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“La banda larga per rendere l’Italia leader in Europa”

Il consulente del governo è convinto che siano necessari progetti dal respiro ambizioso. “Ma stiamo attenti, potremmo accorgerci troppo tardi che la rete in rame non basta più”

22 Giu 2009

«Va capito se i piani dei gestori sono o meno coerenti con gli
obbiettivi di sviluppo dell’infrastruttura che il Governo vorrà
perseguire. Lo scorporo della rete non è un obiettivo, ma solo uno
dei modi per concretizzare il progetto se il Paese si darà
obbiettivi ambiziosi”: Francesco Caio, presentato il suo rapporto
al Governo, fa il punto col Corriere delle Comunicazioni.

Internet si usa poco.
Per penetrazione siamo sotto la media europea. Ma non va
dimenticato che venti milioni di italiani ed il 90% delle imprese
già usano la rete ogni giorno. E cresceranno molto. Non c’è
solo il pc: ci saranno sempre più device collegati alla rete.
Questo significa che qualità e diffusione dell’infrastruttura
sono un fattore determinante per i cittadini e le imprese. I Paesi
con la miglior infrastruttura avranno la maggior crescita del
pil.

Vale anche per  l’Italia?
Più di altri. Abbiamo forti tradizioni nelle Tlc: è una base per
emergere. Nel broadband tutti i Paesi europei sono ai nastri di
partenza. Per noi è una opportunità di diventare leader: non va
persa.

È pessimista?
No, ma il Paese deve restare molto vigile in questa fase: gli
investimenti nella fibra stanno rallentando, mentre altrove
accelerano. Nel contempo, ci sono i limiti della rete in rame. Nel
medio termine il rame è insufficiente a far fronte alla crescita
di traffico. Ho parlato di osteoporosi: il declino della rete
avviene gradualmente e senza strappi . Potremmo accorgerci che ci
serve una nuova rete quando è troppo tardi per farla.

E allora?
Come ho scritto nel rapporto inviato al governo italiano, emergono
tre priorità: garantire rapidamente il broadband a tutti;
supportare lo sviluppo dei piani dei gestori e stimolare la
crescita del livello dei servizi; definire le modalità di
intervento pubblico per accelerare gli investimenti nella nuova
rete.

Con i soldi pubblici?

Dipende dagli obbiettivi di politica industriale. Ho ipotizzato tre
scenari per i prossimi 5-6 anni: raggiungere con la fibra tutti i
capoluoghi di provincia (45-50% delle case); 30-40 città; solo le
principali 7-10 aree urbane. Se l’obbiettivo è tenere l’Italia
tra i leader mondiali è difficile vedere come lo si possa
raggiungere senza un intervento pubblico. Da noi non c’è la
concorrenza delle Tv via cavo sulla rete; TI deve giocoforza
focalizzare i suoi interventi su ritorni a breve; concorrenti che
abbiano annunciato investimenti sulla fibra non ne vedo.

Essere ambiziosi, lei dice.
Vivendo a Londra, mi piacerebbe vedere l’Italia leader in questo
campo. Battute a parte, il primo scenario consente di dare un forte
impulso all’occupazione; di innestare un ciclo virtuoso
investimenti/innovazione; di avviare un “rinascimento
digitale”; di investire risorse pubbliche non a fondo perduto ma
con prospettive di ritorno a lungo termine.

E l’azienda rete?

È prematuro parlarne. Ci devono essere prima la decisione di
investire fondi pubblici e poi l’accordo dei gestori coinvolti.
Solo allora si potrà avviare un progetto di dettaglio. Da un punto
di vista strategico concentrare gli investimenti su una sola rete,
separata dai servizi, consentirebbe di evitare duplicazioni di
investimenti e favorirebbe la concorrenza dei servizi con benefici
di qualità e innovazione per gli utenti. Sarebbe coerente con il
profilo di monopolio naturale della rete di accesso passiva e con
l’architettura IP che vede le la fornitura dei servizi
indipendente dal controllo della rete fisica. Certo questo
richiederebbe un nuovo approccio alla regolamentazione della rete.
Saremmo i primi a farlo in Europa? Sarebbe un segno di innovazione:
perché non potremmo essere noi ad aprire una strada?

Quanto costerà?

Per l’opzione più ambiziosa sono stati stimati 5-6 miliardi con
un Irr dell’11-16% in 10 anni. Ma sono solo primissime stime. Per
un istituto come la Cassa Depositi e prestiti potrebbe essere un
intervento interessante. In ogni caso è il punto d’arrivo. Il
percorso, secondo me, deve essere: definire il livello di ambizione
del Paese, creare una cabina di regia, strutturare un dialogo con i
principali gestori esaminando piani ed entità di intervento;
definire i profili finanziari delle opzioni; definire un progetto
operativo con Telecom Italia e i gestori interessati.

Il governo dà priorità al digital divide.

Impossibile dargli torto.  Dall’analisi emerge con chiarezza che
7 milioni di italiani vivono in digital divide. Non sono cioè
raggiungibili, ad esempio, dai progetti di e-gov. Se ci sono i
fondi e si parte subito si può completare il progetto entro il
2011-12. Sarà importante coordinare centro e periferia per
assicurare un impiego efficace dei fondi pubblici. Vanno
considerate tutte le tecnologie in campo: da quelle fisse a quelle
wireless e satellitari. Vorrei sottolineare l’importanza della
qualità del servizio, di misurarla e farla conoscere. Ciò
consentirebbe ai gestori di battersi sul prezzo ma anche sulla
qualità. Per essa, i clienti sono disponibili a pagare un 
premium.

La vedremo impegnata su questo fronte?

Il mio lavoro è finito. Me ne torno in Inghilterra.

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