Privacy a rischio: iPhone e Googlefonini "spiano" gli utenti

L'INCHIESTA

L'id del telefono utilizzato in modo illecito a scopo di advertising: lo rivela un'inchiesta del Wall Street Journal che ha preso in esame oltre 100 applicazioni. "Si localizzano i consumatori per studiarne il comportamento"

di Patrizia Licata
Sono tante le informazioni personali che affidiamo ai nostri smartphone: numeri della rubrica telefonica, Id del cellulare, il nostro nome e posizionamento geografico. Il problema è che questi device non tengono le informazioni per sè, ma le distribuiscono ad altri, secondo quanto risulta da un’inchiesta condotta dal Wall Street Journal. Il prestigioso quotidiano ha esaminato 101 applicazioni per smartphone tra le più usate (sia per iPhone che per Android) e ha scoperto che 56 hanno trasmesso l'Id del telefono ad altre aziende senza il consenso dell’utente o senza che questi ne fosse consapevole; con le stesse modalità, 47 apps hanno spedito il posizionamento del cellulare. Cinque apps hanno addirittura mandato informazioni molto personali come l’età e il sesso dell’utente.

Tra le apps studiate, quelle di iPhone hanno trasmesso più dati rispetto alle apps che girano sui cellulari Android - anche se il Wall Street Journal sottolinea che i risultati potrebbero variare se si allargasse il test alle centinaia di migliaia di applicazioni disponibili. L'applicazione che ha trasmesso più informazioni di tutte è TextPlus 4, molto usata da chi possiede un iPhone per mandare sms: ha spedito il numero Id del telefono ad otto società di advertising e il codice di avviamento postale dell’utente; a due di esse ha anche spedito i dati sull’età e il sesso del proprietario del device. “Pericolose” anche le versioni per Android e iPhone di Pandora, una popolare applicazione per la musica, e le versioni per iPhone e Android del gioco Paper Toss.

"Nel mondo del mobile, non esiste anonimato", commenta Michael Becker della Mobile Marketing Association. “Il cellulare è sempre con noi, sempre acceso”. Apple sostiene di vagliare ogni app prima di metterla a disposizione degli utenti e sia Apple che Google affermano di proteggere i loro utenti esigendo che le loro apps chiedano il permesso dell’utente prima di rivelare le informazioni personali. Ma l’indagine del Wall Street Journal ha scoperto che tali regole possono essere aggirate.

“Gli utenti degli smartphone non hanno molti strumenti per limitare il tracciamento dei loro dati da parte delle società della pubblicità. Con poche eccezioni, gli utenti delle apps non possono fare l’opt out dal phone tracking, come è invece, almeno in parte, possibile sui computer”, scrive il WSJ. “Sui computer si possono anche bloccare o cancellare i cookies, che sono minuscoli files per il tracciamento, ma queste tecniche solitamente non funzionano con le apps per cellulari". Molte applicazioni non offrono nemmeno la forma più basilare di protezione del consumatore: politiche di privacy scritte.

Nella maggior parte dei casi, le apps studiate dal WSJ spedivano a terzi il numero Id unico assegnato a ciascun telefono. Si tratta in effetti di un "supercookie", spiega Vishal Gurbuxani, co-fondatore di Mobclix, una piattaforma che fornisce dati a inserzionisti del mercato mobile. Né Apple né Google esigono dalle loro apps che chiedano all’utente il permesso per accedere ad alcune parti dell’Id del device o per spedirle a terzi. Se uno smartphone permette a un’applicazione di vedere dove si trova, questa non deve informare l’utente che sta passando l’informazione ad altri.

Siccome il settore non ha ancora degli standard unici di comportamento, le informazioni vengono trattate dalle aziende in modo diverso. Lo stesso Id del telefono per Apple vale come "informazione personale che identifica l’utente”, mentre per Google e la maggior parte di produttori di apps l’Id del device non è un’informazione che “identifica l’utente”.

I dati degli abbonati mobili fanno gola alle società di advertising per creare pubblicità personalizzate. Mobclix stessa mette insieme più di 25 reti di advertising con circa 15.000 apps. La società raccoglie numeri Id del telefono, li codifica (per nascondere il numero) e li distribuisce in categorie diverse in base a quali apps le persone scaricano, per quanto tempo le usano e altri fattori. Inoltre, localizzando il cellulare, Mobclix cerca di capire dove l’utente vive; poi incrocia le informazioni sul posizionamento geografico con i dati demografici e sulle attitudini all’acquisto forniti da Nielsen. In un quarto di secondo, spiega il WSJ, Mobclix può catalogare l’utente in uno tra 150 "gruppi" e offrire il profilo dell'utente agli inserzionisti: si va dall' “ambientalista entusiasta” alla "mamma appassionata di calcio” fino all' “oltranzista del gaming”.

20 Dicembre 2010