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Privacy a rischio: iPhone e Googlefonini “spiano” gli utenti

L’id del telefono utilizzato in modo illecito a scopo di advertising: lo rivela un’inchiesta del Wall Street Journal che ha preso in esame oltre 100 applicazioni. “Si localizzano i consumatori per studiarne il comportamento”

20 Dic 2010

Sono tante le informazioni personali che affidiamo ai nostri
smartphone: numeri della rubrica telefonica, Id del cellulare, il
nostro nome e posizionamento geografico. Il problema è che questi
device non tengono le informazioni per sè, ma le distribuiscono ad
altri, secondo quanto risulta da un’inchiesta condotta dal Wall
Street Journal. Il prestigioso quotidiano ha esaminato 101
applicazioni per smartphone tra le più usate (sia per iPhone che
per Android) e ha scoperto che 56 hanno trasmesso l'Id del
telefono ad altre aziende senza il consenso dell’utente o senza
che questi ne fosse consapevole; con le stesse modalità, 47 apps
hanno spedito il posizionamento del cellulare. Cinque apps hanno
addirittura mandato informazioni molto personali come l’età e il
sesso dell’utente.

Tra le apps studiate, quelle di iPhone hanno trasmesso più dati
rispetto alle apps che girano sui cellulari Android – anche se il
Wall Street Journal sottolinea che i risultati potrebbero variare
se si allargasse il test alle centinaia di migliaia di applicazioni
disponibili. L'applicazione che ha trasmesso più informazioni
di tutte è TextPlus 4, molto usata da chi possiede un iPhone per
mandare sms: ha spedito il numero Id del telefono ad otto società
di advertising e il codice di avviamento postale dell’utente; a
due di esse ha anche spedito i dati sull’età e il sesso del
proprietario del device. “Pericolose” anche le versioni per
Android e iPhone di Pandora, una popolare applicazione per la
musica, e le versioni per iPhone e Android del gioco Paper
Toss.

"Nel mondo del mobile, non esiste anonimato", commenta
Michael Becker della Mobile Marketing Association. “Il cellulare
è sempre con noi, sempre acceso”. Apple sostiene di vagliare
ogni app prima di metterla a disposizione degli utenti e sia Apple
che Google affermano di proteggere i loro utenti esigendo che le
loro apps chiedano il permesso dell’utente prima di rivelare le
informazioni personali. Ma l’indagine del Wall Street Journal ha
scoperto che tali regole possono essere aggirate.

“Gli utenti degli smartphone non hanno molti strumenti per
limitare il tracciamento dei loro dati da parte delle società
della pubblicità. Con poche eccezioni, gli utenti delle apps non
possono fare l’opt out dal phone tracking, come è invece, almeno
in parte, possibile sui computer”, scrive il WSJ. “Sui computer
si possono anche bloccare o cancellare i cookies, che sono
minuscoli files per il tracciamento, ma queste tecniche solitamente
non funzionano con le apps per cellulari". Molte applicazioni
non offrono nemmeno la forma più basilare di protezione del
consumatore: politiche di privacy scritte.

Nella maggior parte dei casi, le apps studiate dal WSJ spedivano a
terzi il numero Id unico assegnato a ciascun telefono. Si tratta in
effetti di un "supercookie", spiega Vishal Gurbuxani,
co-fondatore di Mobclix, una piattaforma che fornisce dati a
inserzionisti del mercato mobile. Né Apple né Google esigono
dalle loro apps che chiedano all’utente il permesso per accedere
ad alcune parti dell’Id del device o per spedirle a terzi. Se uno
smartphone permette a un’applicazione di vedere dove si trova,
questa non deve informare l’utente che sta passando
l’informazione ad altri.

Siccome il settore non ha ancora degli standard unici di
comportamento, le informazioni vengono trattate dalle aziende in
modo diverso. Lo stesso Id del telefono per Apple vale come
"informazione personale che identifica l’utente”, mentre
per Google e la maggior parte di produttori di apps l’Id del
device non è un’informazione che “identifica
l’utente”.

I dati degli abbonati mobili fanno gola alle società di
advertising per creare pubblicità personalizzate. Mobclix stessa
mette insieme più di 25 reti di advertising con circa 15.000 apps.
La società raccoglie numeri Id del telefono, li codifica (per
nascondere il numero) e li distribuisce in categorie diverse in
base a quali apps le persone scaricano, per quanto tempo le usano e
altri fattori. Inoltre, localizzando il cellulare, Mobclix cerca di
capire dove l’utente vive; poi incrocia le informazioni sul
posizionamento geografico con i dati demografici e sulle attitudini
all’acquisto forniti da Nielsen. In un quarto di secondo, spiega
il WSJ, Mobclix può catalogare l’utente in uno tra 150
"gruppi" e offrire il profilo dell'utente agli
inserzionisti: si va dall' “ambientalista entusiasta” alla
"mamma appassionata di calcio” fino all' “oltranzista
del gaming”.

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