Nel 2025 il mercato italiano dell’intelligenza artificiale ha raggiunto il valore di 1,8 miliardi di euro, in crescita del +50% rispetto al 2024. Il 46% del giro d’affari è frutto di soluzioni di GenAI o di progetti ibridi, il restante 54% di progetti in prevalenza di Machine Learning. A rivelarlo è la ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, che ha censito 1010 le aziende italiane che offrono soluzioni e servizi di intelligenza artificiale. Sono 135 le startup finanziate negli ultimi cinque anni, che propongono principalmente soluzioni verticali per singoli settori (in particolare Healthcare o Fintech) o funzioni aziendali.
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Le dinamiche del mercato italiano e “l’autarchia” delle Telco
Il 77% del mercato italiano di intelligenza artificiale riguarda progetti “custom”, sviluppati ad hoc per singoli clienti. Sono però i modelli più scalabili, quelli basati su servizi e licenze software, a registrare la crescita maggiore.
Guardando la tipologia dei clienti, l’Osservatorio registra un’importante accelerazione nella Pubblica Amministrazione (che arriva a pesare il 19% del mercato) e nelle PMI (il 18% del totale). Tra i settori, il Manifatturiero e il Gdo/Retail mostrano una crescita superiore alla media, mentre altri più maturi, come Energy & Utilities, Telco & Media, Banking e Insurance, registrano dinamiche meno sostenute. In questi settori le realtà più grandi hanno infatti costruito in questi anni team interni dedicati all’AI e oggi hanno una minore necessità di affidarsi a fornitori esterni.
Tra le tipologie di soluzioni, i sistemi conversazionali o di analisi dei testi rappresentano la fetta più importante del mercato (il 39%), spinti in particolare da applicazioni della GenAI sulla knowledge base aziendale, come manuali, normative o documentazione di supporto. Seguono i sistemi di Data Exploration, Prediction & Optimization (30%) e le soluzioni di generazione e analisi di immagini, video e audio (16%, in forte crescita). È stabile la quota di Recommendation Systems (11% del mercato), mentre restano ancora marginali i sistemi di Process Orchestration e Agentic AI (4%), che si dotano però di meccanismi di orchestrazione sempre più intelligenti grazie al ruolo degli LLM.
Dall’uso individuale a un’adozione strutturale
Nel corso 2025 il 71% delle grandi imprese italiane ha avviato almeno un progetto di AI, una percentuale che scende all’8% tra le piccole e medie realtà. Anche se molte realtà hanno progetti soltanto in alcune funzioni, sei aziende su dieci rilevano un impatto significativo sul modello di business. Si registra inoltre un vero e proprio boom di applicazioni AI pronte all’uso: l’84% delle grandi aziende ha acquistato licenze di Generative AI (+31% in un anno).
In questo scenario, l’intelligenza artificiale sta già trasformando il mercato del lavoro italiano. In media, il 47% dei lavoratori utilizza strumenti di AI in azienda e, tra questi, circa quattro su dieci stimano un risparmio di oltre 30 minuti nelle ultime due attività in cui hanno utilizzato l’intelligenza artificiale. Se l’impatto sul tempo non è così radicale, ben quattro lavoratori su dieci grazie all’AI svolgono attività che altrimenti non sarebbero in grado di fare. E gli effetti sono già rilevanti sulla domanda di competenze: nel 2025 è cresciuto del 93% il numero di annunci di lavoro pubblicati in Italia che richiedono skill di AI. Oggi in ben il 76% delle offerte per profili white-collar ad alta qualificazione compaiono le competenze di AI tra i requisiti per candidarsi.
“Il 2025 ha confermato la grande crescita del mercato e dello sviluppo tecnologico dell’AI, ormai di centralità assoluta nelle agende dei decisori di vertice”, commenta Alessandro Piva, direttore dell’Osservatorio Artificial Intelligence. “Questo entusiasmo, però, impone di fermarsi a ragionare. Innanzitutto, sulla capacità ancora ridotta di riconoscere in ogni settore e ambito le modalità corrette di ripensare interi processi con l’AI: servono persone con altissime competenze di dominio e tecnologiche per decostruire, re-immaginare, rimettere a regime il modello operativo. E poi sulla necessità di passare dalla semplice adozione individuale dell’AI, che ormai è elevata, alla trasformazione strutturale delle organizzazioni, che è ancora limitata, per cui servono dati ben organizzati e fruibili, competenze tecniche diffuse, cultura aziendale aperta alla sperimentazione”.
