dei token
Come stanno cambiando cloud e data center i requisiti delle reti in fibra?
Un elemento distingue la fibra dagli altri mezzi di comunicazione: è intrinsecamente simmetrica, quindi può trasportare i segnali dal cuore della rete verso il cliente e viceversa, in download e in upload. Le tecnologie radio e quelle su rame presentano vincoli diversi, particolarmente rilevanti quando cresce la necessità di inviare dati dal cliente verso la rete. Per noi la fibra è il mezzo abilitante dell’intelligenza artificiale.
Il tema, però, va oltre la copertura geografica e il raggiungimento delle abitazioni. Dobbiamo sviluppare un nuovo concetto di infrastruttura. Secondo le previsioni degli analisti, entro tre anni l’economia dei token potrebbe superare quella delle telecomunicazioni: il valore generato dalle interazioni con l’intelligenza artificiale assumerebbe un peso superiore a quello del trasporto dei bit.
Questo richiede di ripensare la rete anche per evitare che problemi tecnici o indisponibilità generino ripetizioni delle interazioni e costi aggiuntivi.
Un’altra possibilità è avvicinare ai clienti il livello di elaborazione dei dati. Se immaginiamo un’architettura nella quale tutta l’intelligenza è centralizzata e i dati vengono raccolti presso abitazioni e imprese, il carico sull’infrastruttura aumenta. Spostare parte del calcolo verso i clienti permette di ridurlo.
Quali segnali di questo cambiamento vedete sulla vostra rete?
Il traffico in upload è aumentato del 40% in un anno, mentre quello in download cresce sostanzialmente in proporzione al numero dei clienti.
Anche i servizi attivi sono cresciuti del 40% in un anno. Sono i servizi che forniamo agli operatori di telecomunicazioni piccoli e medi, per i quali gestiamo sia la connettività in fibra sia le componenti necessarie a erogare il servizio: dall’assegnazione dell’indirizzo IP alla connessione verso Internet, per raggiungere i server utilizzati dalle applicazioni dei clienti.
La crescita dei token è ancora più marcata. È un segnale di quanto rapidamente stiano cambiando le interazioni che la rete deve sostenere.
La latenza diventa un requisito centrale
La chiave, quindi, sono i token?
La chiave è ridisegnare l’architettura di rete per prepararla a questa evoluzione. L’intelligenza artificiale ha diversi livelli di implementazione. Quello più conosciuto dal pubblico prevede un’interazione umana: una persona pone una domanda in una chat e ottiene una risposta. Esistono però algoritmi più sofisticati, che gestiscono dialoghi tra applicazioni presenti nelle abitazioni o negli uffici e sistemi centrali, con un intervento umano molto più limitato.
Dal punto di vista dell’infrastruttura, la logica rimane simile. Dobbiamo prepararci a un’interazione intensa, che prevediamo cresca molto più rapidamente del traffico ordinario, e rispettare i requisiti necessari al funzionamento di questi algoritmi.
L’accento si sposta sulla latenza, cioè sul tempo di attraversamento della rete. La velocità e la capacità restano rilevanti, ma conta anche quanto tempo impiega il segnale a raggiungere la destinazione. Stiamo quindi ridisegnando l’architettura per portare questi tempi sotto i 10 millisecondi.
Grazie anche ad alcune scorciatoie realizzate con cavi sottomarini, riusciamo, per esempio, ad avere tempi di attraversamento da Milano a Palermo inferiori ai 5 millisecondi. Sono tempi necessari perché un sistema di elaborazione e un sensore o un attuatore remoto possano dialogare efficacemente.
L’analogia è con il sistema nervoso umano: per camminare, il cervello deve ricevere ed elaborare rapidamente ciò che il piede percepisce. Lo stesso principio si applica ai sistemi tecnologici nei quali elaborazione e azione avvengono in punti diversi.
Edge data center: il calcolo si avvicina ai clienti
Quanto l’intelligenza artificiale può cambiare la gestione e l’automazione della rete di Open Fiber?
C’è innanzitutto un utilizzo interno dell’intelligenza artificiale. Come altre aziende, lavoriamo per ottimizzare i processi industriali e operativi. Open Fiber nasce con una struttura snella, ricorre a risorse esterne per le attività più massive e mantiene al proprio interno le competenze che guidano il lavoro.
I nostri professionisti utilizzano già algoritmi di intelligenza artificiale per elaborare le informazioni e migliorare l’efficacia delle attività.
Verso l’esterno mettiamo a disposizione una connettività potenziata e, nei punti in cui raccogliamo le fibre di accesso, i nostri Point of Presence, o PoP, stiamo diffondendo piccoli edge data center. Qui possono risiedere applicazioni molto vicine ai clienti, con vantaggi in termini di distanza, latenza ed efficacia del funzionamento.
Vogliamo essere complementari agli hyperscaler, i grandi operatori del cloud, offrendo una capacità distribuita che si integri con quella dei loro data center.
Come si collega questo modello alla sostenibilità delle infrastrutture?
I data center nascono con un’impostazione fortemente centralizzata, anche su scala globale. Successivamente, gli hyperscaler hanno avvicinato parte delle risorse ai mercati, prima a livello regionale, per esempio europeo, e poi nazionale.
In Italia la capacità di calcolo e di archiviazione resta fortemente concentrata intorno a Milano. Continuare a crescere in quell’area pone un problema energetico: la rete elettrica deve sostenere consumi sempre più elevati.
