Google, mille nuovi posti di lavoro. Ma a che prezzo?

IL CASO

L'allarme dei sindacati: in Europa la net company si avvantaggia a spese delle telco

di Savio Castiglia
In tempi di forti preoccupazioni sull’andamento dell’occupazione in tutto il mondo, le mille assunzioni promesse da Google in Europa per il 2011 rappresentano indubbiamente una buona notizia. Ma che cosa ci dicono sul futuro delle telecomunicazioni? Di sicuro confermano (insieme a molti altri segnali) l’aumento della capacità dei nuovi soggetti che vivono di servizi, applicazioni e contenuti di erodere terreno ai grandi operatori tradizionali.

Lo spostamento sta avvenendo a ritmo impetuoso in tutto il mondo e a spingerlo è anzitutto la proliferazione di prodotti immateriali vendibili ovunque attraverso internet senza doversi sobbarcare i costi necessari a costruire o anche solo a manutenere una rete fisica. Quel che bisogna chiedersi, però, è che tipo di mercato e di situazione occupazionale produrrà questo massiccio spostamento del valore dai cavi (di rame o fibra ottica che siano) ai contenuti che ci passano sopra.

Qualche risposta comincia ad arrivare, e non è esattamente rassicurante. Del vecchio modo di fare business si sa ad esempio che una certa quota di utili e fatturati si trasformerà mediamente in investimenti nell’infrastruttura, così come è scontata una ricaduta occupazionale positiva nelle fasi di crescita del mercato nel suo complesso. Cose che sono assai meno scontate con le nuove compagnie, la cui storia degli ultimi anni già testimonia una scarsa propensione a reinvestire i profitti (in alcuni casi enormi) nelle infrastrutture che li hanno resi possibili.

Si pone dunque il problema di come vecchi e nuovi operatori si spartiranno diritti e doveri al termine del cambiamento gigantesco iniziato già da qualche anno (“The Big Switch”, lo ha definito lo studioso americano Nicholas Carr in un libro il cui sottotitolo è “Ricablare il mondo da Edison a Google”).
E non c’è alcun dubbio che la situazione odierna veda i new comers nettamente avvantaggiati sui loro concorrenti più anziani. “Basti pensare - dice al Corriere delle Comunicazioni Maurizio Décina, uno dei guru italiani più ascoltati sui grandi scenari del settore – che il ritorno medio sul capitale dei tradizionali gestori di reti di telecomunicazioni oscilla fra il 10 e il 12%, mentre quello dei fornitori di servizi, applicazioni e contenuti è del 23%”.

Un divario che non può essere preso alla leggera, specie se si considera che si sviluppa proprio su quelle reti fisiche capillari ai quali i vari Google e Facebook non contribuiscono minimamente. C’è poi un altro aspetto oggi trascurato, che finirà per avere anch’esso la sua importanza: il rischio che proprio all’interno dei nuovi settori si sviluppino comportamenti sfavorevoli al mercato e alla concorrenza. “Tutti noi – prosegue Dècina - siamo abituati a tenere d’occhio soprattutto le grandi compagnie di telecomunicazioni, pensando che possano muoversi in modo scorretto. E se lo fanno vengono giustamente punite.

Ma gli altri che cosa fanno? Nei nuovi territori si stanno creando veri e propri giardini recintati in cui ognuno lotta per imporre il proprio prodotto come standard universale a scapito degli altri. Vale per le piattaforme, i servizi e perfino i device fisici”. Con le conseguenze negative che si possono immaginare sulla libertà di scelta del cliente e sulla interoperabilità fra i fiori dei diversi “giardini”.
I primi a esprimere preoccupazioni per questo quadro sono i sindacati, a cui non sfuggono i rischi occupazionali connessi alle difficoltà delle grandi telco. “Se su 10 euro che si spendono attraverso internet – dice Alessandro Genovesi, segretario nazionale della Slc Cgil – 9 vanno ai produttori di contenuti e solo 1 alle compagnie di telecomunicazioni, poi non è accettabile che i soldi per ammodernare la rete vengano presi da quell’uno piuttosto che dai nove”.

Si pone insomma il problema di riequlibrare un po’ la situazione in favore dei gestori tradizionali. Come? Una delle strade possibili è quella di superare il tabù della neutralità della rete. “Chi si collega per avere informazioni dal sito del suo comune – dice ancora Genovesi – non può essere messo sullo stesso piano di chi resta connesso ore e ore di seguito per scaricare un film: al primo deve essere garantito un accesso libero, al secondo si può anche chiedere di pagare”. Nella sua semplicità, è un principio che può rivelarsi fondamentale per i vecchi operatori telefonici, consentendo loro di trattenere almeno una parte del fiume di denaro che la rete porterà sempre più ai fornitori di contenuti.

07 Marzo 2011