Romani: "Elettrosmog, regole troppo rigide"

VERSO LA GARA LTE

Secondo il ministro dello Sviluppo Economico la normativa nazionale impatterà sulle reti Lte: "Fare la banda larga mobile con queste norme insensate obbligherà i gestori Tlc a raddoppiare il numero di ripetitori"

di Paolo Anastasio
Il ministro Romani mette in discussione la normativa italiana sull’elettrosmog, i cui limiti troppo rigidi e stringenti rischiano di impattare negativamente sullo sviluppo delle reti Lte. “La legislazione italiana sull’inquinamento elettromagnetico è troppo rigida, frutto di un’impostazione ideologica piuttosto che di analisi scientifiche: abbiamo limiti di 6 volt/metro contro un limite europeo di 40 volt/metro. Abbiamo la legislazione più penalizzante di tutta Europa”, ha detto ieri il ministro per lo Sviluppo Economico, intervenendo al convegno organizzato ieri da Vodafone per la presentazione del libro “1.000 Comuni d’Italia in rete: i primi cento”.

“Fare la banda larga mobile con queste regole insensate – ha detto riferendosi alla prossima asta per l’assegnazione delle frequenze Lte – significa obbligare i gestori delle telecomunicazioni mobili a raddoppiare il numero dei ripetitori installati in tutta Italia. Ci preoccupiamo tanto di un’antenna telefonica e poi non si dice nulla per i mega-impianti della Rai che trasmettono a potenze centinaia di volte superiori: quelli non fanno male!”.

Immediata la replica di Vincenzo Vita, senatore del PD ed ex sottosegretario alle Comunicazioni: “Non è vero che l’Italia ha il limite più basso di noi. In Svizzera le restrizioni sono ancora più stringenti. La tutela della salute è un diritto irrinunciabile”.

Non più tardi dello scorso dicembre, Il Corriere delle Comunicazioni ha realizzato un’inchiesta sull’elettrosmog, raccogliendo le critiche dell’industria Tlc nei confronti della normativa italiana in materia di emissioni elettromagnetiche. L’obiettivo delle telco è rivedere i limiti di emissione, per evitare la giungla di antenne che invaderebbe il Paese per la realizzazione delle stazioni radio base per i network Lte.

Oggi nel nostro paese ci sono già 50mila stazioni radio base installate dai quattro operatori (Tim, Vodafone, Wind e 3). Il primo effetto collaterale della legge 36 è stata negli anni la moltiplicazione degli impianti: “Per garantire l’utilizzo di potenze contenute, abbinate a livelli di emissioni elettromagnetiche estremamente bassi come quelli previsti dalla legge italiana, in Italia è stato necessario costruire un numero di impianti estremamente superiore a quello degli altri paesi europei che possono operare con limiti di emissioni elettromagnetiche più elevati”, si legge in uno studio riservato, di cui il Corriere delle Comunicazioni è entrato in possesso.

“Con l’avvento dell’Lte, se non cambierà la normativa in vigore, il numero già esorbitante di stazioni base presenti in Italia, pari a 50mila impianti, rischia di raddoppiare se non di triplicare, raggiungendo quota 150mila”, dice un manager delle Tlc sotto anonimato. Una giungla di impianti ed antenne, provocata da una normativa la cui revisione non compare nell’agenda del Governo, ma il cui impatto urbanistico è prevedibile. Le stazioni base e antenne per la telefonia mobile esistenti sono già sotto stress, vicine alla saturazione, ospitando altre tecnologie wireless, come il Dvbh, il Dab, Wimax oltre a Gsm, Gprs e Umts.

La richiesta degli operatori per modificare l'approccio iper precauzionale della normativa di casa nostra è nota: raddoppiare il limite di emissioni elettromagnetiche da 6 v/m a 12 v/m per consentire la realizzazione in cositing della rete Lte. Il trasloco degli operatori nel sito condiviso “consentirebbe la sostituzione delle tre antenne per cella che si usavano nei vecchi sistemi con un’antenna trivalente”. Antenne multistandard già messe a punto ad esempio da Ericsson.

18 Maggio 2011