Tra rinvii e controversie, sembra ormai in dirittura d’arrivo il Digital networks act (Dna) dell’Ue: il 20 gennaio la Commissione europea pubblicherà la sua nuova legge sul mercato delle telecomunicazioni. Le indiscrezioni e anticipazioni si moltiplicano: in base a quanto riferito da Bloomberg e dal Sole 24 Ore, la versione finale dovrebbe contenere diversi provvedimenti che faranno contente le telco: switch-off delle reti in rame posticipato al 2035 (anziché al 2030), licenze sullo spettro senza scadenza e fair share per le big tech (che, secondo precedenti indiscrezioni, avrebbero però ottenuto un sostanzioso sconto sull’applicazione delle regole alla loro attività digitale).
Il Digital networks act avrebbe dovuto essere approvato a metà dicembre, ma si è incagliato in una serie di ostacoli interni, inclusi i caveat di una commissione di controllo che ha evidenziato carenze nella valutazione dell’impatto della legge, nonché in un acceso dibattito tra fautori e critici (che includono le big tech).
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Digital Networks Act, switch-off del rame rinviato al 2035
Secondo le ultime indiscrezioni, la Commissione Europea è pronta a consentire agli Stati membri di posticipare lo switch-off delle reti di telecomunicazione in rame al 2035, dando alle telco più tempo per effettuare la transizione alle reti in fibra ottica.
I governi nazionali avrebbero la discrezionalità di stabilire le proprie tempistiche di eliminazione graduale del rame in base alle condizioni del mercato locale, alla prontezza della rete e all’impatto sui consumatori. Di conseguenza, il target dello switch-off del rame resta al 2030 nelle aree economicamente sostenibili e la copertura in fibra deve essere almeno al 95%.
Inoltre, riporta il Sole 24 Ore, gli Stati membri dovranno presentare piani di spegnimento delle reti legacy entro il 2029, articolati per territori e con tappe progressive.
Il ruolo della Germania nel mercato del rame
Il rinvio al 2035 è importante per gli operatori di telecomunicazioni e i governi alle prese con i costi e la complessità della migrazione delle reti legacy alla fibra, nonché per le famiglie e le aziende che ancora si affidano a servizi basati su rame.
Bloomberg ricorda, in particolare, che la Germania rimane uno dei maggiori mercati europei del rame. Se le autorità di regolamentazione imponessero una chiusura anticipata del rame, il suo principale operatore, Deutsche Telekom, potrebbe dover affrontare costi più elevati e maggiori interruzioni. Altri operatori, come la spagnola Telefonica, affermano di aver già completato la transizione.
L’obiettivo della Commissione è ancora quello di aggiornare l’infrastruttura di rete fissa europea alla fibra, ma i tempi più lunghi offrono alle autorità di regolamentazione locali la possibilità di valutare diversi fattori, come i costi e la concorrenza, quando stabiliscono le proprie tempistiche.
Licenze per lo spettro senza scadenza
Ci sarà un altro provvedimento favorevole alle telco, riporta il Sole 24 Ore: lo spettro radio a durata illimitata. Sono, infatti, previste licenze senza scadenza per le frequenze Tlc, superando il modello delle concessioni temporanee e dando maggiore stabilità agli investimenti.
Agli Stati verranno concessi più poteri ma meno discrezionalità: le autorità nazionali manterranno il controllo su qualità e copertura del servizio, ma con regole Ue più vincolanti; revoche delle licenze solo con forte preavviso e indennizzi.
“Per l’Italia, queste novità implicherebbero minori esborsi per gli operatori al rinnovo delle frequenze, a condizioni più favorevoli rispetto alle aste tradizionali (trattandosi di rinnovi e non più di riassegnazioni competitive) e maggiore stabilità per la pianificazione di investimenti di lungo periodo, in particolare sul 5G e sulle tecnologie successive”, ha commentato Intermonte.
“Il 20 gennaio, credo, la Commissione europea rilascerà il Digital Networks act, che per noi è fondamentale. Non voglio anticipare nulla, ma parla molto italiano. Questo significa che diverse delle proposte avanzate dalla presidenza e dal Governo italiano in sede europea sono state accolte”, ha commentato il sottosegretario di Stato all’innovazione Alessio Butti, intervenendo al convegno “Intelligenza artificiale, tra innovazione e regole”, presso l’università Luiss a Roma.
