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Noveck: “Così ho fatto l’open gov di Obama”

Parla la consulente del governo Usa e Uk per le strategie di open data: “L’agorà digitale rafforza la democrazia”

16 Nov 2011

"Più dati si rendono pubblici più la democrazia diventa
condivisione". Beth Noveck, già responsabile del progetto
Open Government dell’amministrazione Obama e ora consulente del
governo Cameron per lo stesso progetto, è convinta che l’open
data faccia da apripista al wiki-government, avvicinando
l’amministrazione ai cittadini.
Il wiki-government è davvero possibile o è solamente uno
slogan che va di moda?

Non è uno slogan e lo dimostra quanto fatto in questi anni
dall’amministrazione Obama che ha messo in rete tutti i dati
prodotti dalla Casa Bianca, rispondendo alle richieste della
maggioranza dei cittadini che vuole uno stato che funzioni sempre
meglio: con i dati aperti si è dato loro uno strumento per
partecipare alla gestione della cosa pubblica, che è il fulcro
della democrazia. Ad Atene si partecipava nell’agorà oggi si
partecipa nell’agorà “digitale” e si contribuisce a
modernizzare la democrazia. Nel presentare il progetto open data di
Obama, ho detto che rendere pubbliche le informazioni generate
dalle PA può rendere i governi migliori e, quindi le democrazie
più forti. Mi riferivo proprio al processo di rafforzamento della
partecipazione; un processo che è sbarcato anche sull’altra
sponda dell’Atlantico, visto che il premier britannico Cameron ne
ha fatto uno dei capisaldi della sua azione di governo.
Anche in Italia il ministro Brunetta ha varato la sua
strategia open con il varo del portali dati.gov.it. Come la
giudica?

Credo che l’azione messa in campo dal ministro sia molto
importante perché rende finalmente trasparente una PA, come quella
italiana, tradizionalmente molto “burocratizzata”. Si è aperta
la strada per rendere i processi decisionali più sensibili alle
idee innovative che vengono dal basso. Non a caso Brunetta e il suo
staff hanno fatto tesoro del lavoro portato avanti in questi anni
da associazioni di esperti che hanno operato perché l’open data
diventasse parte integrante dell’agenda di governo. Si è dato il
via libera a una grande rivoluzione culturale all’interno della
PA, più importante ancora della semplice iniezione di
tecnologia.
In che senso?
Con l’open data l’amministrazione non sarà più percepita come
un corpo estraneo alla società ma qualcosa che ne fa parte a pieno
titolo e che contribuisce a caratterizzare il concetto di
cittadinanza, che si arricchisce dell’aggettivo “attiva”,
pronta cioè a lavorare per il benessere collettivo. In questo
senso va letto il motto di Obama: “With open data the White House
will be the people house”.
I dati pubblici cambiano il modo di operare dei
governi?

Lo trasformano radicalmente perché non è più solo il governo – o
parlando in senso esteso la burocrazia – a poter utilizzare le
informazioni che, in realtà, sono della collettività ma è la
collettività stessa che torna ad esserne “proprietaria”.
L’open data rappresenta un momento di rottura forte con il
passato e porta a una naturale innovazione del rapporto tra PA e
cittadini.
Dal punto di vista tecnologico, invece, qual è il valore
aggiunto per la PA?

Un aspetto rilevante riguarda la scelta tecnologica che gli uffici
devono compiere per rendere pubbliche le informazioni. Trattandosi
di una ingente mole di dati la scelta più consona oggi è il cloud
computing che ne rende più agevole l’archiviazione. Con l’open
data si dà la stura all’innovazione nella macchina pubblica,
costringendo in qualche modo le PA ad ingegnerizzare le procedure.
Dati aperti e cloud camminano, dunque, di pari passo e sono in
grado di rispondere anche alle esigenze di risparmio del sistema
pubblico in un momento di difficoltà economica come quello che
stiamo vivendo: le soluzioni cloud costano decisamente meno delle
piattaforme di legacy. Ecco perché oggi vale la pena ricordare che
l’open data, grazie al cloud, permette di fare innovazione a
costo zero.
Non c’è il rischio che una PA “wiki” possa attrarre
più stupidità collettive invece che intelligenze
collettive?

Ovviamente da sola la tecnologia non basta. Bisogna saper
progettare gli strumenti adatti e lavorare anche dal punto di vista
culturale. In questo senso sarebbe interessante sfruttare le
potenzialità dei social media, come Twitter e Facebook, per
favorire la partecipazione di intelligenze collaborative. E qui il
ruolo “guida” delle istituzioni resta centrale.

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