Irene Pivetti, la lobbista dell'Iptv

IL PROTAGONISTA

"Conosco il mondo delle Tlc", sottolinea il neo-presidente dell'Associazione Iptv. "Per il decollo della nuova piattaforma Tv va cambiato il quadro regolatorio"

di Gildo Campesato
Parlamentare della Lega, Presidente della Camera dei Deputati, giornalista, presentatrice televisiva e, ultimamente, imprenditrice. Una carriera multiforme. Eppure, il fatto che Irene Pivetti sia diventata presidente dell’Associazione Iptv, costituita a gennaio 2009 da Telecom Italia, Wind e Fastweb, ha sorpreso più di qualcuno. “Che c’azzecca” la Pivetti con l’Iptv? “Anche se non tutti lo sanno, da diversi anni curo le relazioni istituzionali di aziende nel mondo delle telecomunicazioni. E poi, con l’onlus che presiedo, Ltbf, learn to be free, sto per aprire anch’io una Iptv. Ci servirà per diffondere le nostre iniziative. L’argomento lo conosco”.

Non è, invece, che l’hanno scelta per fare lobby?
Lo spero bene. L’Associazione ha spiegato la mia nomina con la volontà di comunicare le potenzialità ed i servizi veicolati attraverso l’Iptv ai più alti livelli istituzionali così come al grande pubblico. Sarà il mio primo impegno. L’Iptv rappresenta un’opportunità unica per mettere a disposizione dei cittadini una piattaforma tecnologica che, oltre a consentire la visione di servizi televisivi innovativi, permetterà loro l’accesso facile ed interattivo a servizi di pubblica utilità offerti dai privati ma anche dalla pubbliche amministrazione. E questo va spiegato anche ai decisori. Questo è fare lobby.

Ha messo d’accordo soci fondatori in dura competizione fra loro.
Avere un presidente super partes, indipendente dalle aziende fondatrici, non espressione di nessuno dei tre gestori di rete fissa che hanno dato vita all’associazione, non può che favorire il ruolo e le iniziative dell’associazione sgombrando il campo dalla possibile identificazione diretta tra gestori e associazione.

Cosa è per lei l’Iptv?
È due cose: il futuro della tv e interazione. L’Iptv è la risposta tecnologica all’integrazione della televisione con il web, è lo strumento che offre la possibilità di essere interattivi senza passare per il computer. È una grande opportunità di democrazia perché consente di offrire i servizi che viaggiano in Rete anche a chi il pc non lo ha e probabilmente non lo comprerà mai o chissà quando. E poi, proprio per le enormi potenzialità di offerta on demand, può dare una spinta anche all’industria italiana dei contenuti.

Discorsi simili si sono sentiti anche per il digitale terrestre.
Ma l’Iptv nasce dentro la Rete, è l’ingresso della Rete e delle sue modalità nel televisore. Il digitale terrestre, invece, non nasce interattivo. Bisogna farlo diventare tale: si tratta, come si è visto, di un’operazione complessa dai risultati molto incerti. Ed anche innaturale, se me lo consente: i servizi pensati per la Rete sono per facilmente adattabili all’Iptv; non è così per il Dtt. Ciò alza i costi e i tempi di implementazione dei nuovi servizi. E poi l’Iptv è semplice, una sola piattaforma facile da usare che integra tutto: tv lineare, on demand, Internet, interattività.

Ma in Italia l’Iptv stenta a decollare.
È vero. Abbiamo soltanto 600.000 abbonati, a differenza di altri Paesi dove il fenomeno è in forte crescita. Noi, invece, cresciamo ad un ritmo contenuto.

