Ngn, il co-investimento sulle infrastrutture una chiave per il Roi

BROADBAND WORLD FORUM

Si fa strada tra le big telco l'adozione di un modello per lo sharing dei costi sulla realizzazione di attrezzature di rete passive. Ma un ruolo cruciale dev'essere svolto anche dai governi

di Patrizia Licata
Nell’industria telecom si dibatte spesso sui costi della realizzazione delle reti di accesso di prossima generazione: una soluzione, che potrebbe alleviare per le telco il peso finanziario di questi progetti, è la formula del co-investimento, secondo quanto emerso dalle dichiarazioni dei principali player del settore riuniti in occasione del Broadband World Forum a Parigi. Dividere i costi dell’infrastruttura, concordano gli executive dell’industria telecom, aiuterà le aziende a generare un ritorno sull’investimento.

Le attrezzature di rete passive, come i cavidotti e la fibra, rappresentano circa l’80% del costo delle reti di nuova generazione. Si tratta di un investimento che richiede fino a 50 anni per essere recuperato, contro i circa 5 anni in cui si recupera l’investimento negli elementi attivi della rete, ha spiegato Gabrielle Gauthey, EVP global government and public affairs di Alcatel-Lucent. Nelle aree dell’Europa dove non c’è concorrenza sull’infrastruttura, “possono essere incentivati i modelli di co-investimento per favorire la realizzazione delle Ngn", ha dichiarato la Gauthey.

Un ruolo importante deve essere svolto anche dai governi, invitati a stimolare l’adozione dei servizi basati sulle Ngn e a ridurre i costi dell’implementazione, e quindi i rischi dell’investimento. “Condividere rischi e benefici è importante”, ha dichiarato il Cto di Keymile, Wolfgang Spahn, d’accordo con l’idea che le telco possano dividere lo strato fisico del network. “In questo modo si concede anche equo accesso a tutti i player", ha aggiunto, evitando che i piccoli restino fuori dal mercato a causa degli alti costi di ingresso.

Il ritorno sull’investimento nella rete passiva ha tempi molto lunghi, ha confermato Gianfranco Ciccarella, VP next-generation access networks and partnerships di Telecom Italia, aggiungendo che non può convenire a un’azienda fornire solo lo strato passivo del network, come accade a Singapore, dove un’azienda agisce da fornitore wholesale di fibra per la rete di banda larga di nuova generazione. “Economicamente ha più senso che due-tre player dividano il costo della rete e forniscano accesso virtuale agli altri provider”, secondo il top manager italiano.

Questo modello di open access non funziona però su tutti i mercati, ha messo in guardia Stephan Wilson, senior analyst di Informa Telecoms and Media: per esempio, in Europa centrale e orientale, c’è forte concorrenza sull’infrastruttura e quindi le barriere d’ingresso per i carrier alternativi sono molto meno alte. “Perciò in Europa orientale probabilmente continueranno a convivere diversi network concorrenti”, ha concluso l'analista.

29 Settembre 2011