L’Italia guadagna cinque punti nell’indice europeo di sviluppo digitale elaborato da I-Com, ma perde una posizione in classifica, scivolando al quindicesimo posto. Un risultato che riflette l’accelerazione degli altri Paesi dell’Unione e mette in evidenza le differenti velocità con cui procede la digitalizzazione nazionale.
È quanto emerge dal rapporto «ItalIA 2030. Infrastrutture, competenze e tecnologie per un Paese proiettato verso il futuro», realizzato dall’Istituto per la Competitività (I-Com) nell’ambito della diciottesima edizione dell’Osservatorio sulle reti e i servizi di nuova generazione, presentato il 27 ottobre a Roma, presso la Camera dei Deputati.
Lo studio analizza lo sviluppo delle infrastrutture fisse, mobili, satellitari e sottomarine, l’espansione dei data center, la diffusione dei servizi digitali e dell’intelligenza artificiale, confrontando i risultati italiani con gli obiettivi del Decennio digitale europeo.
Indice degli argomenti
L’Italia scende al 15° posto nell’indice I-Com
L’edizione 2026 dell’I-Com Ultrabroadband Index (IBI) prende in esame 22 indicatori relativi alle infrastrutture di connettività e alla domanda di servizi e tecnologie digitali nei 27 Stati membri. La graduatoria è guidata dalla Danimarca, con 71 punti, seguita dai Paesi Bassi a quota 70 e dalla Finlandia con 69.
La componente relativa all’offerta raggiunge 67 punti, collocando l’Italia al tredicesimo posto, mentre quella della domanda arriva a 45 punti, consentendo un recupero di tre posizioni fino al sedicesimo posto.
La digitalizzazione delle imprese rappresenta uno dei principali fattori di crescita. L’adozione del cloud raggiunge il 68,1% delle aziende, contro il 46,7% della media europea. Avanzano anche l’utilizzo delle tecnologie di analisi dei dati e la digitalizzazione delle piccole e medie imprese.
Fibra ottica, copertura al 77,6%. Il divario resta nelle aree rurali
Sul fronte delle reti fisse, la copertura Fiber to the Premises (FTTP) raggiunge il 77,6% delle unità immobiliari, superando la media europea del 74,1%. Nell’ultimo triennio l’indicatore è cresciuto di 18 punti percentuali, confermando l’avanzamento della realizzazione delle infrastrutture in fibra.
La situazione cambia considerando l’insieme delle reti ad altissima capacità, indicate con la sigla VHCN. La copertura italiana si attesta al 77,6%, contro l’85,5% europeo, collocando il Paese al quintultimo posto nell’Unione.
Il divario territoriale rimane particolarmente marcato nelle aree rurali, dove la copertura FTTP nazionale si ferma al 44,5%, rispetto al 62,6% della media Ue.
Le proiezioni I-Com indicano la possibilità di raggiungere il 100% di copertura FTTP a livello nazionale già nel 2028. Nelle zone rurali, tuttavia, il completamento potrebbe richiedere tempi più lunghi, oltre il 2032, mantenendo gli attuali ritmi di sviluppo.
Sul versante della domanda, l’81% degli abbonamenti italiani alla rete fissa presenta velocità di almeno 100 Mbps, contro il 76% europeo. Le connessioni con prestazioni di almeno 1 Gbps rappresentano invece il 31% del totale nazionale, quattro punti sopra la media comunitaria.
Secondo i dati Agcom ripresi nel rapporto, a dicembre 2025 le linee fisse italiane raggiungono 25,53 milioni, delle quali 7,01 milioni FTTH, 8,32 milioni FTTC e 2,68 milioni FWA. Rispetto all’anno precedente, le connessioni FTTH aumentano del 19,6% e quelle FWA del 13,2%, a fronte di una contrazione dell’8,9% delle linee FTTC.
5G, primato infrastrutturale e ritardi nell’adozione
Ancora più favorevole il posizionamento italiano nelle reti mobili. La copertura 5G raggiunge il 99,8% delle famiglie, contro una media europea del 96,8%, con risultati superiori a quelli delle altre principali economie dell’Unione.
Il vantaggio risulta particolarmente evidente nella banda di frequenze 3,4-3,8 GHz, dove la copertura nazionale arriva al 98% delle famiglie, contro il 75% europeo. Nelle aree rurali lo scarto è ancora più significativo: 94% in Italia rispetto al 34% della media Ue.
Il rapporto richiama però un limite nella lettura di questi indicatori: le statistiche sulla copertura non distinguono tra reti 5G standalone (SA) e non standalone (NSA), due configurazioni tecnologiche con caratteristiche differenti in termini di architettura e funzionalità disponibili.
La distanza tra disponibilità delle infrastrutture e loro utilizzo emerge dai dati relativi alla domanda. Soltanto il 51% della popolazione italiana dispone di SIM che hanno generato traffico sulle reti 5G, a fronte di una media europea del 56%.
