L’intervista

Rangone: “Iper-regolamentazione e guerra di prezzo hanno messo in ginocchio le telco: il Dna rischia di non bastare”



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Il professore del Polimi e co-founder di Nextwork360: “Le regole Ue sono un passo, ma serve favorire attivamente il consolidamento e remunerare gli asset infrastrutturali in modo trasparente e prevedibile sul modello del RAB (Regulatory Asset Base), come nel settore energia”

Pubblicato il 2 feb 2026

Federica Meta

Direttrice



AI Rangone telco

Il Digital Network Act (DNA), appena varato dalla Commissione europea, nasce con l’obiettivo di rendere il settore delle telecomunicazioni più solido e in grado di sostenere gli investimenti necessari per il futuro digitale europeo. Ma per comprenderne a fondo gli eventuali effetti, bisogna partire dal punto che più ha inciso di più negli ultimi anni: l’accanimento regolatorio nei confronti del settore. È la tesi di Andrea Rangone, professore di Digital Business innovation & entrepreneurship del Politecnico di Milano e co-founder di Nextwork360, che spiega a CorCom perché è necessario andare oltre il DNA.

Rangone, cosa è successo alle Tlc in questi anni e perché, forse, il DNA potrebbe non bastare?

Nel tentativo, spesso demagogico, di tutelare la concorrenza e proteggere il consumatore in un settore strutturalmente oligopolistico, come quello delle Tlc, si è creato un quadro regolatorio che ha finito per mettere in ginocchio l’industria. Un’industria che, fino a circa vent’anni fa, era un fiore all’occhiello dell’Italia e dell’Europa: basti pensare al GSM e alla prima rete 3G, nati qui. In Europa non si è mai visto nulla di simile in altre filiere industriali. Il risultato è stato che le telco sono rimaste letteralmente schiacciate da una dinamica, oserei dire, distruttiva: l’ipercompetizione e la guerra dei prezzi. In qualunque industry è lo scenario peggiore, perché riduce i margini al punto da rendere incerta la sopravvivenza stessa delle imprese del settore. Nella filiera Telco è ancora peggio: mina il futuro di tutti, perché rende insostenibile investire nell’infrastrutture più strategica per l’intera economia, quella delle telecomunicazioni.

Però le telco hanno continuato ad investire, con fatica, ma lo hanno fatto…

Esatto, il paradosso è che, nonostante la compressione dei ricavi, le telco hanno continuato a investire. Ma i numeri descrivono una situazione critica: in circa 15 anni il settore Tlc ha perso circa un terzo dei ricavi che sono da 41,9 a 28 miliardi di euro mentre i costi operativi (Opex) sono scesi molto di meno (da 25,3 a 20,3 miliardi) e quindi l’EBITDA si è molto contratto (nel 2024 ha raggiunto i 7,7 miliradi, valore più che dimezzato rispetto al 2010 ndr).Gli investimenti, i cosiddetti Capex, sono rimasti molto elevati, circa 7 miliardi all’anno. Questo ha portato ad una drastica diminuzione dell’indicatore EBITDA – Capex, che misura la capacità di generare cash flow dopo gli investimenti, e quindi di continuare ad investire, innovare, ripagare il debito, remunerare il capitale.

Cosa ci raccontano questi numeri?

Questo significa una cosa semplice: il settore è stato spinto a investire in infrastrutture cruciali, ma senza condizioni economiche e regolatorie tali da rendere quegli investimenti sostenibili.

Però il DNA ha come obiettivo rendere il contesto europeo più competitivo e al contempo sostenibile per telco. Ad esempio, punta a ridurre la frammentazione in 27 mercati nazionali, introducendo un “passaporto” europeo e maggiore armonizzazione regolatoria. Lei che idea si è fatto su questo punto?

È un passo nella direzione giusta, ma la domanda centrale resta: questo è sufficiente per invertire questi trend drammatici? La risposta sta nel consolidamento che è indispensabile e la regolazione non dovrebbe limitarsi ad “accettarlo”, ma favorirlo attivamente, a livello sia nazionale che europeo, perché senza operatori con scala e redditività adeguate gli investimenti restano fragili.

Quindi il “passaporto UE” potrebbe non bastare basta a creare operatori europei “scalabili” o si tratta di un problema soprattutto industriale?
La frammentazione pesa, ma senza scala industriale e consolidamento non si riparte. In questo senso la regolamentazione deve favorire il processo, non solo tollerarlo.

Negli anni passati uno dei fardelli che ha afflitto le telco è stato il pagamento delle frequenze per il 5G. Adesso il DNA propone un cambio di paradigma: durate molto lunghe per lo spettro, rinnovi tendenzialmente automatici e una procedura più “single market”, con notifica alla UE prima delle decisioni nazionali. Crede sia stata una scelta giusta?

La direzione è positiva perché aumenta la prevedibilità, ma il nodo vero non è solo l’orizzonte temporale: è anche l’onerosità. In Europa – in Italia in particolare – lo spettro è stato trattato come fonte di cassa per i bilanci pubblici. In molti Paesi i proventi delle aste sono diventati una modalità di finanziamento: così però si è aggravata la condizione del “paziente”, ovvero le telco, già in stato precario. Oggi un operatore che investe in fibra e mobile dovrebbe essere agevolato, non tassato. Anzi, dirò di più: nei Paesi dove alle telco è stato chiesto “tanto, troppo”, serve cambiare marcia, perché ogni euro investito sulle reti genera benefici diffusi per l’economia.

Durate lunghe e rinnovi automatici possono comunque contribuire a sbloccare gli investimenti o riducono flessibilità e concorrenza?
La prevedibilità aiuta, ma il punto chiave è smettere di usare lo spettro come bancomat; gli investimenti in rete vanno incentivati, non penalizzati.

Sul fair share, il Dna evita un contributo regolatorio degli OTT e spinge su linee guida e cooperazione sull’interconnessione, mantenendo i principi di neutralità della rete. Può funzionare?
È una scelta “soft” però rischia di non risolvere il tema di fondo, che rimane l’ipercompetizione: come si garantisce la sostenibilità degli investimenti di rete, mentre traffico, cloud e AI aumentano requisiti di qualità e capacità?La soluzione è banale, non richiede “strane invenzioni” di politica economica e regolatoria: basta permettere al settore di esprimere un prezzo giusto per servizi di elevatissimo valore, in un contesto di mercato; oppure, se serve un meccanismo di tutela, adottare modelli regolati che esistono già altrove. Un riferimento possibile è il mondo energia, dove la remunerazione degli investimenti infrastrutturali può essere ricondotta a schemi tipo RAB (Regulatory Asset Base): riconoscono il valore dell’asset e remunerano gli investimenti con criteri trasparenti e prevedibili.In altre parole: parliamo di servizi essenziali per la vita personale e professionale, che richiedono investimenti enormi. Non è “strano” discutere di come valorizzarli correttamente; è la normalità, se si vuole evitare che le reti strategiche del futuro diventino insostenibili.

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