La centralizzazione offre economie di scala e permette di utilizzare processori grafici, le GPU, sempre più potenti, ma questi richiedono anche più energia. Inoltre, costruire un nuovo data center da zero, installare le tecnologie e ottenere l’alimentazione elettrica necessaria può richiedere tre anni. È un tempo lungo rispetto alla velocità con cui aumenta la domanda.
Il nostro modello punta a spostare parte del carico dai grandi centri verso il resto della rete, avvicinandolo ai clienti. Stiamo lavorando sui PoP primari, nelle principali città italiane, e vogliamo estendere questo approccio a un livello secondario. Abbiamo anche realizzato prototipi di data center molto piccoli, collocabili direttamente presso il cliente.
Questa distribuzione può portare benefici anche sul piano della sovranità dei dati e della sicurezza informatica. Un’architettura che dipende da pochi grandi punti nevralgici concentra il rischio. Distribuire l’elaborazione su centinaia o migliaia di nodi rende più complesso colpire l’intero sistema.
L’obiettivo è ridurre il costo delle interazioni, contenere l’energia necessaria e aumentare la robustezza dell’architettura.
Capacità e nuovi servizi: l’evoluzione del modello wholesale
Oggi il nodo è aumentare la capacità della rete o trasformarla in nuovi servizi?
Entrambi gli aspetti contribuiscono al risultato economico. Nel segmento business riceviamo richieste di connettività ad altissima capacità, anche dagli hyperscaler, che devono collegare e sincronizzare le macchine dei grandi data center.
Abbiamo sperimentato sulla nostra rete reale capacità molto elevate: 81,6 terabit al secondo su una singola fibra nello Stretto di Messina e 64 terabit al secondo su un collegamento terrestre tra Milano e Roma, con trasmissioni a 800 gigabit al secondo.
Sono capacità che oggi trovano impiego soprattutto nelle comunicazioni tra macchine e nella sincronizzazione tra grandi server. Per dimostrarne l’utilizzo abbiamo anche fatto ricorso a una trasmissione olografica tridimensionale tra due siti.
Il traffico continuerà a crescere. Il nostro obiettivo è però evitare di farlo viaggiare quando questo non serve: da qui nasce il ragionamento sul Network as a Service, la rete fornita come servizio.
Che cosa significa per gli operatori vostri clienti?
I grandi operatori provengono da un modello nel quale ciascuno possiede una propria rete di trasporto, propri PoP e apparati per sviluppare i servizi fissi o mobili. A mio giudizio, questa impostazione arriverà a un limite di convenienza economica.
Se raccolgo il traffico dei clienti sulla mia rete di accesso, lo trasferisco alla rete dell’operatore e quest’ultimo lo inoltra a un altro soggetto, per esempio un carrier internazionale, si crea un passaggio che potrei gestire direttamente.
È il ragionamento alla base del passaggio dai servizi passivi a quelli attivi. Noi forniamo entrambi. I grandi operatori preferiscono spesso installare nei nostri PoP i propri apparati, collegandoli alle loro reti. Questo comporta per ciascuno la necessità di adeguare le macchine e aumentarne la capacità.
Una gestione condivisa dell’infrastruttura permetterebbe invece di ottenere economie di scala, lasciando al fornitore del servizio la relazione con il cliente, la definizione dell’offerta e la profilazione delle prestazioni.
L’evoluzione tecnologica consente inoltre di virtualizzare alcune funzioni di rete e farle funzionare su server generici. Queste funzioni potrebbero essere ospitate negli edge data center, anche per gestire componenti della rete mobile collegate in fibra.
La separazione della rete potrebbe quindi fare un passo ulteriore, liberando i principali operatori da una parte dei costi e degli investimenti legati alle rispettive architetture proprietarie.
I piccoli operatori acquistano già servizi attivi: forniamo loro ciò che serve lungo l’intera catena, fino al modem, che può essere personalizzato con il loro marchio, agli indirizzi IP e all’instradamento del traffico.
50G-PON: la rete corre, il limite si sposta sui dispositivi
Quando le tecnologie 50G-PON e le nuove soluzioni ottiche diventeranno davvero servizi di mercato?
L’anno scorso abbiamo sperimentato in laboratorio, con Nokia, una soluzione PON a 100 gigabit al secondo. Era un prototipo. Abbiamo invece realizzato su rete reale, in Sicilia, un’applicazione a 50 gigabit al secondo simmetrici per un cliente business.
Il problema che abbiamo incontrato riguarda il terminale presso il cliente: la rete era in grado di erogare quella capacità, ma il dispositivo finale diventava il collo di bottiglia. Abbiamo quindi utilizzato prototipi avanzati di Wi-Fi 8 per sfruttare una capacità che, altrimenti, sarebbe rimasta limitata dalla rete interna all’edificio.
Quindi è una possibilità già disponibile oggi?
Sul piano tecnologico sì, lo abbiamo già realizzato. Bisogna però distinguere le capacità della rete dai profili commerciali e dai dispositivi con cui vengono utilizzati.
La rete che abbiamo realizzato è basata sulla tecnologia XGS-PON a 10 gigabit al secondo, mentre i servizi commerciali sono in larga parte profilati a 1 gigabit al secondo. Possiamo aumentare il profilo da 1 a 2,5 gigabit, oppure da 2,5 a 10 gigabit, intervenendo sulla configurazione.
Il limite si sposta sugli apparati finali. Molti computer non dispongono di un’interfaccia a 10 gigabit e anche le porte dei modem possono limitare la capacità effettivamente utilizzabile. Il collo di bottiglia è quindi sempre più legato all’elettronica dei dispositivi.



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