IL FUTURO DELLE TLC

Le telco pronte alla svolta: Digital Networks Act e sovranità Ue le colonne d’Ercole



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Per gli operatori il Dna rappresenta un passaggio decisivo per correggere le distorsioni del mercato. Penalizzati dalla guerra dei prezzi mentre il valore dei dati è sottratto dalle big tech, non riescono a innovare. Tim intanto, col primo Cda del 2026, prepara l’aggiornamento del piano industriale

Pubblicato il 20 gen 2026



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Alla vigilia dell’attesa presentazione del Digital networks act (Dna), il pacchetto di misure con cui Bruxelles punta a ridisegnare il quadro regolatorio delle telecomunicazioni, il dibattito tra operatori, industria e istituzioni non si ferma, come dimostrano gli interventi di aziende e politici al convegno “Shaping Horizons in Future Telecommunications” della Fondazione Restart (il partenariato esteso sulle telecomunicazioni del futuro finanziato dal ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del Pnrr), dove – tra l’altro – sono tornati in primo piano con più urgenza che mai i temi della competitività europea e la sovranità digitale.

Il Digital networks act è chiamato a sciogliere nodi cruciali come la sostenibilità degli investimenti, il riequilibrio della catena del valore digitale e la riduzione delle asimmetrie normative tra telco e big tech.

Digital networks act, passaggio decisivo per le telco

Secondo l’amministratore delegato di Tim, Pietro Labriola, il Dna rappresenta un passaggio decisivo per correggere distorsioni che da tempo penalizzano gli operatori infrastrutturali. “Non è accettabile che gli operatori tradizionali siano sottoposti a vincoli e obblighi molto più stringenti rispetto alle piattaforme Ott come WhatsApp o Teams”, ha affermato Labriola, chiedendo regole uguali per tutti.

Per l’AD di Tim la strada è chiara: o si riduce la regolazione per tutti o la si rafforza in modo omogeneo, evitando squilibri che frenano gli investimenti. In quest’ottica, il consolidamento diventa una leva necessaria: “Dobbiamo quindi trovare una European Way’ per stimolare l’innovazione e favorire il consolidamento del mercato. Il fatto che in Europa ci siano 120 operatori mentre negli Stati Uniti, in Brasile o in Cina solo tre fa capire quale deve essere la strada da seguire”.

Parallelamente, l’Ad di Tim ha ribadito la necessità di superare la competizione esclusivamente sul prezzo, puntando su qualità, innovazione e modelli di business sostenibili.

L’armonizzazione delle regole per le economie di scala

Su una linea più sfumata Benedetto Levi, amministratore delegato di Iliad Italia. “Quando si parla di evoluzione del settore delle telecomunicazioni in Italia, il tema viene spesso monopolizzato e si parla di consolidamento, che credo sia solo una delle possibili evoluzioni. Credo che siamo tutti d’accordo sul fatto che gli operatori tlc siano fondamentali per l’Europa. Come ha detto il presidente Letta reti resilienti servono anche per la difesa militare. Quindi vogliamo tutti reti solide e resilienti. Per averle uno degli aspetti è la dimensione degli operatori. La dimensione conta, ma dall’altro lato le economie di scala sono inesistenti senza una sorta di armonizzazione”.

Da qui l’attesa per il Digital networks act, destinato a incidere sulle scelte di investimento future, insieme al tema della sovranità digitale e del controllo degli asset critici, rafforzato anche dagli investimenti del gruppo nell’intelligenza artificiale.

“Come Iliad oggi siamo presenti in 23 Paesi, la maggior parte in Europa”, ha aggiunto Levi. “Abbiamo investito 20 miliardi negli ultimi dieci anni. Ora aspettiamo con ansia la pubblicazione del Digital networks act”.

Il valore generato dai dati intercettato dalle big tech

Il tema delle asimmetrie normative è stato al centro anche dell’intervento di Walter Renna, amministratore delegato di Fastweb+Vodafone, che ha denunciato le asimmetrie normative che “riducono la capacità competitiva delle telco, che investono sulle infrastrutture per il trasporto dei dati mentre sono poi le Big Tech a trarre profitto dai dati e senza investimenti sulle reti”.