Autorizzazioni, tempi in aumento per le reti fisse e mobili
Uno degli elementi più critici evidenziati dalla ricerca riguarda le procedure autorizzative per la realizzazione delle infrastrutture.
L’aggiornamento dell’analisi I-Com, realizzata con il supporto degli operatori, mostra un peggioramento generalizzato delle tempistiche per gli interventi sulle reti fisse.
Nel 2026 i tempi medi presso Anas raggiungono 188 giorni, rispetto ai 130 del 2025, con un incremento del 44,6%. Per Autostrade per l’Italia (Aspi) si passa da 250 a 459 giorni, pari a un aumento dell’83,6%, mentre per Rete Ferroviaria Italiana (Rfi) le attese salgono da 95 a 188 giorni, quasi raddoppiando.
Anche a livello locale emergono criticità. Il tempo medio per il riutilizzo dei cavidotti dell’illuminazione pubblica aumenta da 105 a 163 giorni, mentre quello necessario per ottenere le autorizzazioni agli scavi passa da 92 a 136 giorni.
Le difficoltà interessano anche le reti mobili. Dopo la diminuzione registrata tra il 2022 e il 2024, nel 2025 le tempistiche autorizzative tornano a crescere, raggiungendo in media circa 161 giorni.
L’Osservatorio segnala differenze territoriali rilevanti e problemi legati alla gestione delle conferenze dei servizi e al coordinamento tra amministrazioni.
Digital Networks Act, le novità per spettro radio e reti in rame
Il rapporto dedica un approfondimento al Digital Networks Act (DNA), la proposta presentata dalla Commissione europea il 21 gennaio 2026 per aggiornare il quadro regolatorio delle telecomunicazioni.
Tra gli interventi previsti figurano un passaporto unico europeo per le autorizzazioni, una maggiore armonizzazione della gestione dello spettro radio e la previsione generale di diritti d’uso delle frequenze a durata illimitata.
La proposta affronta inoltre il percorso di switch-off delle reti in rame entro il 2035, accompagnato da condizioni e salvaguardie per gli utenti.
I-Com richiama in particolare le valutazioni della Commissione europea sulle criticità che hanno ostacolato lo sviluppo del 5G: frammentazione delle assegnazioni dello spettro, durata insufficiente delle licenze, limitata flessibilità nell’utilizzo delle frequenze e carenza di incentivi alla condivisione.
Tra gli obiettivi della riforma rientra anche la possibilità di favorire una maggiore integrazione delle reti satellitari nel mercato europeo, superando la frammentazione dei regimi autorizzativi nazionali.
Connettività satellitare, cavi sottomarini e nuovi investimenti
La ricerca esamina il crescente ruolo delle reti non terrestri nella disponibilità e nella resilienza dei servizi di comunicazione.
L’espansione delle costellazioni satellitari in orbita bassa (LEO), lo sviluppo delle reti non terrestri (NTN) e dei servizi Direct-to-Device stanno favorendo una maggiore integrazione con le infrastrutture terrestri.
In questo quadro, il rapporto richiama il programma europeo IRIS² e le sperimentazioni italiane sulla connettività ibrida.
Un’attenzione specifica è riservata anche ai cavi sottomarini, per i quali il Mediterraneo assume una crescente centralità nei collegamenti tra Europa, Africa, Medio Oriente e Asia.
Secondo i dati TeleGeography riportati nello studio, nel 2026 la rete globale comprende 694 sistemi, tra quelli operativi e pianificati, e 1.893 stazioni di approdo.
Per l’Italia, lo sviluppo di progetti come Unitirreno, GreenMed e Medusa rappresenta un’opportunità per diversificare le rotte e rafforzare la resilienza delle comunicazioni internazionali.
Sul versante delle politiche pubbliche nazionali, il rapporto richiama inoltre il Fondo Nazionale Connettività, con una dotazione complessiva di circa 733,4 milioni di euro. L’intervento, aggiudicato a FiberCop, riguarda oltre 477mila civici, corrispondenti a circa 700mila unità immobiliari, con completamento previsto entro giugno 2030.
Data center, Milano concentra 99 infrastrutture
L’Italia conta 262 data center e si colloca al quarto posto in Europa, dopo Regno Unito, Germania e Francia, secondo il censimento riportato da I-Com.
La distribuzione territoriale rimane fortemente concentrata nelle regioni settentrionali. Milano si conferma il principale polo nazionale con 99 strutture, seguita da Roma con 28 e Torino con 13.
Il rapporto rileva anche una crescita della capacità IT installata, passata da 590 MW nel 2023 a 760 MW nel 2025. Il segmento hyperscale registra un’espansione particolarmente significativa, da 140 MW nel 2024 a 370 MW nel 2025.
