Freguia (Hp): "L'innovazione si fa con l'impegno di tutti"

IL PROTAGONISTA

Per cambiare il Paese serve lo sforzo della classe dirigente e politica insieme all'impegno delle aziende Ict. Parola del numero uno di Hp in Italia

di Mario Sette
Sette computer fra la casa di Milano e quella di Parigi e svariati smartphone a portata di mano, a partire ovviamente dall’ultimo gioiello di casa Hp, frutto dell’acquisizione di Palm da parte della IT company californiana. La tecnologia è una passione oltre che un “mestiere” per Luigi Freguia, numero uno di Hp Italiana. Idee chiarissime sul futuro che verrà e sulla strategia da seguire, non solo per spingere ulteriormente il business nazionale di quella che con orgoglio definisce “l’azienda più convergente al mondo”, ma anche per contribuire alla “rinascita” dell’Italia.
“La tecnologia è l’elemento caratterizzante dell’economia dei Paesi più avanzati, a partire dagli Usa e da quelli nord-europei. Se l’Italia comprenderà quanto è importante innovare per crescere, allora potrà darsi un futuro. Ma è necessario che lo sforzo parta dall’alto, dalla classe dirigente e politica”, dice. “L’Italia non sta utilizzando, o non abbastanza, la leva dell’innovazione per il rilancio dell’economia e per mettersi alle spalle la crisi. E questo è un problema”.
Quindi il governo non sta agendo nella giusta direzione?
Sì e no. La scelta riguardo al deficit è stata responsabile. Siamo fra le star in materia di debito pubblico ma fra i pochi Paesi al top della classifica mondiale delle politiche per contenere il deficit. Ciò ci ha resi più solidi e abbiamo evitato di ritrovarci nella situazione in cui versano Paesi quali Grecia, Irlanda e Spagna. Tatticamente si è agito bene. Ma strategicamente è mancata e manca una vision sull’Ict. E l’Ict rappresenta, soprattutto per Paesi come il nostro che non hanno una produzione industriale di alta qualificazione e materie prime su cui contare, una leva indispensabile per lo sviluppo. All’Italia però manca un Cto alla Obama. La nostra è una politica figlia di una tradizione industriale che fa troppo poco sul fronte innovazione. Ma la responsabilità, ci tengo a precisarlo, non è solo di chi governa il Paese.
E di chi allora?
Anche delle grandi aziende del comparto Ict che devono sapersi prendere le loro responsabilità e non soltanto lamentarsi. Ciascuno deve dare il proprio contributo concreto. Se l’Italia non ha una strategia Paese in materia di Ict è anche perché noi player dell’Ict non siamo riusciti a compattarci, a fare squadra, a rendere più importante il settore in cui lavoriamo. La responsabilità individuale dunque è determinante. Le dico solo che un’azienda come Hp, che in Italia conta 20mila partner, ha un impatto a livello mondiale su un miliardo di persone: a tanti ammontano i nostri clienti fra utilizzatori di soluzioni IT, computer, stampanti, cellulari. Di fronte a questi numeri sentiamo la responsabilità di fare sempre il meglio.
Lei crede che ci sia una chance Ict per l’Italia?
Credo che dalle situazioni difficili si esce insieme. E credo anche che più che sulle rivoluzioni bisogna impegnarsi sulle trasformazioni.
Quali trasformazioni intende?
Innanzitutto quella della Pubblica amministrazione. I soldi sono pochi, ma il ministro Brunetta ha fatto bene a battersi per la realizzazione del Piano egov. Ci sono molte cose che si possono fare per tagliare i costi e migliorare i servizi grazie all’Ict.
Ad esempio?
Il cloud rappresenta una chiave di volta. Pensi ad esempio alla possibilità di utilizzare un’unica struttura virtualizzata in cui far convergere la capacità di calcolo delle infrastrutture attualmente operative presso tutte le sedi delle pubbliche amministrazioni. Ciò permetterebbe di abbattere drasticamente i costi per l’hardware e al contempo risolverebbe definitivamente i problemi di interoperabilità delle reti e incompatibilità fra le varie piattaforme software. Tutte le PA centrali e locali avrebbero a disposizione un’unica risorsa informatica sulla quale sviluppare poi isole applicative per un’offerta di servizi tarata sulle esigenze dei propri utenti.
Anche per un’iniziativa del genere però servono soldi.
Certamente. Ma i benefici in termini di abbattimento dei costi operativi sono enormi. Razionalizzare le infrastrutture significa generare saving. E il risparmio ottenuto diventa moneta per l’implementazione di progetti e servizi. Il problema però non è solo economico. Anzi, in alcuni casi gli ostacoli normativi sono più gravi e insormontabili. Realizzare un’unica infrastruttura in modalità cloud comporta “l’esternalizzazione”, seppur in maniera virtuale, delle risorse. E le assicuro che potenzialmente è più facile reperire fondi che abbattere “feudi”.
Il futuro dunque è cloud.
Sì, il cloud avrà un ruolo da protagonista. Anche e soprattutto a livello di imprese. Con la virtualizzazione si potrebbe dare vita a distretti di nuova generazione in cui condividere le infrastrutture per sviluppare poi singoli applicativi e piattaforme verticali. Naturalmente per fare ciò è necessario trasformare i modelli di business.
In che modo?
Il modello da seguire è quello del social network. I consumer rispetto a 20 anni fa e ancor più i cosiddetti “nativi digitali” già utilizzano in modo naturale applicazioni di social networking e peer-to-peer basati sullo standard 2.0. Il cloud dunque è già nel loro dna. Le aziende sono indietro perché sono organizzate per processi. L’opportunità di trasformazione è dunque enorme. Soprattutto per le piccole imprese. Il modello social network riproduce su scala virtuale l’attitudine alle relazioni sociali che è una delle peculiarità del “modello” Italia. E questa volta può funzionare: proporre alle aziende, quelle di piccole dimensioni, l’adozione di risorse tipo Facebook può essere la chiave per una diffusione sistemica dell’Information Technology. Quando la tecnologia assume una dimensione più “umana” e più nota diventa più semplice diffonderla a livello di massa. Insomma, il cloud può fare da volano alla globalizzazione “naturale” delle piccole imprese italiane.

18 Ottobre 2010