Il piano di SpaceX di costruire data center spaziali composti da una costellazione di un milione di satelliti è davvero realizzabile? O, come più di qualcuno pensa, si tratta di un’idea estremamente costosa e impegnativa che non decollerà mai su tale scala? Sebbene manchino ancora tantissimi dettagli su come Elon Musk intenda realizzare la sua visione (al momento si sa solo che l’operazione sarebbe il frutto della fusione tra SpaceX e xAI, con un Ipo da lanciare entro l’anno), gli esperti del settore e gli osservatori ritengono tuttavia che il concetto alla base della costruzione di data center spaziali abbia quanto meno un potenziale.
La Fcc del resto ha accettato la richiesta di SpaceX per i data center orbitali, secondo un avviso pubblico pubblicato il 4 febbraio, che ora raccoglierà commenti sulla richiesta e sulle relative richieste di esenzione. L’avviso sottolinea che SpaceX richiede l’autorizzazione a utilizzare le bande di frequenza 18,3 GHz-19,3 GHz (spazio-Terra) e 28,6 GHz-29,1 GHz (Terra-spazio). Commenti e petizioni devono essere presentati entro il 6 marzo, mentre le risposte alle risposte/opposizioni devono pervenire entro il 23 marzo.
Un data center orbitante potrebbe servire le comunicazioni intersatellitari (per esempio, elaborando dati di telerilevamento in orbita), ma qualsiasi vantaggio in sul piano costi è minimo dato l’attuale livello della domanda commerciale. “È probabile che un giorno, con la continua espansione dell’infrastruttura satellitare in termini di numero e capacità, collocare l’elaborazione dei dati nello spazio avrà senso dal punto di vista commerciale”, nota James Lewis, distinguished fellow del Center for European Policy Analysis (Cepa). La variabile chiave, in questo senso, è il costo di messa in orbita, a cui si aggiunge una serie di fattori da prendere seriamente in considerazione nell’ottica di valutare l’effettiva fattibilità del progetto.
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I pro e i contro dell’idea di Musk
Rispetto ai costi di messa in orbita, innanzitutto alcune stime riportate da Lewis suggeriscono che le apparecchiature IT per un data center di piccole-medie dimensioni potrebbero pesare circa 2000 tonnellate, quindi SpaceX potrebbe dover sostenere un costo di almeno 200 milioni di dollari e richiedere più lanci per metterle in orbita. “Dividere il carico tra molti satelliti dati più piccoli potrebbe rendere il costo più gestibile, ma non ancora competitivo rispetto alle strutture terrestri”, spiega l’esperto del Cepa. Man mano che SpaceX introdurrà razzi più potenti, introducendo magari un approccio di rete “mesh” e utilizzando più satelliti di dimensioni minori, il costo potrebbe progressivamente diminuire. Ma come detto i costi di lancio rimarranno elevati ancora a lungo, e comunque non rappresentano l’unico aspetto da considerare in termini di fattibilità.
Lewis chiama in effetti in causa anche il tema della manutenzione: un giorno, nel prossimo futuro, ci saranno capacità di riparazione robotica per i veicoli spaziali, ma al momento, se qualcosa si rompe o deve essere sostituito, un satellite può essere considerato perso. “SpaceX spera di evitare il problema utilizzando più satelliti economici e sostituendoli quando si guastano o diventano obsoleti. Ma in ogni caso, continua Lewis, si dovrà valutare la convenienza delle operazioni confrontando i costi con quelli dei centri tradizionali: l’hardware diventa obsoleto nel giro di 2-3 anni nei data center terrestri.
Rispetto alla questione energetica, la fonte solare nello spazio è abbondante, ma richiederebbe enormi pannelli per raccogliere energia sufficiente, aumentando ancora una volta il costo di messa in orbita. Chiaramente la collocazione nello spazio dei data center permette di aggirare le onerose procedure necessarie a ottenere permessi locali, statali e, nella maggior parte dei casi, federali. Tuttavia, lo spazio è un ambiente ostile, con detriti e, cosa ancora più importante, radiazioni che mettono a rischio il funzionamento dei satelliti.
Ma bisogna valutare anche l’impatto che i limiti fisici della soluzione avrebbe sui possibili business case: collocare un data center nello spazio aggiungerebbe probabilmente alcuni millisecondi al tempo necessario per inviare o ricevere il traffico, rendendo quindi impossibili alcuni usi commerciali, dall’ambito Fintech al gaming.
