La sovranità digitale non è una dichiarazione d’indipendenza dai giganti tecnologici, ma una roadmap misurabile fondata su fatti, diritto e logica di mercato. È il cuore dell’analisi di Andrés Figoli su Subcables, che propone 10 mosse concrete per aiutare governi e autorità a recuperare controllo su un’infrastruttura cruciale come i cavi sottomarini, senza scatenare fuga di capitali né ritorsioni regolatorie.
“Restaurare la sovranità digitale non è uno slogan. Deve essere una roadmap radicata nei fatti, nell’autorità legale e nella logica di mercato”, scrive l’autore, indicando una via di mezzo tra protezionismo sterile e laissez‑faire che rafforza le asimmetrie esistenti.
Il perimetro coinvolge direttamente le telco: continuità del servizio, tempi di riparazione, ridondanza delle rotte e chiarezza dei permessi incidono sui Kpi di rete, sugli Sla commerciali e sull’economia dei servizi wholesale e retail. L’urgenza è confermata dalla letteratura recente sui rischi sistemici che derivano da proprietà frammentata, giurisdizioni sovrapposte e vulnerabilità fisiche delle dorsali globali.
Indice degli argomenti
1. Dalla retorica ai numeri: costruire la base di evidenza
Il primo passo è “costruire il dato”. Senza un database nazionale e indipendente su vent’anni di guasti, cause, durata, costi di mobilitazione, degrado del traffico e ritardi da permessi o dogane, i regolatori finiscono per importare “best practice” irrilevanti o controproducenti. La mappa dei cavi, da sola, non basta: serve capire l’operatività reale dei sistemi che atterrano nel Paese e misurare l’impatto su cittadini e imprese. Solo così scelte come flotte di manutenzione regionali o riforme del cabotaggio si fondano su dati verificabili.
2. Tempi certi di riparazione: la leva sulla mobilitazione
Il secondo passo introduce clausole vincolanti nei permessi di approdo: tempi massimi per la mobilitazione delle navi di riparazione, con enforcement effettivo. La mancata ripartenza non può dipendere da vincoli finanziari del proprietario del cavo o da una struttura di mercato poco contendibile. In assenza di tempi certi, i disservizi si prolungano e il Paese perde capacità di rerouting durante outage multipli. Figoli propone anche di rivalutare accesso e concorrenza nel mercato della manutenzione, oggi limitato da flotte datate e prassi escludenti.
3. Diversificare senza paralizzarsi: trasparenza e accountability della supply chain
Il terzo passo evita banalizzazioni geopolitiche. Sovranità non significa bandire fornitori “non autorizzati” in modo binario, ma evitare dipendenze da un’unica fonte, imponendo trasparenza delle filiere, responsabilità per failure tecniche o di sicurezza, diritti di audit e prova pubblica di eventuali violazioni. Anche una filiera interamente nazionale può rivelarsi inefficiente o poco innovativa se non sottoposta a concorrenza effettiva e obblighi chiari.
4. Permessi sì, privilegi no: processi aperti ed equi
Il quarto passo punta a permitting trasparenti e proporzionati. Snellire le procedure non deve tradursi in corsie privilegiate che rafforzano il potere di negoziazione degli Ott a scapito degli operatori locali. Memorandum opachi, esenzioni ambientali e intese non pubbliche generano asimmetrie e aprono la strada a conflitti d’interesse; servono cooling‑off per i funzionari e accesso pubblico ai dati dei rilievi marini prodotti nei procedimenti.
5. Misurare il degrado del traffico: qualità prima dei comunicati
Quinto passo: monitoraggio proattivo della qualità del traffico durante e dopo gli outage, con metriche indipendenti su perdita ottica, latenza, bit error rate e packet loss. I comunicati che annunciano “ripristino” possono nascondere qualità inferiore per i servizi al pubblico rispetto a quelli essenziali; se gli impegni di licenza non vengono rispettati, scattano sanzioni e, nei casi reiterati, revoca dei permessi.
6. Una quota per il traffico nazionale: capacità disponibile e verificabile
Il sesto passo corregge un equivoco diffuso: molti cavi che atterrano da anni potrebbero avere capacità lit insufficiente o obsoleta, mentre i nuovi sistemi ad alta capacità possono risultare dominati da Ott che trasportano prevalentemente contenuti proprietari. Per questo i permessi devono prevedere che una quota minima della design capacity resti disponibile per il traffico nazionale, dimostrabile dal landing party a prescindere da assetti di Iru o consorzi.
7. Anticipare i rischi fuori confine: i chokepoint contano
Settimo passo: i chokepoint globali (come il Mar Rosso) impongono vigilanza ex‑ante. Anche quando la rotta critica è oltre giurisdizione, il regolatore può esigere stress test di ripristino, impegni di restoration, tempi di mobilitazione e reportistica su failure in aree ad alto rischio. L’obiettivo è disincentivare scelte di percorso troppo esposte e rafforzare la preparazione nazionale in caso di guasti concatenati.
8. Oneri equi: allineare canoni, capacità e interesse pubblico
Ottavo passo: rimodulare i corrispettivi. Un sistema del 2002 con pochi fibre pair non può pagare quanto una dorsale del 2025 con throughput esponenziale. Gli oneri devono riflettere uso del bene comune (fondali), capacità effettivamente resa disponibile al Paese e impatto su concorrenza e innovazione, evitando di scaricare inefficienze su tariffe e qualità.
9. Competizione nel mercato della manutenzione: antitrust e modernizzazione
Nono passo: affrontare le distorsioni nel mercato delle riparazioni via mare. Una flotta anziana, barriere all’entrata e pratiche escludenti possono tradursi in prezzi opportunistici e ritardi cronici. Quando emergono segnali di cartello, l’intervento antitrust diventa parte integrante della sovranità digitale, perché tutela sicurezza e continuità dei servizi essenziali.
10. Governance multilivello e coerenza regolatoria
Decimo passo: consolidare una governance capace di tenere insieme regole nazionali, accordi regionali e cooperazione tecnica internazionale. In un’infrastruttura distribuita e cross‑border, l’armonizzazione delle pratiche su monitoraggio, sicurezza fisica e procedure di riparazione riduce gli spazi di arbitraglio e potenzia la resilienza dell’intera dorsale. La ricerca accademica conferma che l’assenza di coordinamento resta uno dei principali limiti delle politiche attuali.
Telco al centro: dove si sposta l’ago della bilancia
Per gli operatori, questi dieci passi hanno risvolti immediati. Una mobilitazione più rapida e processi autorizzativi prevedibili migliorano MttR e disponibilità, mentre quote minime per il traffico domestico e riduzione dei chokepoint aumentano la qualità percepita e la robustezza dei Sla. Il controllo pubblico sui dati di guasto e degrado consente infine di legare capex e policy a outcome misurabili, superando la distanza tra obiettivi politici e prestazioni di rete.
Resilienza, trasparenza e concorrenza
L’analisi di Figolì porta la sovranità digitale fuori dalla retorica, dentro un piano operativo che non scoraggia gli investimenti ma li orienta verso resilienza, trasparenza e concorrenza. Per i decisori, il messaggio è netto: prima i dati, poi le regole, quindi l’enforcement. Per le telco, il terreno di gioco cambia: meno incertezza, più responsabilità condivisa e un legame più stretto tra performance tecnica e valore economico. È qui che si misura l’autonomia di un Paese connesso: nella capacità di governare infrastrutture globali con strumenti concreti e verificabili, non con slogan.












