Telecom Italia, tanto rumore per nulla. O quasi

ASPETTANDO IL CDA

Imminenti dimissioni e sostituzione di Bernabè? Una leggenda metropolitana. Piuttosto, è Fossati che si scalda per entrare in consiglio

di Gildo Campesato
Il tam tam negli ultimi dieci giorni è stato martellante: Franco Bernabè potrebbe essere ai suoi ultimi giorni da amministratore delegato di Telecom Italia. L’”indiscrezione” è circolata con insistenza, lanciata nei giornali, rilanciata sui siti Internet, in particolare in quelli di gossip. Con le indiscrezioni sono emersi scenari, protagonisti, tempi, motivazioni dell’operazione. Più o meno fantasiosi.

A spiegare la sfiducia degli azionisti verso Bernabè vi sarebbe una ipotetica messa in stato d’accusa per una gestione che non ha saputo rilanciare il valore del titolo in Borsa. Come se fossero colpe dell’amministratore delegato il prezzo spropositato cui i soci Telco hanno comprato quelle azioni da Tronchetti Provera; la crisi finanziaria che ha schiacciato i listini mondiali non risparmiando, ovviamente né quello italiano né più in generale i titoli telefonici; la debolezza di un settore come quello della telefonia che vede competizione in crescita e prezzi in calo.

Anzi, la strategia prudente di Bernabè e la politica di dismissioni hanno consentito di tenere sotto controllo il debito e di remunerare gli azionisti di Telecom Italia, Telco in testa, con un dividendo non semplice da estrarre dopo le follie finanziarie del passato. Sotto questo profilo, difficilmente un altro al posto di Bernabè avrebbe potuto fare di più o di meglio.
Si è anche parlato di un insanabile contrasto di interessi con Silvio Berlusconi, non quale presidente del Consiglio ma quale “patron” di Fininvest-Mediaset. Il biscione sarebbe preoccupata dal progressivo offuscarsi della tv generalista a vantaggio di nuove forme di fruizione, soprattutto via Internet. In questa prospettiva, le farebbe comodo appoggiarsi su una capillare rete in fibra ottica di nuova generazione su cui diffondere i propri contenuti ai digital native. Ma Telecom Italia - di qui verrebbe il gelo con Palazzo Chigi - sulla nuova rete investe poco. Ci penserà un altro al posto di Bernabè?

Difficile crederlo. Sono stati proprio gli azionisti a chiedergli di andare cauto con gli investimenti, di privilegiare le contingenze finanziarie alle visioni strategico-industriali. Perché far gestire ad un altro manager una strategia di investimenti opposta a quella portata avanti sino ad oggi e che ha avuto più che il supporto quasi l’imperativo degli azionisti?

Come possibile sostituto di Bernabè si è fatto il nome di Massimo Sarmi, attuale amministratore delegato di Poste Italiane che sarebbe “sponsorizzato” dal presidente di Mediobanca Cesare Geronzi. Un cambio di poltrona mirato a costruire una qualche forma di “collaborazione” fra le due aziende verso quella separazione della rete di cui tanto inutilmente si è parlato. Telecom Italia diventerebbe sostanzialmente una società di servizi, staccando i suoi destini da quelli della rete, considerata un capitale infrastrutturale strategico per il Paese. Cosicché, se Telecom Italia alla fine dovesse finire preda di Telefonica, la rete ne rimarrebbe fuori.

Tuttavia, questo progetto sembra fare i conti senza l’oste. La separazione della rete è stata presa in considerazione in passato, anche con la gestione Bernabè. Ma è stata scartata proprio dagli azionisti, in primis da quel socio forte che è Telefonica. Perché mai Alierta dovrebbe bellamente concedere a Sarmi quel che ha ostinatamente rifiutato a Bernabè, la cui insistenza contro la separazione della rete deriva proprio dal mandato ricevuto dagli azionisti maggiori? Il tema esiste, basti vedere l’insistenza con cui a periodi ricorrenti emerge con decisione anche nel dibattito politico: ma a scioglierlo non può essere certamente un mero cambio di poltrone.

I soci forti (Telefonica, Generali, Mediobanca, Intesa San Paolo) a fine ottobre hanno rinnovato il patto Telco che blinda il capitale di controllo di Telecom. Formalmente l’accordo dura tre anni, ma c’è la possibilità di uno scioglimento anticipato dopo un anno. Fra gli azionisti di Telco vi sono progetti, strategie ed anche umori personali divergenti. Ma non sembra ancora giunto il momento della resa dei conti. Forse fra un anno.

Ecco perché, così come avvenuto con l’appuntamento di novembre, appare poco probabile se non impossibile che la riunione del consiglio di amministrazione del 2 dicembre diventi quel giorno del ribaltone come volevano alcune indiscrezioni nei giorni scorsi, magari attraverso la bocciatura strumentale del piano di budget che Bernabè presenterà ai consiglieri.

Piuttosto, se qualche cambiamento verrà, esso potrebbe essere limitato, anche se significativo. Ad esempio, la sostituzione di un dimissionario Stefano Cao. Era in cda in rappresentanza di Sintonia, la holding dei Benetton. A Ponzano non hanno rinnovato il patto ed hanno annunciato che entro al massimo un paio di mesi venderanno tutte le loro azioni Telco. Non ha più senso che Cao resti in Cda. Se si dimettesse, il suo posto potrebbe essere preso da Marco Fossati, che con la sua Fidim possiede il 4,99% di Telecom ed esprime un paio di consiglieri indipendenti.

Sinora si è mosso da battitore libero, con stile corsaro. Ha contestato la dismissione di Hansenet (per il prezzo), chiede lo scorporo della rete o, in alternativa, la cessione (a prezzo adeguato) di Tim Brasil. Farlo entrare nel salotto buono potrebbe essere il modo migliore per assorbirne l’”esuberanza”. Così, quella che secondo alcuni avrebbe potuto essere un’occasione per la resa dei conti, si trasformerà nella ennesima riconferma di Bernabè. Sino al prossimo scontro, ovviamente.

23 Novembre 2009