l’intervista

Iran, blackout digitale nelle proteste: così la NIN consente di spegnere Internet



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La connettività internazionale crolla fino a quasi azzerarsi, mentre alcuni servizi interni restano attivi. Antonio Pescapè (Università di Napoli Federico II) spiega come funziona la National Information Network e perché è diventata una leva strategica di controllo della rete

Pubblicato il 16 gen 2026

Federica Meta

Direttrice



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In Iran, in questi giorni di proteste diffuse, l’accesso a Internet è stato bloccato in modo quasi totale: secondo le rilevazioni di monitoraggio di NetBlocks, la connettività nazionale è “flatline” attorno a circa l’1% dei livelli ordinari a partire dall’8 gennaio 2026, rendendo estremamente difficile comunicare con l’esterno, documentare gli eventi e far circolare informazioni indipendenti.

Questo tipo di blackout non è un’azione improvvisata, ma l’effetto di un’architettura di rete costruita negli anni per separare il traffico interno da quello internazionale e permettere allo Stato di “chiudere le porte” verso il web globale senza spegnere del tutto i servizi domestici. È qui che entra in gioco la National Information Network (NIN), l’infrastruttura che rende possibile un controllo capillare dei flussi di rete e che, nei momenti di crisi, consente di isolare il Paese mantenendo attivi almeno alcuni servizi interni.

Antonio Pescapè, Professore Ordinario di Reti di Calcolatori e di Data Analysis and Cybersecurity presso l’Università di Napoli Federico II, spiega a CorCom quanto sta accadendo in Iran dal punto di vista del controllo della rete Internet, cos’è la National Information Network (NIN) e perché è così importante.

Professore, partiamo dalle basi. Cos’è la National Information Network, la cosiddetta NIN, e perché è così importante nel caso iraniano?

La NIN è una rete nazionale progettata e sviluppata dall’Iran con l’obiettivo di separare il traffico interno – quello che riguarda servizi e comunicazioni all’interno del Paese – da quello diretto verso Internet globale. Ufficialmente viene presentata come una misura per aumentare sicurezza e “sovranità digitale”, quindi per proteggere infrastrutture e dati nazionali. Nella pratica, però, è diventata uno strumento centrale per controllare informazione e connettività, perché permette di intervenire sul traffico internazionale in modo rapido e mirato.

Molti la descrivono come una semplice intranet nazionale. È davvero così?

In realtà no, e questa distinzione è fondamentale. Non stiamo parlando di una “intranet” nel senso classico, cioè una rete chiusa e separata da Internet: la NIN è piuttosto una rete IP completa, costruita usando gli stessi protocolli di Internet, ma con una caratteristica decisiva: ha pochi punti di interconnessione verso l’estero, e questi punti sono centralizzati e controllati dallo Stato. Questo assetto crea un collo di bottiglia strategico: se controlli quei nodi, controlli gran parte del rapporto del Paese con la rete globale.

Quindi il punto chiave è dove passa il traffico internazionale?

Esatto. Il traffico diretto fuori dal Paese passa attraverso gateway statali, cioè passaggi obbligati gestiti e monitorati. Questo significa che le autorità possono, quando vogliono, degradare la qualità delle connessioni, filtrare determinati flussi o, nei casi più estremi, interrompere rapidamente l’accesso all’esterno. Il tutto senza necessariamente spegnere la rete interna: ed è proprio qui che la NIN mostra la sua funzione più strategica.

In che senso “senza spegnere la rete interna”? Cosa resta attivo quando l’accesso al web globale viene bloccato?

Un aspetto cruciale è l’internalizzazione dei servizi. In altre parole, molti servizi digitali vengono ospitati e resi accessibili all’interno della rete nazionale: piattaforme governative, media, banche, e servizi digitali nazionali. Così, anche quando l’accesso ad Internet e al web globale viene bloccato o ridotto drasticamente, questi servizi continuano a funzionare. È un modo per mantenere operative alcune funzioni essenziali, ma anche per spingere cittadini e organizzazioni a dipendere sempre di più dall’ecosistema digitale interno.

Come avviene, concretamente, questo controllo? Parliamo di censura dei contenuti o di qualcosa di più?

È qualcosa di più ampio della semplice censura. Certo, esistono forme di filtraggio dei contenuti, ma il controllo si esercita soprattutto tramite una combinazione di tecniche di rete molto note: deep packet inspection, manipolazione DNS, blocchi IP e interventi sul routing BGP. Questo significa che non ci si limita a decidere “quali siti si possono vedere”, ma si interviene sul modo in cui i dati viaggiano, sulle reti visibili sulla Internet, sui percorsi e sulle risoluzioni dei nomi e degli indirizzi: è un controllo che, di fatto, diventa fisico e infrastrutturale, perché riguarda l’architettura stessa della connessione.

Questo modello è stato già utilizzato in passato?

Sì, e in più occasioni. Nel 2019, durante le proteste, l’Iran ha imposto un blackout quasi totale, isolando il Paese dal web globale per diversi giorni. Successivamente, dal 2020 in poi, il modello è diventato più “raffinato” e ricorrente: non sempre un blocco totale, ma spegnimenti selettivi e degradazioni mirate, adottati in base alle circostanze. E poi, nel 2025 e all’inizio del 2026, si è visto un crollo della connettività internazionale fino a pochi punti percentuali, mentre la NIN ha consentito di mantenere attivi alcuni servizi interni considerati critici.

In definitiva, cosa ci dice la NIN sul modo in cui oggi si controlla Internet?

Ci dice che la partita non si gioca più soltanto sulla rimozione di contenuti o sul blocco di piattaforme. La NIN mostra che il controllo può passare, in modo sempre più decisivo, dalla progettazione delle reti: dall’architettura, dai punti di interconnessione, dai gateway, dal routing e da altri protocolli che regolano il funzionamento ed il controllo delle reti. In questo senso, la National Information Network non è soltanto un progetto infrastrutturale: è una leva strategica di potere, perché consente di modulare, limitare o quasi spegnere l’accesso al mondo esterno, mantenendo allo stesso tempo un livello minimo di operatività interna.

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