Secondo le stime riportate, gli investimenti infrastrutturali potenzialmente associati allo sviluppo del mercato nazionale potrebbero raggiungere 36,9 miliardi di euro nel periodo 2026-2036, nell’ipotesi di piena attivazione dei progetti qualificati.
L’espansione del settore si accompagna a una crescente attenzione agli impatti energetici e ambientali. Nell’indagine I-Com realizzata con il supporto di Altroconsumo, l’83% dei rispondenti esprime preoccupazione per i consumi idrici ed elettrici, mentre il 57% segnala l’impatto ambientale e paesaggistico.
Le valutazioni positive sui data center salgono dal 26% al 32%, ma aumentano anche quelle negative, dal 6% al 19%.
Competenze digitali, obiettivi 2030 sempre più lontani
La quota di cittadini italiani con competenze digitali almeno di base raggiunge il 54,3%, con un aumento di 8,5 punti rispetto al 2023. Il divario dalla media europea si riduce così a 6,1 punti.
Secondo le proiezioni I-Com, mantenendo gli attuali ritmi di crescita, l’Italia raggiungerebbe l’obiettivo dell’80% di cittadini con competenze digitali di base soltanto nel 2039. Nel 2030 la quota si fermerebbe al 63,5%.
Ancora più difficile la situazione degli specialisti ICT, che rappresentano il 3,8% degli occupati italiani, in calo rispetto al 4% del 2024 e al 4,1% del 2023.
Il valore resta inferiore alla media europea del 5% e molto distante dall’8,4% previsto dalla roadmap nazionale. Proiettando il trend storico, I-Com colloca il raggiungimento dell’obiettivo addirittura nel 2116: una stima che evidenzia la distanza dalla traiettoria richiesta, più che una previsione puntuale su un orizzonte così lungo.
Rimane anche uno squilibrio di genere, con una presenza femminile pari al 16,6% degli specialisti ICT italiani, contro il 19,5% europeo.
Intelligenza artificiale, adozione raddoppiata ma sotto la media Ue
La quota di aziende con almeno 10 addetti che adottano almeno una tecnologia di IA è passata dall’8,2% del 2024 al 16,4% del 2025, raddoppiando in un anno. Il risultato rimane tuttavia inferiore alla media europea, prossima al 20%.
Le differenze dimensionali sono particolarmente marcate. L’adozione raggiunge il 53,1% nelle grandi imprese e si ferma al 15,7% nelle PMI. Il divario tra le due categorie cresce così a 37,4 punti percentuali.
Anche il settore delle telecomunicazioni figura tra quelli maggiormente avanzati nell’utilizzo dell’IA, con un tasso di adozione del 37,3%. Lo studio richiama le applicazioni sviluppate nel comparto per la gestione delle reti, la manutenzione predittiva, la cybersecurity e l’ottimizzazione delle infrastrutture.
Tra gli ostacoli alla diffusione, il 58,6% delle imprese che hanno preso in considerazione l’adozione senza procedervi indica la mancanza di competenze adeguate, mentre il 47,3% segnala l’incertezza normativa.
Le proiezioni I-Com indicano un’adozione dell’intelligenza artificiale limitata a circa il 27% delle imprese nel 2030, contro il target nazionale del 60%. Il dato riflette soprattutto le difficoltà di diffusione delle tecnologie avanzate nel tessuto delle piccole e medie imprese.
Da Empoli: «Servono incentivi e voucher per le realtà più piccole»
Sulle misure necessarie a sostenere la digitalizzazione delle imprese interviene il presidente di I-Com, Stefano da Empoli:
«Rafforzare la consapevolezza dei benefici e dei rischi delle nuove tecnologie costituisce una condizione essenziale per ampliare la partecipazione alla trasformazione digitale. Sarebbe opportuno sostenere maggiormente le realtà di minori dimensioni attraverso incentivi agli investimenti e voucher che le accompagnino fin dalle scelte iniziali, rafforzando il ruolo dei poli di innovazione digitale e le collaborazioni con gli attori dell’ecosistema dell’innovazione».
«Spazi di sperimentazione regolatoria e guide operative semplificate per la conformità all’AI Act potrebbero inoltre contribuire a ridurre l’incertezza sui profili legali e sulla protezione dei dati. L’obiettivo dovrebbe essere un utilizzo delle tecnologie capace di generare incrementi misurabili di produttività e competitività».
Il quadro tracciato dall’Osservatorio evidenzia risultati differenti lungo le principali direttrici del Decennio digitale. Su 11 indicatori analizzati, I-Com prevede il raggiungimento di sette obiettivi entro il 2030, ma restano indietro le competenze di base, gli specialisti ICT, l’adozione dell’intelligenza artificiale e i servizi pubblici digitali destinati alle imprese.




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