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Romani: “Elettrosmog, regole troppo rigide”

Secondo il ministro dello Sviluppo Economico la normativa nazionale impatterà sulle reti Lte: “Fare la banda larga mobile con queste norme insensate obbligherà i gestori Tlc a raddoppiare il numero di ripetitori”

18 Mag 2011

Il ministro Romani mette in discussione la normativa italiana
sull’elettrosmog, i cui limiti troppo rigidi e stringenti
rischiano di impattare negativamente sullo sviluppo delle reti Lte.
“La legislazione italiana sull’inquinamento elettromagnetico è
troppo rigida, frutto di un’impostazione ideologica piuttosto che
di analisi scientifiche: abbiamo limiti di 6 volt/metro contro un
limite europeo di 40 volt/metro. Abbiamo la legislazione più
penalizzante di tutta Europa”, ha detto ieri il ministro per lo
Sviluppo Economico, intervenendo al convegno organizzato ieri da
Vodafone per la presentazione del libro “1.000 Comuni d’Italia
in rete: i primi cento”.

“Fare la banda larga mobile con queste regole insensate – ha
detto riferendosi alla prossima asta per l’assegnazione delle
frequenze Lte – significa obbligare i gestori delle
telecomunicazioni mobili a raddoppiare il numero dei ripetitori
installati in tutta Italia. Ci preoccupiamo tanto di un’antenna
telefonica e poi non si dice nulla per i mega-impianti della Rai
che trasmettono a potenze centinaia di volte superiori: quelli non
fanno male!”.

Immediata la replica di Vincenzo Vita, senatore del PD ed ex
sottosegretario alle Comunicazioni: “Non è vero che l’Italia
ha il limite più basso di noi. In Svizzera le restrizioni sono
ancora più stringenti. La tutela della salute è un diritto
irrinunciabile”.

Non più tardi dello scorso dicembre,
Il Corriere delle Comunicazioni
ha realizzato un’inchiesta
sull’elettrosmog, raccogliendo le critiche dell’industria Tlc
nei confronti della normativa italiana in materia di emissioni
elettromagnetiche. L’obiettivo delle telco è rivedere i limiti
di emissione, per evitare la giungla di antenne che invaderebbe il
Paese per la realizzazione delle stazioni radio base per i network
Lte.

Oggi nel nostro paese ci sono già 50mila stazioni radio base
installate dai quattro operatori (Tim, Vodafone, Wind e 3). Il
primo effetto collaterale della legge 36 è stata negli anni la
moltiplicazione degli impianti: “Per garantire l’utilizzo di
potenze contenute, abbinate a livelli di emissioni
elettromagnetiche estremamente bassi come quelli previsti dalla
legge italiana, in Italia è stato necessario costruire un numero
di impianti estremamente superiore a quello degli altri paesi
europei che possono operare con limiti di emissioni
elettromagnetiche più elevati”, si legge in uno studio
riservato, di cui il Corriere delle Comunicazioni è entrato in
possesso.

“Con l’avvento dell’Lte, se non cambierà la normativa in
vigore, il numero già esorbitante di stazioni base presenti in
Italia, pari a 50mila impianti, rischia di raddoppiare se non di
triplicare, raggiungendo quota 150mila”, dice un manager delle
Tlc sotto anonimato. Una giungla di impianti ed antenne, provocata
da una normativa la cui revisione non compare nell’agenda del
Governo, ma il cui impatto urbanistico è prevedibile. Le stazioni
base e antenne per la telefonia mobile esistenti sono già sotto
stress, vicine alla saturazione, ospitando altre tecnologie
wireless, come il Dvbh, il Dab, Wimax oltre a Gsm, Gprs e Umts.

La richiesta degli operatori per modificare
l'approccio iper precauzionale
della normativa di casa
nostra è nota: raddoppiare il limite di emissioni
elettromagnetiche da 6 v/m a 12 v/m per consentire la realizzazione
in cositing della rete Lte. Il trasloco degli operatori nel sito
condiviso “consentirebbe la sostituzione delle tre antenne per
cella che si usavano nei vecchi sistemi con un’antenna
trivalente”. Antenne multistandard già messe a punto ad esempio
da Ericsson.