I progetti AI nelle imprese
Nel 2025 il 71% delle grandi imprese italiane ha avviato almeno un progetto di AI (soluzioni su misura che combinano e valorizzano anche dati aziendali), con un significativo aumento rispetto al 59% del 2024. Il 60% ha almeno un’iniziativa progettuale di Gen AI. Tuttavia, solo una grande impresa su cinque ha una buona pervasività dell’AI in diverse funzioni aziendali. I casi d’uso più diffusi riguardano l’uso di chatbot conversazionali per supporto clienti e assistenza agli operatori, e soluzioni di Intelligent Document Processing. Le funzioni più coinvolte sono ICT, Customer Service, Business Development & Sales e Production & Operations.
I risultati sono positivi: seppur molte siano alle fasi iniziali, il 58% delle aziende che hanno avviato un progetto AI rileva un impatto significativo sul modello di business, in particolare sulla proposta di valore, sulla relazione con i clienti o sull’architettura operativa. Ma circa un’azienda su tre lamenta difficoltà a stimare ex-ante il rapporto costi-benefici.
Tra le PMI, la diffusione delle sperimentazioni scende al 15% delle medie imprese e al 7% delle piccole. Si registra però un aumento di interesse, il 20% di queste realtà sta valutando di attivare dei progetti nel breve periodo.
“Il nuovo anno si apre con diverse sfide per l’AI”, dice Giovanni Miragliotta, direttore dell’Osservatorio Artificial Intelligence. “La prima è trovare un equilibrio tra aspettative e benefici reali dall’adozione, che spesso si materializzano solo dopo percorsi di implementazione progressivi e personalizzati. La seconda sfida è proseguire con programmi di ricerca e formazione con la fine delle risorse Pnrr: l’assenza di un piano strategico di finanziamento allo sviluppo dell’AI in Italia rischia di vanificare lo sviluppo degli scorsi anni. La terza sfida, di portata globale, riguarda la sostenibilità finanziaria degli enormi investimenti in atto, che si aggiungono ai rischi di approcci predatori al profitto, espulsione di persone dal mercato del lavoro, disinformazione e sorveglianza sistematica”.
La governance dell’AI
Solo una ristretta minoranza di imprese italiane è davvero pronta nella gestione e compliance dell’AI: tra le grandi imprese, appena il 9% ha una governance strutturata dell’AI, con responsabilità delineate e allineamento delle iniziative con i principi etici e gli obiettivi aziendali. Una fetta consistente (54%) invece si sta muovendo per strutturare una governance centralizzata. Analizzando gli adempimenti previsti dall’AI Act, oltre un’azienda su due ha avviato iniziative di alfabetizzazione, ma solo il 15% ha in corso un progetto strutturato di adeguamento, già integrato con altre normative applicabili.
“Nel 2025 la parola dell’anno è stata ‘Agentic AI’, non tanto per la sua attuale portata economica o per il suo impatto potenziale, ma per la semplicità con cui ci ricorda la potenza dell’innovazione combinatoria”, spiega Nicola Gatti, direttore dell’Osservatorio Artificial Intelligence. “Una volta resi disponibili gli LLM, sono stati sbloccati tanti possibili utilizzi, tra cui gli agenti, in un meccanismo che si rinforza e accelera ogni giorno. La piena maturità tecnologica dell’Agentic AI arriverà quando si realizzerà una piena convergenza tra motori cognitivi probabilistici e capacità native di ragionamento logico e autocorrezione, che garantiranno robustezza in processi complessi. Fino a quel momento, l’approccio ‘human-in-the-loop’ non è solo consigliato, ma necessario. Inoltre”, chiosa Gatti, “sarà molto importante monitorare nel 2026 l’impatto della fine del piano straordinario di investimenti legati al Pnrr e come l’Europa vorrà intervenire per rafforzare la sua posizione attuale.”