Il (blando) ritorno del fair share per le big tech
Il Digital networks act dovrebbe anche introdurre il fair share per big tech e Ott, ovvero un meccanismo sul contributo delle grandi piattaforme digitali ai costi delle reti Tlc. Inizialmente sarà su base volontaria.
Nei giorni scorsi, alcune indiscrezioni sulla nuova legge europea per le Tlc riportate da Reuters fornivano un quadro più favorevole alle big tech, indicando che le grandi piattaforme saranno esentate dalle norme cui saranno soggette le telco: per le big tech varrà piuttosto un quadro volontario.
“Sarà chiesto loro di cooperare e discutere volontariamente, con la moderazione del gruppo dei regolatori delle telecomunicazioni dell’Ue Berec. Non ci saranno nuovi obblighi. Sarà un regime di buone pratiche”, precisa una delle fonti interpellate da Reuters.
La proposta riconosce che Internet si regge su una stretta interdipendenza tra reti pubbliche e private, comprese quelle “gestite dai fornitori di contenuti e applicazioni”, come le infrastrutture utilizzate per video e streaming. Perciò, conferma l’agenzia Ansa, il meccanismo pensato per la risoluzione delle controversie va nella direzione del fair share, pur senza introdurre tariffe di rete: l’obiettivo è spingere verso una maggiore assunzione di responsabilità da parte delle big tech, forti generatrici di traffico, rispetto all’impatto che producono sulle infrastrutture e al loro contributo allo sviluppo delle reti.
Le cosiddette tariffe di rete restano escluse dopo l’impegno dell’Ue a non introdurle nel quadro dei negoziati che hanno portato all’accordo sui dazi con Washington.
Il lungo cammino del DNA
Il Digital networks act intende aggiornare il codice normativo dell’Ue in materia di telecomunicazioni. Il nuovo impianto dovrebbe facilitare l’implementazione del 5G e della fibra ottica da parte degli operatori, sbloccando maggiori investimenti nelle infrastrutture digitali europee.
La Commissione ha aperto il dibattito strategico sulle esigenze infrastrutturali europee già all’inizio del 2024, pubblicando il white paper “How to master Europe’s digital infrastructure needs?”, che ha posto le basi concettuali per un nuovo quadro normativo sulle reti. L’obiettivo è quello di stimolare maggiori investimenti, aumentare l’armonizzazione e andare verso la sovranità digitale.
L’esecutivo europeo ha quindi lanciato una Call for evidence specifica sul Digital networks act il 6 giugno 2025 per raccogliere contributi da imprese, autorità nazionali, associazioni e società civile.
La Commissione ha affiancato alla consultazione tre studi tematici (interconnessione transfrontaliera, accesso all’infrastruttura, finanziamento) e ha collegato il Dna alla revisione delal Recommendation on relevant markets e ad altri testi (Gigabit Infrastructure act, revisione del Codice europeo delle comunicazioni).
Il dibattito sul Dna nella call for evidence
Nella fase di consultazione numerosi attori hanno inviato contributi. Le grandi telco hanno spinto per la deregulation e l’armonizzazione in modo da favorire investimenti paneuropei, mentre i piccoli operatori e le associazioni per la concorrenza hanno espresso parecchi timori proprio su accesso e competitività.
Questi ultimi tendono a considerare considerare superflua l’introduzione di una nuova legislazione vincolante, ritenendo più utile perfezionare le normative esistenti, come il Codice europeo delle comunicazioni elettroniche (Eecc).
Connect Europe, nella sua risposta alla Call for evidence, ha ben espresso la posizione delle aziende Tlc incumbent. Una deregolamentazione ambiziosa, una semplificazione coraggiosa, un’armonizzazione profonda e un campo di gioco competitivo sono gli elementi essenziali per riconquistare la leadership digitale a livello globale nel settore delle Tlc, ha detto l’associazione delle telco europee, esortando le istituzioni europee a cogliere l’opportunità del nuovo pacchetto normativo.
