Elettrosmog, tabù solo italiano

L'INCHIESTA

Limite iper precauzionale a casa nostra ma in Europa situazione ben diversa. In Gran Bretagna, Francia e Germania l'asticella suggerita da Bruxelles è dieci volte più alta

di Paolo Anastasio
L’approccio precauzionale adottato dalla normativa italiana sull’esposizione ai campi elettromagnetici, fissata a 6 v/m, contrasta con le linee guida internazionali formulate dall’Icnirp (International commission on non-ionizing radiation protection), raccolte e poi raccomandate agli stati membri dell’Ue dal Consiglio della Commissione Europea nel 1999. La Raccomandazione di Bruxelles fu approvata all’unanimità dagli stati membri, con il solo voto contrario dell’Italia.

C’è da dire che in materia di salute la Ue non ha poteri legislativi vincolanti. Le raccomandazioni devono essere recepite dagli stati membri, rispettando i limiti oltre i quali non è possibile andare. Serve quindi il via libera di Bruxelles per normative ad hoc che superano i paletti dell’Europa. Ma se un paese intende applicare la legge in maniera più restrittiva lo può fare senza chiedere nulla alla Ue. L’unico paese che con l’Italia ha fissato limiti più stringenti rispetto agli standard Ue è il Belgio. Gli stati membri hanno adottato i limiti standard di 41 v/m sulla banda dei 900 Mhz, 58 v/m sulla banda dei 1800 Mhz e di 61 v/m sulle frequenze oltre i 2 Ghz.

Alcuni paesi, come la Germania, hanno fissato un limite unico per le quattro bande pari a 97 v/m, 16 volte superiore a quello italiano. Altri paesi hanno distinto i limiti per banda di frequenza, con un’ampiezza differenziata tra i valori più bassi e quelli più alti. Si va così dai paesi che si sono allineati ai limiti suggeriti dall’Icnirp per ciascuna delle quattro bande (Gran Bretagna, Francia, Svezia e nei paesi extra Ue, Australia, Nuova Zelanda e Sud Africa) a paesi che hanno adottato soluzioni proprie come la Svizzera. La soluzione americana indicata dalla Fcc (Federal Communication Commission), che per le quattro bande prevede valori di 31, 47, 61 e ancora 61 v/m, è stata adottata anche da Canada, Australia e Giappone.

La situazione italiana è figlia dell’allarme sociale che alla fine degli anni ‘90 accompagnava l’installazione delle prime antenne di telefonia mobile, in particolare con l’avvento dell’Umts. La mancanza di correlazione comprovata fra l’esposizione dei campi elettromagnetici generati da antenne radiomobili e l’insorgenza di patologie di qualsiasi natura spingerebbe alla revisione della normativa in vigore nel nostro paese, la Legge quadro n. 36 promulgata nel febbraio del 2001. I valori precauzionali fissati nel decreto interministeriale n. 381 del 1998 furono confermati in base a valutazioni di opportunità politica. L’opinione che circola fra gli operatori di Tlc è che “la legge sia incoerente e scientificamente debole, oltre che non attuabile agevolmente: alla luce delle informazioni scientifiche correnti, non fornisce alcuna tutela aggiuntiva alla salute della popolazione italiana”.

Recentemente, sull’opportunità di rivedere i limiti delle emissioni elettromagnetiche italiane è intervenuto l’amministratore delegato di Telecom Italia Franco Bernabè. Questi limiti “hanno un impatto negativo sullo sviluppo della rete mobile e penalizzano gli operatori italiani nel confronto internazionale - ha detto Bernabè -. Da noi il limite è di 6 volt al metro, contro i 60 volt al metro dell’Europa”. Replica del ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani: “È una delle tante norme ideologiche di propaganda ambientalista - ha detto il ministro - che ha influenzato anche lo sviluppo delle reti wi-fi”. Per Romani “il problema esiste”, ma “è difficile intervenire”. In ogni caso il tema “non è all’ordine del giorno”.

14 Dicembre 2010