Come lo spiega?
Con tre grandi limiti. Innanzitutto tecnologico. Non abbiamo integrazione delle tecnologie: piattaforme diverse, decoder diversi, strumenti che non si interfacciano facilmente. Ma il consumatore tipo di televisione non ha la laurea in ingegneria. Né ha voglia di leggersi tanti libretti di istruzioni. Dobbiamo puntare ad un uso non soltanto semplice, ma anche comodo. Altrimenti uno preferisce guardare un brutto film su un canale che già conosce piuttosto che vedere un contenuto interessante ma complicato da trovare. Semplificazione: è la parola d’ordine su cui deve lavorare tutta la filiera. Come Associazione cercheremo di aiutare una riflessione in questa direzione.

E l’altro limite?
È nei contenuti. Attualmente non sono particolarmente adatti all’integrazione web-tv. Abbiamo i contenuti di produzione televisiva, figli della storia iniziata con la nascita della Rai, con una identità molto precisa fatta di format, durata, costo all’interno di un processo produttivo “pesante”. Sul lato opposto abbiamo i contenuti “ultraleggeri”, quelli del mondo delle web tv: mi ricordano un po’ i contenuti delle radio libere anni Settanta: costi bassissimi, ma anche qualità professionale che lascia desiderare. Si fa fatica conquistare il consumatore Iptv con prodotti troppo pesanti o troppo leggeri.

Forse c’è anche un problema di modello di business.
Ma non è insuperabile, come dimostra l’esperienza di altri Paesi. In Italia l’Iptv soffre di una struttura di mercato inadeguata e discriminante. Sul consumatore gravano significativi costi accesso: decoder, canoni Rai, abbonamenti alle pay tv. E poi il mercato dei diritti non ci consente di offrire prodotti pay di qualità in modo tempestivo. I contenuti sono accessibili all’Iptv solo dopo che si sono esaurite tutte le altre finestre, cinema, home video (DVD) e anche televisione free e pay, che spesso prevedono delle esclusive. Inoltre, per il meccanismo spesso penalizzante dei corrispettivi minimi garantititi, spesso il contenuto non è neppure economicamente accessibile. Ciò rende difficile la competizione dell’Iptv: è un quadro concorrenziale a nostro svantaggio.

E allora?
Se vogliamo consentire il decollo dell’Iptv vanno tolte le discriminazioni, va cambiato il quadro regolatorio, In altri Paesi lo hanno fatto. In Francia, ad esempio, si è tagliata l’Iva. Ma il tema vero è che altrove l’Iptv ha possibilità di accesso a prodotti pregiati molto più che in Italia. Abbiamo fatto una sperimentazione dando Gomorra e W. in anteprima. La risposta dei nostri abbonati è stata ottima. Lo spazio di crescita c’è. E guardi che il nostro ritardo pesa anche sull’industria dei contenuti, condizionandola negativamente. Negli Usa ci sono più di 50 distributori online: hanno rivitalizzato il mercato mentre le piattaforme over-the-top rappresentano uno dei principali motori di innovazione tecnologica. In Europa esistono 140 servizi di Tv on demand. In Italia per ora abbiamo solo i 3 operatori della nostra Associazione.

Una rete broadband poco diffusa non aiuta.
Il tema esiste, certamente. Ma guardi che per l’Iptv ci vogliono meno bit di quanto normalmente si pensa, almeno se non andiamo nell’HD. Ma più che di broadband in generale, il vero problema è il digital divide. Il servizio va offerto a tutti. Ma non si può pretendere che siano le telco a pensarci da sole.

Soldi pubblici per portare la Tv?
Non per portare la tv, ma per consentire alle molte aree disagiate del Paese di essere connesse alla Rete. E di poter usufruire di tutti i servizi interattivi disponibili sul web. A partire da quelli della pubblica amministrazione, come Reti Amiche lanciato da Renato Brunetta. Come dicevo prima, l’Iptv è lo strumento che può consentire di portare in Rete i milioni di italiani che non usano il Pc ma che hanno confidenza con la tv come, ad esempio, le persone più anziane. L’Iptv è uno strumento di democrazia fondamentale per l’e-gov.

06 Aprile 2010