Secondo Renna, questa situazione ha contribuito negli anni alla perdita di spinta all’innovazione e alla compressione dei margini, con ricadute che oggi diventano anche un problema di sicurezza nazionale, soprattutto con l’avvento dell’intelligenza artificiale, dove, ha indicato Renna, “la sovranità e il controllo dei dati è cruciale e che rischiamo di perdere perché le Big Tech sono società extra europee. Per uscire da questa spirale e far tornare le telco a innovare vanno quindi eliminate le asimmetrie normative per competere tutti con le stesse regole“, ha spiegato Renna.

Dalle prime indicazioni informali sul Digital networks act, Renna vede segnali positivi, in particolare sull’orientamento verso licenze mobili di durata illimitata e sulla conferma del quadro regolatorio per l’accesso alle infrastrutture passive, elementi che possono dare maggiore certezza agli investimenti di lungo periodo.

Attesa su consolidamento e investimenti

Il consolidamento resta una delle leve principali anche per Gianluca Corti, co-ceo di Wind Tre, che ha parlato di un mercato italiano ancora troppo affollato, con livelli di prezzo che non consentono di coprire i costi industriali pur garantendo una qualità del servizio tra le più elevate in Europa. Un eccesso di concorrenza che, secondo Corti, rende inevitabile attendersi nuove operazioni nei prossimi mesi o anni.

Dal punto di vista delle infrastrutture, l’amministratore delegato di Open Fiber, Giuseppe Gola, ha rimarcato l’importanza di mettere la fibra ottica al centro delle politiche industriali e digitali del Paese. Il Digital networks act, ha spiegato, dovrebbe favorire la transizione dal rame alla fibra, introducendo una data per lo switch-off.

“Ci aspettiamo, come le anticipazioni confermano, una data per lo switch-off del rame. Un percorso che poi andrà accompagnato con politiche mirate. Oggi, infatti, la sfida non è più solo costruire reti, ma favorirne un utilizzo sempre più diffuso”, ha affermato Gola.

Sul fronte industriale e degli investimenti di filiera, Diego Galli, direttore generale di Inwit, ha richiamato l’esigenza di ridurre i costi industriali e garantire visibilità di lungo termine.

Andrea Missori, amministratore delegato di Ericsson Italia, ha invece ribadito il ruolo strategico delle reti mobili come piattaforma per innovazione, difesa e servizi critici, sottolineando l’impegno del gruppo in ricerca e sviluppo e la necessità, con il passaggio al 5G e al 6G, di individuare nuove fonti di ricavo per gli operatori.

Digital networks act dovrà semplificare e riequilibrare il valore

Un richiamo forte alla sostenibilità del settore è arrivato anche da Asstel. La direttrice generale Laura Di Raimondo ha indicato che il 2026 dovrà essere l’anno della svolta per le telecomunicazioni italiane, invocando regole eque, investimenti sostenibili e una visione industriale di lungo periodo.

“Oggi le telecomunicazioni vivono una delle fasi più delicate della loro storia: alla crescita impetuosa del traffico e dell’economia digitale e, in ultimo, l’arrivo dirompente dell’IA, si contrappone, da oltre quattordici anni, una compressione dei ricavi ridotti di oltre un terzo, mentre il traffico sulle reti fisse e mobili è cresciuto in modo esponenziale. Un paradosso che rischia di indebolire proprio il motore della digitalizzazione del Paese”, ha affermato Di Raimondo.

Il Digital networks act, secondo Di Raimondo, va nella giusta direzione perché riconosce il ruolo centrale delle reti nella competitività europea, ma funzionerà solo se saprà puntare su semplificazione e riequilibrio del valore, evitando un’estensione disordinata della regolazione.

Sovranità digitale nel cuore del dibattito sulle Tlc

Il tema della sovranità digitale è al centro non solo delle preoccupazioni delle telco, ma anche di quelle dei rappresentanti delle istituzioni. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha ribadito che “Garantire la sovranità tecnologica è un obiettivo cruciale per il nostro sistema paese e per l’Europa, per il quale il Ministero delle Imprese del Made in Italy vuole essere attivo e proattivo. Per questa ragione abbiamo seguito il lavoro dei ricercatori di Restart con estrema attenzione. Abbiamo apprezzato da vicino ogni passo e ogni traguardo raggiunto”.

