Testa (Cittalia): "Reti, asset politico"

ULTRABROADBAND

Il centro ricerche dell'Anci spinge sul riutilizzo dei network esistenti e sul catasto digitale

di Paolo Anastasio
Sviluppo delle reti ultra broadband frenato dalla babele normativa e tributaria. Sul catasto delle reti i Comuni sono in alto mare. Motivo? Manca una fotografia digitale, un database condiviso del labirinto di reti idriche, fognarie, di Tlc ecc. che passano sotto le nostre città. In soldoni, si va ancora avanti per planimetrie e richieste di scavo a compartimenti stagni, autorizzate magari dagli uffici competenti, ma non inserite in un cervellone elettronico condiviso da tutti. In più, a frenare la realizzazione della banda larga super veloce (Ngn), oltre alla mancanza di fondi, c’è il labirinto delle regole locali, che disciplinano la normativa sugli scavi.

La fotografia della situazione italiana arriva dal report “Le Reti di nuova generazione nei Comuni. Infrastrutture e regole di Internet veloce”, realizzato da Cittalia, Fondazione di ricerca dell’Anci (l’associazione nazionale dei Comuni italiani) in tandem con l’Anfov (associazione nazionale fornitori di video informazione). Milano, Roma, Reggio Calabria, Verona, Novara, Bari, Catania, Firenze, Napoli, Reggio Emilia. Questo il panel analizzato da Cittalia sul fronte dello sviluppo dell’Ngn. “In materia di scavi e reti del sottosuolo gli apparati normativi appaiono datati, vecchi di dieci anni, basati su una visione tariffaria inadeguata (come la Tosap, tassa di occupazione di suolo pubblico, ndr) a promuovere lo sviluppo delle reti - dice Paolo Testa, responsabile area innovazione a Cittalia -. Un primo auspicio è che i Comuni si rendano conto che la realizzazione delle reti ultra broadband è un asset politico”.

Ma per ora siamo in alto mare. “Ancora non si è imposto un modello unico e condiviso di sviluppo di reti Ngn – si legge nel report – sia in termini di architettura e dimensionamento fisico che di investimento”. In generale, a parte qualche eccezione come Milano, Torino e Reggio Emilia, manca un data base condiviso del patrimonio di reti presenti nel sottosuolo del territorio comunale. “Impossibile stilare piani locali di cablaggio senza conoscere la situazione delle reti esistenti - dice Testa -, è necessario uno sforzo di mappatura dei cavidotti dei diversi player, dalle multi utilities agli operatori di Tlc che dispongono di un patrimonio di fibra spenta non condiviso. Per sviluppare le reti Ngn bisogna partire dalle infrastrutture esistenti e, per ottimizzare i costi, puntare sulla condivisione e il riutilizzo delle reti: dalle fogne alle condutture idriche, passando per le reti di teleriscaldamento presenti in decine di medi Comuni soprattutto nel nord Italia”.

Il dato di partenza è chiaro: i 10-12 miliardi di euro necessari per fare la rete Ngn in Italia non ci sono. Quindi, bisogna ingegnarsi, partire dalle reti che ci sono, per non perdere il treno dello sviluppo. “Bisogna cominciare a cablare subito - aggiunge Testa - il rischio in molti Comuni è che ci siano infrastrutture conosciute, adatte per la posa di cavi Tlc, ma che i dati non siano stati registrati e che quindi non siano disponibili”. Come uscire dall’impasse? “Il censimento degli impianti è il punto di maggior debolezza rilevata nei Comuni - si legge nel report di Cittalia-Anfov -. Se in alcuni casi, come Torino, Roma e Milano, anche per la presenza di un coordinamento regionale forte sul tema, vi è una posizione avanzata e innovativa, nella maggior parte dei casi il censimento è assente o parziale, o non strutturato (come avviene a Catania)”. Urge un rilancio sul fronte del broadband, tanto più che l’Italia perde terreno nell’arena europea della fibra ottica, essendo passata nel 2009 dal 11° al 14° posto nell’ultima classifica stilata dall’Ftth Council Europe, l’organismo che analizza la diffusione della fibra ottica nelle case e negli edifici del Vecchio Continente.

29 Novembre 2010