"La banda larga per rendere l'Italia leader in Europa"

FRANCESCO CAIO

Il consulente del governo è convinto che siano necessari progetti dal respiro ambizioso. "Ma stiamo attenti, potremmo accorgerci troppo tardi che la rete in rame non basta più"

di Gildo Campesato
«Va capito se i piani dei gestori sono o meno coerenti con gli obbiettivi di sviluppo dell’infrastruttura che il Governo vorrà perseguire. Lo scorporo della rete non è un obiettivo, ma solo uno dei modi per concretizzare il progetto se il Paese si darà obbiettivi ambiziosi”: Francesco Caio, presentato il suo rapporto al Governo, fa il punto col Corriere delle Comunicazioni.

Internet si usa poco.
Per penetrazione siamo sotto la media europea. Ma non va dimenticato che venti milioni di italiani ed il 90% delle imprese già usano la rete ogni giorno. E cresceranno molto. Non c’è solo il pc: ci saranno sempre più device collegati alla rete. Questo significa che qualità e diffusione dell’infrastruttura sono un fattore determinante per i cittadini e le imprese. I Paesi con la miglior infrastruttura avranno la maggior crescita del pil.

Vale anche per  l’Italia?
Più di altri. Abbiamo forti tradizioni nelle Tlc: è una base per emergere. Nel broadband tutti i Paesi europei sono ai nastri di partenza. Per noi è una opportunità di diventare leader: non va persa.

È pessimista?
No, ma il Paese deve restare molto vigile in questa fase: gli investimenti nella fibra stanno rallentando, mentre altrove accelerano. Nel contempo, ci sono i limiti della rete in rame. Nel medio termine il rame è insufficiente a far fronte alla crescita di traffico. Ho parlato di osteoporosi: il declino della rete avviene gradualmente e senza strappi . Potremmo accorgerci che ci serve una nuova rete quando è troppo tardi per farla.


E allora?

Come ho scritto nel rapporto inviato al governo italiano, emergono tre priorità: garantire rapidamente il broadband a tutti; supportare lo sviluppo dei piani dei gestori e stimolare la crescita del livello dei servizi; definire le modalità di intervento pubblico per accelerare gli investimenti nella nuova rete.

Con i soldi pubblici?

Dipende dagli obbiettivi di politica industriale. Ho ipotizzato tre scenari per i prossimi 5-6 anni: raggiungere con la fibra tutti i capoluoghi di provincia (45-50% delle case); 30-40 città; solo le principali 7-10 aree urbane. Se l’obbiettivo è tenere l’Italia tra i leader mondiali è difficile vedere come lo si possa raggiungere senza un intervento pubblico. Da noi non c’è la concorrenza delle Tv via cavo sulla rete; TI deve giocoforza focalizzare i suoi interventi su ritorni a breve; concorrenti che abbiano annunciato investimenti sulla fibra non ne vedo.

Essere ambiziosi, lei dice.
Vivendo a Londra, mi piacerebbe vedere l’Italia leader in questo campo. Battute a parte, il primo scenario consente di dare un forte impulso all’occupazione; di innestare un ciclo virtuoso investimenti/innovazione; di avviare un “rinascimento digitale”; di investire risorse pubbliche non a fondo perduto ma con prospettive di ritorno a lungo termine.

E l’azienda rete?

È prematuro parlarne. Ci devono essere prima la decisione di investire fondi pubblici e poi l’accordo dei gestori coinvolti. Solo allora si potrà avviare un progetto di dettaglio. Da un punto di vista strategico concentrare gli investimenti su una sola rete, separata dai servizi, consentirebbe di evitare duplicazioni di investimenti e favorirebbe la concorrenza dei servizi con benefici di qualità e innovazione per gli utenti. Sarebbe coerente con il profilo di monopolio naturale della rete di accesso passiva e con l’architettura IP che vede le la fornitura dei servizi indipendente dal controllo della rete fisica. Certo questo richiederebbe un nuovo approccio alla regolamentazione della rete. Saremmo i primi a farlo in Europa? Sarebbe un segno di innovazione: perché non potremmo essere noi ad aprire una strada?

Quanto costerà?

Per l’opzione più ambiziosa sono stati stimati 5-6 miliardi con un Irr dell’11-16% in 10 anni. Ma sono solo primissime stime. Per un istituto come la Cassa Depositi e prestiti potrebbe essere un intervento interessante. In ogni caso è il punto d’arrivo. Il percorso, secondo me, deve essere: definire il livello di ambizione del Paese, creare una cabina di regia, strutturare un dialogo con i principali gestori esaminando piani ed entità di intervento; definire i profili finanziari delle opzioni; definire un progetto operativo con Telecom Italia e i gestori interessati.

Il governo dà priorità al digital divide.

Impossibile dargli torto.  Dall’analisi emerge con chiarezza che 7 milioni di italiani vivono in digital divide. Non sono cioè raggiungibili, ad esempio, dai progetti di e-gov. Se ci sono i fondi e si parte subito si può completare il progetto entro il 2011-12. Sarà importante coordinare centro e periferia per assicurare un impiego efficace dei fondi pubblici. Vanno considerate tutte le tecnologie in campo: da quelle fisse a quelle wireless e satellitari. Vorrei sottolineare l’importanza della qualità del servizio, di misurarla e farla conoscere. Ciò consentirebbe ai gestori di battersi sul prezzo ma anche sulla qualità. Per essa, i clienti sono disponibili a pagare un  premium.

La vedremo impegnata su questo fronte?

Il mio lavoro è finito. Me ne torno in Inghilterra.

22 Giugno 2009