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Ngn, il co-investimento sulle infrastrutture una chiave per il Roi

Si fa strada tra le big telco l’adozione di un modello per lo sharing dei costi sulla realizzazione di attrezzature di rete passive. Ma un ruolo cruciale dev’essere svolto anche dai governi

29 Set 2011

Nell’industria telecom si dibatte spesso sui costi della
realizzazione delle reti di accesso di prossima generazione: una
soluzione, che potrebbe alleviare per le telco il peso finanziario
di questi progetti, è la formula del co-investimento, secondo
quanto emerso dalle dichiarazioni dei principali player del settore
riuniti in occasione del Broadband World Forum a Parigi. Dividere i
costi dell’infrastruttura, concordano gli executive
dell’industria telecom, aiuterà le aziende a generare un ritorno
sull’investimento.

Le attrezzature di rete passive, come i cavidotti e la fibra,
rappresentano circa l’80% del costo delle reti di nuova
generazione. Si tratta di un investimento che richiede fino a 50
anni per essere recuperato, contro i circa 5 anni in cui si
recupera l’investimento negli elementi attivi della rete, ha
spiegato Gabrielle Gauthey, EVP global government and public
affairs di Alcatel-Lucent. Nelle aree dell’Europa dove non c’è
concorrenza sull’infrastruttura, “possono essere incentivati i
modelli di co-investimento per favorire la realizzazione delle
Ngn", ha dichiarato la Gauthey.

Un ruolo importante deve essere svolto anche dai governi, invitati
a stimolare l’adozione dei servizi basati sulle Ngn e a ridurre i
costi dell’implementazione, e quindi i rischi
dell’investimento. “Condividere rischi e benefici è
importante”, ha dichiarato il Cto di Keymile, Wolfgang Spahn,
d’accordo con l’idea che le telco possano dividere lo strato
fisico del network. “In questo modo si concede anche equo accesso
a tutti i player", ha aggiunto, evitando che i piccoli restino
fuori dal mercato a causa degli alti costi di ingresso.

Il ritorno sull’investimento nella rete passiva ha tempi molto
lunghi, ha confermato Gianfranco Ciccarella, VP next-generation
access networks and partnerships di Telecom Italia, aggiungendo che
non può convenire a un’azienda fornire solo lo strato passivo
del network, come accade a Singapore, dove un’azienda agisce da
fornitore wholesale di fibra per la rete di banda larga di nuova
generazione. “Economicamente ha più senso che due-tre player
dividano il costo della rete e forniscano accesso virtuale agli
altri provider”, secondo il top manager italiano.

Questo modello di open access non funziona però su tutti i
mercati, ha messo in guardia Stephan Wilson, senior analyst di
Informa Telecoms and Media: per esempio, in Europa centrale e
orientale, c’è forte concorrenza sull’infrastruttura e quindi
le barriere d’ingresso per i carrier alternativi sono molto meno
alte. “Perciò in Europa orientale probabilmente continueranno a
convivere diversi network concorrenti”, ha concluso
l'analista.