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Freguia (Hp): “L’innovazione si fa con l’impegno di tutti”

Per cambiare il Paese serve lo sforzo della classe dirigente e politica insieme all’impegno delle aziende Ict. Parola del numero uno di Hp in Italia

18 Ott 2010

Sette computer fra la casa di Milano e quella di Parigi e svariati
smartphone a portata di mano, a partire ovviamente dall’ultimo
gioiello di casa Hp, frutto dell’acquisizione di Palm da parte
della IT company californiana. La tecnologia è una passione oltre
che un “mestiere” per Luigi Freguia, numero
uno di Hp Italiana. Idee chiarissime sul futuro che verrà e sulla
strategia da seguire, non solo per spingere ulteriormente il
business nazionale di quella che con orgoglio definisce
“l’azienda più convergente al mondo”, ma anche per
contribuire alla “rinascita” dell’Italia.
“La tecnologia è l’elemento caratterizzante dell’economia
dei Paesi più avanzati, a partire dagli Usa e da quelli
nord-europei. Se l’Italia comprenderà quanto è importante
innovare per crescere, allora potrà darsi un futuro. Ma è
necessario che lo sforzo parta dall’alto, dalla classe dirigente
e politica”, dice. “L’Italia non sta utilizzando, o non
abbastanza, la leva dell’innovazione per il rilancio
dell’economia e per mettersi alle spalle la crisi. E questo è un
problema”.
Quindi il governo non sta agendo nella giusta
direzione?

Sì e no. La scelta riguardo al deficit è stata responsabile.
Siamo fra le star in materia di debito pubblico ma fra i pochi
Paesi al top della classifica mondiale delle politiche per
contenere il deficit. Ciò ci ha resi più solidi e abbiamo evitato
di ritrovarci nella situazione in cui versano Paesi quali Grecia,
Irlanda e Spagna. Tatticamente si è agito bene. Ma strategicamente
è mancata e manca una vision sull’Ict. E l’Ict rappresenta,
soprattutto per Paesi come il nostro che non hanno una produzione
industriale di alta qualificazione e materie prime su cui contare,
una leva indispensabile per lo sviluppo. All’Italia però manca
un Cto alla Obama. La nostra è una politica figlia di una
tradizione industriale che fa troppo poco sul fronte innovazione.
Ma la responsabilità, ci tengo a precisarlo, non è solo di chi
governa il Paese.
E di chi allora?
Anche delle grandi aziende del comparto Ict che devono sapersi
prendere le loro responsabilità e non soltanto lamentarsi.
Ciascuno deve dare il proprio contributo concreto. Se l’Italia
non ha una strategia Paese in materia di Ict è anche perché noi
player dell’Ict non siamo riusciti a compattarci, a fare squadra,
a rendere più importante il settore in cui lavoriamo. La
responsabilità individuale dunque è determinante. Le dico solo
che un’azienda come Hp, che in Italia conta 20mila partner, ha un
impatto a livello mondiale su un miliardo di persone: a tanti
ammontano i nostri clienti fra utilizzatori di soluzioni IT,
computer, stampanti, cellulari. Di fronte a questi numeri sentiamo
la responsabilità di fare sempre il meglio.
Lei crede che ci sia una chance Ict per
l’Italia?
Credo che dalle situazioni difficili si
esce insieme. E credo anche che più che sulle rivoluzioni bisogna
impegnarsi sulle trasformazioni.
Quali trasformazioni intende?
Innanzitutto quella della Pubblica amministrazione. I soldi sono
pochi, ma il ministro Brunetta ha fatto bene a battersi per la
realizzazione del Piano egov. Ci sono molte cose che si possono
fare per tagliare i costi e migliorare i servizi grazie
all’Ict.
Ad esempio?
Il cloud rappresenta una chiave di volta. Pensi ad esempio alla
possibilità di utilizzare un’unica struttura virtualizzata in
cui far convergere la capacità di calcolo delle infrastrutture
attualmente operative presso tutte le sedi delle pubbliche
amministrazioni. Ciò permetterebbe di abbattere drasticamente i
costi per l’hardware e al contempo risolverebbe definitivamente i
problemi di interoperabilità delle reti e incompatibilità fra le
varie piattaforme software. Tutte le PA centrali e locali avrebbero
a disposizione un’unica risorsa informatica sulla quale
sviluppare poi isole applicative per un’offerta di servizi tarata
sulle esigenze dei propri utenti.
Anche per un’iniziativa del genere però servono
soldi.
Certamente. Ma i benefici in termini di
abbattimento dei costi operativi sono enormi. Razionalizzare le
infrastrutture significa generare saving. E il risparmio ottenuto
diventa moneta per l’implementazione di progetti e servizi. Il
problema però non è solo economico. Anzi, in alcuni casi gli
ostacoli normativi sono più gravi e insormontabili. Realizzare
un’unica infrastruttura in modalità cloud comporta
“l’esternalizzazione”, seppur in maniera virtuale, delle
risorse. E le assicuro che potenzialmente è più facile reperire
fondi che abbattere “feudi”.
Il futuro dunque è cloud.
Sì, il cloud avrà un ruolo da protagonista. Anche e soprattutto a
livello di imprese. Con la virtualizzazione si potrebbe dare vita a
distretti di nuova generazione in cui condividere le infrastrutture
per sviluppare poi singoli applicativi e piattaforme verticali.
Naturalmente per fare ciò è necessario trasformare i modelli di
business.
In che modo?
Il modello da seguire è quello del social network. I consumer
rispetto a 20 anni fa e ancor più i cosiddetti “nativi
digitali” già utilizzano in modo naturale applicazioni di social
networking e peer-to-peer basati sullo standard 2.0. Il cloud
dunque è già nel loro dna. Le aziende sono indietro perché sono
organizzate per processi. L’opportunità di trasformazione è
dunque enorme. Soprattutto per le piccole imprese. Il modello
social network riproduce su scala virtuale l’attitudine alle
relazioni sociali che è una delle peculiarità del “modello”
Italia. E questa volta può funzionare: proporre alle aziende,
quelle di piccole dimensioni, l’adozione di risorse tipo Facebook
può essere la chiave per una diffusione sistemica
dell’Information Technology. Quando la tecnologia assume una
dimensione più “umana” e più nota diventa più semplice
diffonderla a livello di massa. Insomma, il cloud può fare da
volano alla globalizzazione “naturale” delle piccole imprese
italiane.