Noveck: "Così ho fatto l'open gov di Obama"

L'INTERVISTA

Parla la consulente del governo Usa e Uk per le strategie di open data: "L’agorà digitale rafforza la democrazia"

di Federica Meta
"Più dati si rendono pubblici più la democrazia diventa condivisione". Beth Noveck, già responsabile del progetto Open Government dell’amministrazione Obama e ora consulente del governo Cameron per lo stesso progetto, è convinta che l’open data faccia da apripista al wiki-government, avvicinando l’amministrazione ai cittadini.
Il wiki-government è davvero possibile o è solamente uno slogan che va di moda?
Non è uno slogan e lo dimostra quanto fatto in questi anni dall’amministrazione Obama che ha messo in rete tutti i dati prodotti dalla Casa Bianca, rispondendo alle richieste della maggioranza dei cittadini che vuole uno stato che funzioni sempre meglio: con i dati aperti si è dato loro uno strumento per partecipare alla gestione della cosa pubblica, che è il fulcro della democrazia. Ad Atene si partecipava nell’agorà oggi si partecipa nell’agorà “digitale” e si contribuisce a modernizzare la democrazia. Nel presentare il progetto open data di Obama, ho detto che rendere pubbliche le informazioni generate dalle PA può rendere i governi migliori e, quindi le democrazie più forti. Mi riferivo proprio al processo di rafforzamento della partecipazione; un processo che è sbarcato anche sull’altra sponda dell’Atlantico, visto che il premier britannico Cameron ne ha fatto uno dei capisaldi della sua azione di governo.
Anche in Italia il ministro Brunetta ha varato la sua strategia open con il varo del portali dati.gov.it. Come la giudica?
Credo che l’azione messa in campo dal ministro sia molto importante perché rende finalmente trasparente una PA, come quella italiana, tradizionalmente molto “burocratizzata”. Si è aperta la strada per rendere i processi decisionali più sensibili alle idee innovative che vengono dal basso. Non a caso Brunetta e il suo staff hanno fatto tesoro del lavoro portato avanti in questi anni da associazioni di esperti che hanno operato perché l’open data diventasse parte integrante dell’agenda di governo. Si è dato il via libera a una grande rivoluzione culturale all’interno della PA, più importante ancora della semplice iniezione di tecnologia.
In che senso?
Con l’open data l’amministrazione non sarà più percepita come un corpo estraneo alla società ma qualcosa che ne fa parte a pieno titolo e che contribuisce a caratterizzare il concetto di cittadinanza, che si arricchisce dell’aggettivo “attiva”, pronta cioè a lavorare per il benessere collettivo. In questo senso va letto il motto di Obama: “With open data the White House will be the people house”.
I dati pubblici cambiano il modo di operare dei governi?
Lo trasformano radicalmente perché non è più solo il governo - o parlando in senso esteso la burocrazia - a poter utilizzare le informazioni che, in realtà, sono della collettività ma è la collettività stessa che torna ad esserne “proprietaria”. L’open data rappresenta un momento di rottura forte con il passato e porta a una naturale innovazione del rapporto tra PA e cittadini.
Dal punto di vista tecnologico, invece, qual è il valore aggiunto per la PA?
Un aspetto rilevante riguarda la scelta tecnologica che gli uffici devono compiere per rendere pubbliche le informazioni. Trattandosi di una ingente mole di dati la scelta più consona oggi è il cloud computing che ne rende più agevole l’archiviazione. Con l’open data si dà la stura all’innovazione nella macchina pubblica, costringendo in qualche modo le PA ad ingegnerizzare le procedure. Dati aperti e cloud camminano, dunque, di pari passo e sono in grado di rispondere anche alle esigenze di risparmio del sistema pubblico in un momento di difficoltà economica come quello che stiamo vivendo: le soluzioni cloud costano decisamente meno delle piattaforme di legacy. Ecco perché oggi vale la pena ricordare che l’open data, grazie al cloud, permette di fare innovazione a costo zero.
Non c’è il rischio che una PA “wiki” possa attrarre più stupidità collettive invece che intelligenze collettive?
Ovviamente da sola la tecnologia non basta. Bisogna saper progettare gli strumenti adatti e lavorare anche dal punto di vista culturale. In questo senso sarebbe interessante sfruttare le potenzialità dei social media, come Twitter e Facebook, per favorire la partecipazione di intelligenze collaborative. E qui il ruolo “guida” delle istituzioni resta centrale.

16 Novembre 2011