Ingegneri delle Tlc? Scomparsi

LAVORO&TLC/1

UNIVERSITA' & INDUSTRIA. L'allarme del Polimi: laureati inferiori alla domanda di mercato. Un paradosso considerando che, secondo l'Istat, gli sperti di Tlc trovano lavoro rapidamente

di Matteo Buffolo
Al Politecnico di Milano hanno guardato i numeri e non volevano crederci. Li hanno confrontati con altri numeri, e sembrava ancora più incredibile. Eppure, hanno dovuto arrendersi.
Gli ingegneri delle telecomunicazioni stanno scomparendo. E lo stanno facendo nonostante le statistiche dell’Istat, che dicono che dopo i “meccanici” sono quelli che trovano più facilmente lavoro: dopo 3 anni, secondo le rilevazioni dell’istituto statistico, l’88,2% dei laureati in “telecomunicazioni” è sistemato.

Eppure… “Eppure - hanno raccontato al Corriere delle Comunicazioni Mario Martinelli, ordinario di Comunicazioni ottiche e direttore del CoreCom e Claudio Prati, che del corso di Ingegneria delle Telecomunicazione è il presidente - negli ultimi sei anni siamo calati da circa 400 matricole a 86. E se uno sente un dato come quello dell’Istat pensa che il nostro corso di laurea dovrebbe avere una grossa affluenza”.

Un calo che, al Politecnico, è avvenuto a fronte di una sostanziale tenuta del numero di matricole della facoltà di Ingegneria, mentre a contrarsi - pur se non ai livelli di “telecomunicazioni” - è stato il settore dei corsi di laurea che riguardano l’Ict. “E questo nonostante le richieste che ci arrivano da fuori, dal mondo delle aziende, non stiano diminuendo - spiegano i due professori -. Arriveremo all’imbarazzante punto in cui, a fronte di una disoccupazione che sale, le nostre imprese dovranno andare a importare i loro ingegneri. Perché l’industria delle telecomunicazioni italiana è abbastanza in salute: Ericsson Marconi e Alcatel-Lucent, solo per citarne due, continuano e investire, ad avere bilanci positivi e in particolare hanno siglato anche accordi di ricerca col Politecnico. Ci chiedono studenti, stagisti, laureandi. Che ovviamente noi facciamo fatica a trovare”.

Insomma, a un certo punto, qualcosa è andato storto e gli studenti si sono disinnamorati di questo corso di laurea. Ovviamente, chi nelle università ci vive, si è domandato il perché. “Abbiamo la percezione che sia successo qualche cosa a livello dell’informazione che arriva agli studenti e alle famiglie - continuano Prati e Martinelli -. Le telecomunicazioni sono magari state viste come una commodity, incolpate della bolla di Internet del 2001, e quindi destinate a subire i contraccolpi di quella bolla. E questa è una cosa che non è assolutamente vera: il consumo di telecomunicazioni è quello che cresce di più, è un’industria che sta crescendo più del 10%. In particolare, la banda larga cresce di anno in anno a tassi elevatissimi.

Eppure gli studenti non hanno la percezione che questo settore sia importante: lo vedono come una tecnologia ormai consolidata su cui ci sia da fare poco e su cui non ci siano sbocchi che li attirano”. Una circostanza che, per ammissione degli stessi docenti, nasce anche per un problema di comunicazione, sia da parte dell’università che dei giornali, che spesso intendono le telecomunicazioni come un settore ristretto ai campi classici delle reti e della telefonia mobile, “dimenticando che tutta l’industria che usa realtà virtuali, elaborazioni di immagini per scopi di sicurezza, telerilevamento, ricerca di anomalie per le estrazioni minerarie” fa capo a tecnologie di telecomunicazioni.

L’analisi del problema è dunque ancora aperta e la strada per invertire questo trend ancora da definire. “C’è anche il problema che fra i ragazzi e soprattutto nelle famiglie che ci sembrano ancora determinanti nelle scelte degli studenti, c’è un misconcetto delle possibilità legate al nome. Un nome di grande tradizione, forse un po’ datato, che non fa percepire le strade più innovative, come i settori ottico e fotonico, che utilizzano tecnologie avanzatissime e che stanno preparando il futuro della banda larga ma anche delle comunicazioni interne ai pc - continuano Prati e Martinelli -. Il problema dell’industria italiana, o comunque la percezione che studenti e famiglie ne hanno, è che, dopo cinque anni di studi pesanti, a fare un lavoro tecnico magari di livello più basso di quello che io mi aspetterei. Chi invece sceglie la Bocconi o magari ingegneria gestionale, pensa di far fatica ad entrare, ma di avere poi delle prospettive enormi: non tanto di guadagno o di un lavoro, quanto prospettive di uno status che ha maggiore rispetto. E lo status, l’apparenza, hanno un ruolo fondamentale per l’iscrizione”. Resta solo da sperare che non lo abbiano più delle opportunità che poi si aprono.

22 Settembre 2009