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Elettrosmog, tabù solo italiano

Limite iper precauzionale a casa nostra ma in Europa situazione ben diversa. In Gran Bretagna, Francia e Germania l’asticella suggerita da Bruxelles è dieci volte più alta

14 Dic 2010

L’approccio precauzionale adottato dalla normativa italiana
sull’esposizione ai campi elettromagnetici, fissata a 6 v/m,
contrasta con le linee guida internazionali formulate dall’Icnirp
(International commission on non-ionizing radiation protection),
raccolte e poi raccomandate agli stati membri dell’Ue dal
Consiglio della Commissione Europea nel 1999. La Raccomandazione di
Bruxelles fu approvata all’unanimità dagli stati membri, con il
solo voto contrario dell’Italia.

C’è da dire che in materia di salute la Ue non ha poteri
legislativi vincolanti. Le raccomandazioni devono essere recepite
dagli stati membri, rispettando i limiti oltre i quali non è
possibile andare. Serve quindi il via libera di Bruxelles per
normative ad hoc che superano i paletti dell’Europa. Ma se un
paese intende applicare la legge in maniera più restrittiva lo
può fare senza chiedere nulla alla Ue. L’unico paese che con
l’Italia ha fissato limiti più stringenti rispetto agli standard
Ue è il Belgio. Gli stati membri hanno adottato i limiti standard
di 41 v/m sulla banda dei 900 Mhz, 58 v/m sulla banda dei 1800 Mhz
e di 61 v/m sulle frequenze oltre i 2 Ghz.

Alcuni paesi, come la Germania, hanno fissato un limite unico per
le quattro bande pari a 97 v/m, 16 volte superiore a quello
italiano. Altri paesi hanno distinto i limiti per banda di
frequenza, con un’ampiezza differenziata tra i valori più bassi
e quelli più alti. Si va così dai paesi che si sono allineati ai
limiti suggeriti dall’Icnirp per ciascuna delle quattro bande
(Gran Bretagna, Francia, Svezia e nei paesi extra Ue, Australia,
Nuova Zelanda e Sud Africa) a paesi che hanno adottato soluzioni
proprie come la Svizzera. La soluzione americana indicata dalla Fcc
(Federal Communication Commission), che per le quattro bande
prevede valori di 31, 47, 61 e ancora 61 v/m, è stata adottata
anche da Canada, Australia e Giappone.

La situazione italiana è figlia dell’allarme sociale che alla
fine degli anni ‘90 accompagnava l’installazione delle prime
antenne di telefonia mobile, in particolare con l’avvento
dell’Umts. La mancanza di correlazione comprovata fra
l’esposizione dei campi elettromagnetici generati da antenne
radiomobili e l’insorgenza di patologie di qualsiasi natura
spingerebbe alla revisione della normativa in vigore nel nostro
paese, la Legge quadro n. 36 promulgata nel febbraio del 2001. I
valori precauzionali fissati nel decreto interministeriale n. 381
del 1998 furono confermati in base a valutazioni di opportunità
politica. L’opinione che circola fra gli operatori di Tlc è che
“la legge sia incoerente e scientificamente debole, oltre che non
attuabile agevolmente: alla luce delle informazioni scientifiche
correnti, non fornisce alcuna tutela aggiuntiva alla salute della
popolazione italiana”.

Recentemente, sull’opportunità di rivedere i limiti delle
emissioni elettromagnetiche italiane è intervenuto
l’amministratore delegato di Telecom Italia Franco Bernabè.
Questi limiti “hanno un impatto negativo sullo sviluppo della
rete mobile e penalizzano gli operatori italiani nel confronto
internazionale – ha detto Bernabè -. Da noi il limite è di 6 volt
al metro, contro i 60 volt al metro dell’Europa”. Replica del
ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani: “È una delle
tante norme ideologiche di propaganda ambientalista – ha detto il
ministro – che ha influenzato anche lo sviluppo delle reti
wi-fi”. Per Romani “il problema esiste”, ma “è difficile
intervenire”. In ogni caso il tema “non è all’ordine del
giorno”.