Un concetto rafforzato anche da Enrico Letta, presidente dell’Agenzia di ricerche e legislazione (Arel) e già presidente del Consiglio, che ha ricordato come l’Europa abbia perso negli ultimi decenni la leadership nelle telecomunicazioni.

“Le telecomunicazioni sono al centro del rapporto che ho presentato l’anno scorso”, ha ricordato Letta. “Ed è una scelta che ho fatto perché ho ritenuto che fosse essenziale dare una centralità al tema della connettività in generale”. La perdita di leadership, ha spiegato Letta, “non è avvenuta per caso, ma perché non siamo stati in grado di stare al passo con i cambiamenti del settore al livello globale e soprattutto con le dimensioni geopolitiche che erano mutate nel frattempo“.

“Il primo grande obiettivo – ha proseguito Letta – è come far sì che il campo delle telecomunicazioni entri nella logica del grande investimento in sicurezza che a livello europeo è cominciato da qualche tempo. Uno dei problemi della frammentazione sulla sicurezza è anche il fatto che l’Europa investe molti soldi, che finiscono per andare a comprare sicurezza da altre parti perché la nostra industria della difesa è frammentata”.

Tim, primo Cda del 2026

Il consiglio di amministrazione di Tim ha reintegrato la composizione dei comitati endoconsiliari e, nella prima riunione del 2026, ha fatto il punto sull’anno appena chiuso e sul budget, avviando i lavori per l’aggiornamento del piano industriale.

Al centro l’assemblea chiamata a dare il via libera alla semplificazione del capitale sociale, con il cda che ha risposto alle proposte di modifica del concambio sulle azioni di risparmio, giudicate onerose o tali da alterare l’equilibrio dell’operazione.

Sul fronte governance, accertati i requisiti di indipendenza, Lorenzo Cavalaglio e Stefano Siragusa sono entrati nei comitati Nomine e Remunerazioni e Parti Correlate. Inoltre Maria Enrica Danese, direttrice Corporate Communications & Sustainability di Tim, Alessandra Michelini, amministratrice delegata di Telsy, e Sabina Strazzullo, direttrice Public Affairs di Tim, vengono ora qualificate come key manager del gruppo.

Nuovo piano industriale Tim nella seconda metà dell’anno

L’ad Pietro Labriola e il Cfo Piergiorgio Peluso hanno allineato i consiglieri sugli obiettivi strategici della società anche in vista del nuovo piano industriale che prenderà forma nella seconda metà dell’anno. A febbraio (in calendario il 24 è già inserito un cda sui risultati preliminari e aggiornamento piano) sarà presentato un aggiornamento della strategia ma il Capital Market Day, con gli obiettivi per il prossimo triennio, sarà organizzato presumibilmente in primavera.

Per presentare un nuovo piano l’ad Labriola ha bisogno che tutta una serie di elementi siano definiti, come il completamento della conversione delle azioni di risparmio, la definizione dell’accordo di Ran sharing con Fastweb+Vodafone, il ridisegno del perimetro del gruppo con la finalizzazione della cessione di Sparkle.

La stima delle sinergie con Poste

Solo allora sarà data la stima delle sinergie con Poste, trainate dalla migrazione di PosteMobile alla rete mobile di Tim (entro la fine del primo semestre del 2026, a cui si aggiungono le offerte commerciali combinate nei settori telco-payment ed energia e una JV nel business cloud, intelligenza artificiale e servizi digitali per aziende e pubblica amministrazione).

Banca Akros ipotizza sinergie ricorrenti in termini di ebitda pari a 133 milioni di euro con un valore attuale netto di 580 milioni di euro, basate sulla migrazione Mvno (90 milioni di euro di ricavi con margine Ebitda del 50%), Ict (200 milioni di euro di ricavi con margine Ebitda del 25%) e cross selling (150 milioni di euro con margine Ebitda del 25%).

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