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Telecom Italia, tanto rumore per nulla. O quasi

Imminenti dimissioni e sostituzione di Bernabè? Una leggenda metropolitana. Piuttosto, è Fossati che si scalda per entrare in consiglio

23 Nov 2009

Il tam tam negli ultimi dieci giorni è stato martellante: Franco
Bernabè potrebbe essere ai suoi ultimi giorni da amministratore
delegato di Telecom Italia. L’”indiscrezione” è circolata
con insistenza, lanciata nei giornali, rilanciata sui siti
Internet, in particolare in quelli di gossip. Con le indiscrezioni
sono emersi scenari, protagonisti, tempi, motivazioni
dell’operazione. Più o meno fantasiosi.

A spiegare la sfiducia degli azionisti verso Bernabè vi sarebbe
una ipotetica messa in stato d’accusa per una gestione che non ha
saputo rilanciare il valore del titolo in Borsa. Come se fossero
colpe dell’amministratore delegato il prezzo spropositato cui i
soci Telco hanno comprato quelle azioni da Tronchetti Provera; la
crisi finanziaria che ha schiacciato i listini mondiali non
risparmiando, ovviamente né quello italiano né più in generale i
titoli telefonici; la debolezza di un settore come quello della
telefonia che vede competizione in crescita e prezzi in calo.

Anzi, la strategia prudente di Bernabè e la politica di
dismissioni hanno consentito di tenere sotto controllo il debito e
di remunerare gli azionisti di Telecom Italia, Telco in testa, con
un dividendo non semplice da estrarre dopo le follie finanziarie
del passato. Sotto questo profilo, difficilmente un altro al posto
di Bernabè avrebbe potuto fare di più o di meglio.
Si è anche parlato di un insanabile contrasto di interessi con
Silvio Berlusconi, non quale presidente del Consiglio ma quale
“patron” di Fininvest-Mediaset. Il biscione sarebbe preoccupata
dal progressivo offuscarsi della tv generalista a vantaggio di
nuove forme di fruizione, soprattutto via Internet. In questa
prospettiva, le farebbe comodo appoggiarsi su una capillare rete in
fibra ottica di nuova generazione su cui diffondere i propri
contenuti ai digital native. Ma Telecom Italia – di qui verrebbe il
gelo con Palazzo Chigi – sulla nuova rete investe poco. Ci penserà
un altro al posto di Bernabè?

Difficile crederlo. Sono stati proprio gli azionisti a chiedergli
di andare cauto con gli investimenti, di privilegiare le
contingenze finanziarie alle visioni strategico-industriali.
Perché far gestire ad un altro manager una strategia di
investimenti opposta a quella portata avanti sino ad oggi e che ha
avuto più che il supporto quasi l’imperativo degli
azionisti?

Come possibile sostituto di Bernabè si è fatto il nome di Massimo
Sarmi, attuale amministratore delegato di Poste Italiane che
sarebbe “sponsorizzato” dal presidente di Mediobanca Cesare
Geronzi. Un cambio di poltrona mirato a costruire una qualche forma
di “collaborazione” fra le due aziende verso quella separazione
della rete di cui tanto inutilmente si è parlato. Telecom Italia
diventerebbe sostanzialmente una società di servizi, staccando i
suoi destini da quelli della rete, considerata un capitale
infrastrutturale strategico per il Paese. Cosicché, se Telecom
Italia alla fine dovesse finire preda di Telefonica, la rete ne
rimarrebbe fuori.

Tuttavia, questo progetto sembra fare i conti senza l’oste. La
separazione della rete è stata presa in considerazione in passato,
anche con la gestione Bernabè. Ma è stata scartata proprio dagli
azionisti, in primis da quel socio forte che è Telefonica. Perché
mai Alierta dovrebbe bellamente concedere a Sarmi quel che ha
ostinatamente rifiutato a Bernabè, la cui insistenza contro la
separazione della rete deriva proprio dal mandato ricevuto dagli
azionisti maggiori? Il tema esiste, basti vedere l’insistenza con
cui a periodi ricorrenti emerge con decisione anche nel dibattito
politico: ma a scioglierlo non può essere certamente un mero
cambio di poltrone.

I soci forti (Telefonica, Generali, Mediobanca, Intesa San Paolo) a
fine ottobre hanno rinnovato il patto Telco che blinda il capitale
di controllo di Telecom. Formalmente l’accordo dura tre anni, ma
c’è la possibilità di uno scioglimento anticipato dopo un anno.
Fra gli azionisti di Telco vi sono progetti, strategie ed anche
umori personali divergenti. Ma non sembra ancora giunto il momento
della resa dei conti. Forse fra un anno.

Ecco perché, così come avvenuto con l’appuntamento di novembre,
appare poco probabile se non impossibile che la riunione del
consiglio di amministrazione del 2 dicembre diventi quel giorno del
ribaltone come volevano alcune indiscrezioni nei giorni scorsi,
magari attraverso la bocciatura strumentale del piano di budget che
Bernabè presenterà ai consiglieri.

Piuttosto, se qualche cambiamento verrà, esso potrebbe essere
limitato, anche se significativo. Ad esempio, la sostituzione di un
dimissionario Stefano Cao. Era in cda in rappresentanza di
Sintonia, la holding dei Benetton. A Ponzano non hanno rinnovato il
patto ed hanno annunciato che entro al massimo un paio di mesi
venderanno tutte le loro azioni Telco. Non ha più senso che Cao
resti in Cda. Se si dimettesse, il suo posto potrebbe essere preso
da Marco Fossati, che con la sua Fidim possiede il 4,99% di Telecom
ed esprime un paio di consiglieri indipendenti.

Sinora si è mosso da battitore libero, con stile corsaro. Ha
contestato la dismissione di Hansenet (per il prezzo), chiede lo
scorporo della rete o, in alternativa, la cessione (a prezzo
adeguato) di Tim Brasil. Farlo entrare nel salotto buono potrebbe
essere il modo migliore per assorbirne l’”esuberanza”. Così,
quella che secondo alcuni avrebbe potuto essere un’occasione per
la resa dei conti, si trasformerà nella ennesima riconferma di
Bernabè. Sino al prossimo scontro, ovviamente.

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