Ma per il tycoon costruire data center spaziali rimane una scelta ovvia
C’è poi il tema del raffreddamento. Parlando qualche giorno fa al World Economic Forum, Elon Musk ha sottolineato che il sistema utilizzerebbe radiatori rivolti lontano dal sole per ovviare al possibile surriscaldamento dei sistemi. “Costruire data center alimentati ad energia solare e basati sull’intelligenza artificiale nello spazio è una scelta ovvia. Basta avere pannelli solari rivolti verso il sole e un radiatore rivolto nella direzione opposta al sole, e il raffreddamento è assicurato. Il luogo più economico in cui collocare l’intelligenza artificiale sarà lo spazio, e questo sarà vero entro tre anni”, ha ribadito Musk.
Ma anche questo potrebbe non essere sufficiente. “Sulla Terra, i data center hyperscale dipendono fortemente dall’acqua e dal raffreddamento attivo. Nello spazio, queste opzioni svaniscono”, ha spiegato il consulente di telecomunicazioni satellitari Carlos Placido in un post su LinkedIn dedicato alla proposta di SpaceX. L’uso del “raffreddamento radiativo passivo”, fondamentale per il progetto, “potrebbe essere il vero fattore limitante per l’AI orbitale”, ha aggiunto.
Il progetto non è impossibile, ma serve più tempo
D’altra parte, le dimensioni del progetto sono a dir poco sbalorditive. “Per contestualizzare, Starlink dispone attualmente di una flotta di oltre 9mila satelliti, che rappresentano circa due terzi di tutti quelli attualmente in orbita, lanciati nel corso di diversi anni”, spiega l’analista di MoffettNathanson Nick Del Deo.
Dunque anche i ritmi di lancio e dispiegamento dovrebbero essere sbalorditivi, considerando anche la vita relativamente breve di uno dei satelliti rispetto a quella dei data center terrestri, costruiti per durare decenni. Del Deo stima che costruire e sostenere una costellazione di un milione di satelliti, ciascuno con una vita utile di cinque anni, richiederebbe a SpaceX di lanciare in orbita circa 200mila unità all’anno.
“Per essere chiari, non stiamo dicendo che realizzare la visione di SpaceX sia impossibile”, precisa Del Deo, citando un precedente rapporto di MoffettNathanson secondo cui un sistema di calcolo spaziale è almeno tecnicamente e (forse finanziariamente) “concepibile” se si dispone di tempo sufficiente e di ulteriori progressi tecnologici. “Ma ci sono, per dirla con le parole semplici, sfide sostanziali per costruire una costellazione secondo quanto previsto da SpaceX. Come minimo, si può tranquillamente concludere che una costruzione completa non avverrà a breve, data la maturità operativa, lo sviluppo della supply chain e i requisiti finanziari richiesti”.
L’analista suggerisce inoltre che un piano che richiede l’approvazione per un milione di satelliti “potrebbe chiaramente essere una richiesta iniziale” per ottenere il via libera per una costellazione di data center relativamente grande, ma comunque molto più piccola.
Al di là dei dubbi, la corsa ai data center spaziali è già iniziata
Va detto che SpaceX non è l’unica a perseguire questa idea. Lo scorso autunno, Jeff Bezos ha affermato di credere che i data center alimentati a energia solare siano una soluzione sensata e che alla fine superino i costi dei data center terrestri. Nvidia, nel frattempo, ha finanziato una startup di data center spaziali chiamata Starcloud.
Google sta sviluppando un progetto chiamato Suncatcher, che prevede di trasportare le Google Tensor Processing Unit (acceleratori di intelligenza artificiale progettati su misura) e di connettersi tramite collegamenti ottici nello spazio libero. L’approccio di Google prevede anche l’uso di tubi di calore per mantenere il sistema fresco.
Tra i progetti più avanzati spicca quello della startup Lonestar Data Holdings, con sede in Florida. A marzo 2025, Lonestar ha inviato in orbita il primo micro data center fisico a bordo del lander Athena, portato nello spazio da un razzo SpaceX. Il sistema, alimentato da pannelli solari e basato su memorie a stato solido, rappresenta il primo passo verso una rete di server extra-terrestri capaci di offrire backup, elaborazione sicura e capacità edge in ambienti remoti.
Un altro attore in gara è Starcloud, precedentemente nota come Lumen Orbit, che ha lanciato un satellite dimostrativo ad agosto, equipaggiato con Gpu Nvidia H100 per testare carichi di lavoro legati ad Ai, inferenza e edge computing. Questi payload sono progettati per operare autonomamente in orbita.
Anche la divisione software Red Hat di Ibm e la società Axiom Space, con sede a Houston, hanno lanciato, lo scorso agosto, un prototipo di elaborazione dati.
La corsa, dunque, è già iniziata, e le risorse messe in campo dai principali player del mercato rendono evidente che, al di là delle speculazioni teoriche, ormai non si tratta più di se, ma di quando questa visione diverrà realtà.