La regolamentazione ex post e i vincoli alle big tech
Tra queste opportunità del Digital networks act c’è il passaggio da controlli ex-ante a ex-post per l’accesso wholesale, adottando il diritto della concorrenza e il Gigabit Infrastructure act come quadro standard. In linea con il Libro bianco della Commissione e le proposte sostenute da Mario Draghi, questo modello – sostiene Connect Europe – promuoverebbe l’investimento, abbandonando il regime basato sul Significant Market Power (SMP), lasciando le obbligazioni ex-ante solo come rete di sicurezza in caso di colli di bottiglia locali.
Connect Europe ha sottolineato anche l’importanza di politiche sullo spettro che garantiscano certezza per gli investimenti a lungo termine, estendendo la durata delle licenze (idealmente fino a 40 anni o a tempo indeterminato) e prevedendo il rinnovo automatico.
L’associazione ha invocato, infine, la correzione degli squilibri strutturali dell’ecosistema Internet, applicando il principio del “stesso servizio, stesse regole” e imponendo alle big tech di negoziare condizioni eque per i servizi di trasporto dati, con l’introduzione di un meccanismo vincolante di risoluzione delle controversie.
La posizione degli Ott: no alle tariffe di rete
Sul fronte opposto, la Computer & communications industry association (Cccia Europe) ha criticato la “iper-regolamentazione che si prefigura con il Digital networks act”. Rispondendo alla call for evidence della Commissione europea, l’associazione ha ribadito la contrarietà alla soluzione “taglia unica” che accomunerebbe telco e over the top nelle disposizioni normative.
Cccia Europe – si legge nel documento inviato a Bruxelles – condivide gli obiettivi di semplificazione e armonizzazione normativa, ma esorta a rispettare il principio di migliorare la regolamentazione e a non introdurre tariffe di rete: “una proposta ingiustificata, intrinsecamente controproducente per gli obiettivi del Decennio digitale europeo e per i più ampi obiettivi di digitalizzazione”.
Secondo l’associazione, la Commissione europea dovrebbe “astenersi dal perseguire interventi normativi ingiustificati nel settore di Internet e dell’interconnessione Ip”. Invece la Commissione dovrebbe “dare priorità a misure dal lato della domanda che promuovano l’adozione diffusa delle tecnologie digitali, salvaguardino la natura aperta e competitiva del mercato delle telecomunicazioni“.
L’appello di sei Paesi, tra cui l’Italia
Durante il confronto, sei Paesi hanno inviato alla Commissione un documento congiunto che chiede di evitare un approccio uniforme e di optare per una direttiva, non per un regolamento.
Il documento, che CorCom ha potuto visionare, è un non-paper elaborato da Austria, Francia, Germania, Ungheria, Italia e Slovenia, che chiede di adottare il Dna come direttiva, per garantire flessibilità e rispetto delle specificità nazionali.
La differenza non è solo tecnica, ma strategica. Una direttiva consente agli Stati membri di recepire le norme adattandole alle proprie specificità, mentre un regolamento è immediatamente vincolante e uniforme. “I mercati delle telecomunicazioni sono caratterizzati da differenze significative”, si legge nel non-paper. Un approccio rigido rischierebbe di ignorare le peculiarità nazionali, soprattutto in ambiti sensibili come le intercettazioni legali, dove il principio del country-of-origin non può essere esteso.
Questa richiesta riflette una tensione di fondo: da un lato, la necessità di armonizzazione per creare un vero mercato unico delle telecomunicazioni; dall’altro, la volontà di preservare margini di autonomia per gestire aspetti che toccano la sovranità nazionale.
Il Digital networks act è un banco di prova politico
Il Dna è chiaramente l’ennesimo banco di prova politico per l’equilibrio tra Bruxelles e gli Stati membri. Un equilibrio oggi strategico e chiamato a diventare convergenza su misure da adottare per preservare la visione comunitaria di uno sviluppo che non è solo digitale.
La riprova è nel dibattito in corso sulla sovranità digitale, dove per l’Europa è fondamentale mettere d’accordo i diversi Paesi per ridurre la dipendenza dalla Cina e riaffermare la propria autonomia normativa messa in discussione dall’attuale amministrazione statunitense.








